L’Associazione Amici dell’Accademia di Architettura in 30 anni ha portato a Mendrisio 120 studenti da ogni angolo della Terra
Siamo nella splendida e romantica Villa Argentina di Mendrisio, in una delle sedi dell’Accademia di Architettura. Al tavolo c’è Martino Pedrozzi, presidente del comitato direttivo dell’Associazione Amici dell’Accademia, e tra un’ora ci raggiungeranno quattro giovani che studiano qui grazie a questa associazione.
L’Accademia e l’Associazione sono nate entrambe nel 1996: una scuola di altissima qualità e di grande mescolanza culturale aveva bisogno di filantropia. L’associazione Amici dell’Accademia di Architettura sostiene quindi studenti meritevoli che non possono affrontare le spese dell’Accademia. «Volevamo rendere possibile l’accesso a questa ottima scuola per tutti, anche a chi non viene da una famiglia o da un Paese fortunato. È una questione di giustizia», spiega Pedrozzi. «Come diceva Umberto Eco, “le università sono ancora uno fra i pochi luoghi in cui è possibile un confronto razionale tra diverse visioni del mondo”».
Finora sono stati devoluti 120 finanziamenti a studenti di molte parti del mondo, che hanno generato scambi, carriere notevoli e l’atmosfera dell’Accademia ha guadagnato calore, varietà culturale, complessità di punti di vista, connessione con la realtà, ricchezza umana. «Ognuno porta gli interessi e le preoccupazioni del proprio Paese», spiega il professore e architetto. «In questo modo possiamo meglio confrontarci con i bisogni reali del mondo e soprattutto con quelli di cui deve occuparsi l’architettura: il vivere, l’urbanistica, gli alloggi, i cambiamenti climatici. Quando le persone accostano le proprie differenze, ecco che salta fuori l’umanesimo. Ci parliamo, qui in Accademia, fra docenti e ragazzi/e, e capiamo cosa ci separa e cosa ci accomuna. L’universale si palesa. Ed è importante per tutti: imparare dalle differenze e dalle differenze capire cosa invece è uguale».
E cos’è che ci accomuna? «I sentimenti profondi, credo». Sorride. Sa che c’è qualcos’altro, di impalpabile, sottile, indicibile: l’essenza dell’umanità. Poi arrivano gli studenti, entrano e sono quattro, un po’ timidi e un po’ curiosi. La quinta ragazza che in questo momento frequenta l’Accademia con una borsa dell’Associazione non ha potuto venire. Per una casualità tutti loro hanno conseguito il bachelor nel proprio Paese d’origine, e ora stanno facendo il Master a Mendrisio. Gli racconto quello che mi ha detto il loro docente Pedrozzi sull’importanza per un’Accademia di essere multiculturale e i giovani aggiungono: «Noi portiamo nuove energie, entusiasmo, voglia di conoscere e scoprire ciò che per gli altri è già noto. Siamo curiosi del Ticino, dell’Italia e del resto dell’Europa». Wendy, una ragazza australiana, commenta: «Qui è tutto così vicino, da noi studiare le architetture classiche è quasi astratto: qui invece possiamo andare a vederle dal vivo!». E Jeremy, studente belga, le fa eco: «Se un austriaco ti parla delle soluzioni che lui conosce, qualcun altro aggiunge un dettaglio imparato a New-York, ognuno racconta ciò che sa… allora la storia dell’architettura diventa personale e non te la dimentichi più». Guardo la lista dei Paesi da cui provengono i 120 studenti sostenuti in trent’anni dall’Associazione: Argentina, Romania, Spagna, Messico, Cina, Albania, Iran, Polonia, Russia, Palestina, Bulgaria, Siria, Congo, Kenya, Marocco, Bosnia, Israele, Cile, Serbia, Brasile, Repubblica Ceca, Giappone, India, Lussemburgo, Germania, Italia… In questo momento i quattro studenti di master stanno lavorando sulle Valli del Ticino. «È difficilissimo», mi raccontano Wendy, Jeremy, Jana e Hadis. «I posti sono magici e stupendi, e proprio per questo dobbiamo chiederci se facciamo meglio o peggio a intervenire. Più un posto è bello, più devi fare attenzione».
Ma cosa significa intervenire? Cosa è per voi il lavoro dell’architetto? «Secondo gli studi classici era combinare bellezza e utilità. Adesso è più importante la riflessione sul territorio. Avere idee, vari livelli complessi di pensiero, e trasformarli in un solido». L’architetto, mi spiegano, è la persona responsabile di come e dove vive la gente; deve avere in ugual misura qualità umane e professionali; ogni territorio deve essere curato in modo diverso. Mi raccontano i loro sogni: chi vorrebbe ripartire, chi restare qui (ma è difficile, perché per essere assunti in Svizzera il datore di lavoro dovrebbe provare che non ha trovato nessun residente altrettanto adatto), chi desidera soltanto un posto dove avere la libertà di sbagliare e di prendersene poi le responsabilità. Recentemente si è svolta giornata importante per l’Usi, il Dies academicus, in cui le parole di Umberto Eco avevano fatto da filo conduttore; Pedrozzi si riallaccia a un’altra citazione: «Le università sono fra i pochi luoghi in cui le persone si incontrano ancora, faccia a faccia, in cui i giovani e studiosi possono capire quanto il progresso del sapere abbia bisogno di identità umane reali, e non virtuali».
E proprio gli spazi reali e non virtuali sono un tema centrale in questi anni per l’architettura. Si sente spesso parlare di qualità dello spazio pubblico (che sia una piazza, un sentiero, un museo, il municipio o un luogo sacro). Ma i giovani studenti hanno una visione un po’ diversa: «Non è che mancano i luoghi dove aggregarsi, forse piuttosto dobbiamo chiederci se è abbastanza facile raggiungerli. Ma anche potenziando i trasporti non è detto che si riesca a vincere la voglia di stare a casa… Noi crediamo che magari è altrettanto importante avere dei luoghi nascosti, difficili da trovare, che quando ci capiti hai l’impressione di averli scoperti tu. Pensa ai film: quando due si danno un bacio stanno in un antro, in un vicolo, in una piazzetta apparsa all’improvviso appena girato l’angolo e la sorpresa gli ha dato voglia di baciarsi». Appartengo a un’altra generazione e replico: «D’accordo per i baci. Ma se ho figli e voglio che stiano con altre persone?». «Anche ai bambini piace nascondersi sotto il tavolo o fare le capanne», replicano, «quindi anche per loro è bene che il territorio offra posti non predisposti a un’attività particolare, ma dove sono loro che si inventano il modo per starci». Gli chiedo allora come faranno a rendere il mondo meno ovvio e scontato. «Questa è la nostra arte», mi rispondono. E, cartella sotto braccio, tornano ai loro studi, progettando valli e città, sentieri o edifici che potrebbero aiutarci a vivere meglio.
