Cina batte America 10 a 1

by azione azione
6 Maggio 2026

Oltre all’imprevedibilità del presidente Trump, crescita economica, leadership tecnologica e prudenza diplomatica orientano la fiducia verso Pechino

Negli ultimi mesi mi è capitato di partecipare a diversi seminari per imprenditori e finanzieri italiani curiosi di geopolitica, oltre a metter piede in qualche analogo incontro internazionale, sempre fra businessmen/women occidentali. Tutti convinti che il nostro tipo di analisi serva per orientare le loro strategie – non sarò io a smentirli. È d’uso in queste occasioni mettere la ciliegina sulla torta sotto forma di sondaggio anonimo. La domanda regina rivolta alla platea è: vi fidate più dell’America o della Cina?

La crisi americana è strutturale

Un paio di anni fa non ci sarebbe stata partita. Vittoria degli Stati Uniti 10 a 1. Oggi la fiducia è più o meno rovesciata: stravince la Cina. D’accordo, il fattore Trump non aiuta. Ma: primo, lui esiste; secondo, l’inquilino ad interim della Casa Bianca non viene da Marte ma da New York City ed è stato eletto due volte, nel 2016 e nel 2024, con in mezzo il 6 gennaio 2021 un suo tentativo di colpo di Stato (fallito) perché convinto di essere stato truffato dalla manipolazione delle urne che nel novembre 2020 diedero ragione a Biden. Terzo, qualsiasi suo successore sarà più gentile, non necessariamente più efficace. Perché la crisi americana è strutturale. Di sistema. Identitaria. Il caos negli apparati statali, perfino fra i militari e specialmente nell’intelligence, è impressionante quasi come la ruggine delle infrastrutture. Sette americani su dieci non credono più nel sogno americano, il 29% sono diagnosticati clinicamente depressi, fiumi di droga corrono nelle metropoli come pure nell’America profonda, quella dell’Elegia dei burini (Hillbilly’s Elegy) firmata JD Vance.

Per riassumere con il titolo di un celebre saggio del politologo Sam Huntington, pubblicato nel 2005, gli americani si chiedono: Who Are We?. Quando qualcuno si chiede chi sia, non sta bene. Spiace, ma il problema è suo. Se la domanda è posta dalla pancia di una Nazione, è grave. Se la Nazione in causa è il «Numero uno», stiamo tutti peggio.

Record spettacolare

Rovesciamo la prospettiva. La Cina rossa ha un record spettacolare nell’ultimo mezzo secolo. La sua crescita economica è stata prodigiosa e continua tuttora, sia pure a ritmo ridotto. La qualità della sua cultura, di base molto alta, è superiore in diversi campi all’americana e alle occidentali in genere, così come spiccano laboriosità e talenti delle sue forze produttive, in particolare nell’area Stem (scienziati, tecnologi, ingegneri e matematici). Da fabbrica del mondo, la Repubblica popolare è evoluta in riferimento non solo industriale – America surclassata – ed è ai vertici nelle alte tecnologie, intelligenza artificiale e quantum computing inclusi, ambiti nei quali si accinge a sorpassare l’America, quando non l’avesse ancora fatto.

Di più: le sue Forze armate si avvicinano sulla carta a quelle americane. Con la differenza che mentre i militari americani non vincono una vera guerra dal 1945 – nel corso della quale aiutarono i cinesi a liberarsi dai giapponesi – l’Esercito popolare di liberazione, i cui vertici sono stati quasi azzerati da Xi pochi mesi fa, non si è mai più impegnato in un conflitto di evidente e prolungato rilievo (salvo periodiche scaramucce himalayane contro gli indiani, dove le munizioni preferite sono i sassi).

Il più capitalista del pianeta

Infine, e soprattutto, il Paese più sfrenatamente capitalistico del pianeta è governato con pugno di acciaio (misto a silicio) dal Partito comunista. La sua ideologia di riferimento in Occidente – al netto delle «caratteristiche cinesi» esibite da Xi – è ridotta a poche nicchie. Respinta da tutti i Governi, compresi quelli di sinistra (se la parola ha ancora senso). Di più, l’immagine della Cina corrente nelle generazioni di europei e occidentali di età matura non è brillante, talvolta resta sprezzante o almeno diffidente. «Not a Chinaman’s chance», dicono negli States per significare che qualcosa è impossibile. «Semo peggio dei cinesi», recitano i cartelli segnalanti in romanesco magiche virtù scontistiche, esposti nelle bancarelle di cianfrusaglie della Capitale d’Italia e del Papa (americano). Eppure Cina batte America 10 a 1.

E allora? Tre considerazioni a caldo. Primo. La maggioranza va dove crede che il vento giri, specie se il suo business non ha colore politico (se c’è, non è diretto né sempre visibile). E chiunque annusi l’aria a New York, San Francisco o nel Midwest percepisce la malattia dell’America, dove i concittadini stentano a riconoscersi reciprocamente tali e i matrimoni fra blu e rossi – democratici e repubblicani – sono meno di quelli fra bianchi e neri. Non intendo fissarmi sulle statistiche – talvolta aggiustate, quelle cinesi poi allegramente truccate – perché in genere trascurano i fattori emotivi e sentimentali, più rilevanti del nudo dato economico, quantitativo, nel descrivere lo stato di una comunità. Ci portiamo dietro i guasti della rational choice, delle econometrie apparentemente anodine che tutto riducono a modelli costruiti per dar ragione a chi li istruisce, mentre omettono per principio il fattore umano, trascurano i diversi contesti, ignorano culture e mentalità incomprimibili in equazioni.

Secondo. Specie i più giovani sono esposti alla sapiente manipolazione dei social d’impronta cinese. Sotto questo profilo, l’inventore di TikTok può vantarsi di aver prodotto l’arma di rimbambimento di massa più potente della storia. Terzo. I veteroeuropei, che si sono goduti per ottant’anni il loro posto al sole sotto l’ombrellone dell’impero americano, oggi possono dare sfogo alla sottile o grossolana insofferenza nei confronti degli yankee, snobbati dalle sofisticate élite veterocontinentali – non solo francesi. E voi, dei cinesi vi fidate?