Leutenegger e Hanimann: lo spazio tra percezione e memoria

by azione azione
6 Maggio 2026

A Villa dei Cedri si indagano lo spazio domestico e quello naturale

Ci sono antiche residenze di collezionisti trasformate in musei, case d’artista che si trasformano in opere d’arte. E poi ci sono musei che per il tempo di una mostra si mutano come per incanto in una casa immaginaria, accogliente e perturbante al tempo stesso.

È ciò che accade in questi mesi al pianterreno di Villa dei Cedri, trasformata dagli interventi di Zilla Leutenegger, l’artista nata a Zurigo, ma di origine grigionese, famosa per l’ironia con cui interpreta e rielabora il rapporto che intratteniamo con gli spazi domestici, ridefinendo la relazione tra l’esporre e l’abitare. Riprendendo alcuni degli elementi già inseriti in una recente mostra al museo d’arte di Coira, Zilla riarreda le stanze del museo, dopo averne studiato la storia, avvalendosi dei suoi strumenti preferiti: il disegno, la luce, i suoni. Cambia le funzioni originarie delle stanze di questa villa ottocentesca e, così facendo, Zilla sovverte anche i valori e i codici sociali sui quali si basava la vita della famiglia patriarcale di Arrigo Stoffel, banchiere e antico proprietario di Villa dei Cedri.

Nel progetto Casa mia il possessivo segna un ideale passaggio di proprietà; ormai la nuova padrona di casa è l’alter ego dell’artista, presenza femminile che si riappropria della casa e che ci accoglie, dietro la porta del bagno, con lo scroscio dell’acqua del getto di una doccia: un gesto intimo che azzera subito le distanze tra spettatore e artista e ci fa sentire «a casa».

Questa sensazione di intimità e di condivisione ci accompagna per tutta la visita, che si trasforma in un viaggio nel tempo, ma anche nei propri ricordi personali: dal bagno si passa all’intimità della camera da letto, che contiene la camera da letto di un’altra villa-museo, Villa Garbald, disegnata su un paravento che intreccia le storie delle due dimore storiche. Con Telecomondo Zilla proietta la luna che brilla di una luce fredda, in contrasto il calore della lampada che illumina una piccola toeletta di «Vanity»: la luna trascina lo sguardo oltre i muri della stanza, in un misterioso mondo onirico.

Le stanze di Zilla sono simili alle nuove pagine di un libro illustrato su cui sono disegnati spazi che lasciano immaginare un nuovo modo di abitare: la formalità della Herrenzimmer lascia spazio all’informalità di una stanza dedicata alla lettura, con una poltrona occupata da un gatto sonnecchiante e con un Iceland bar a specchio che riflette l’immagine dei visitatori-ospiti. La presenza dell’artista è discreta e persistente, gli spazi sono volutamente lasciati vuoti: un vuoto che risuona come un invito alla libertà. Così al salone non si accede più facendo anticamera, ma già immergendosi nella danza liberatoria di un moonwalk, la camminata resa celebre da Michael Jackson.

La silhouette di Zilla con il suo gesto libera le donne dai ruoli secondari. Le donne qui sono protagoniste, come suggerisce il divano-letto scelto per il salone, progettato negli anni cinquanta da un designer giapponese, a cui dà il nome della moglie. Sulle pareti le monotipie di bicchieri di champagne amplificano l’aria di festa di un ricevimento in corso e il paravento disegnato moltiplica le prospettive come una quinta scenica, proiettandoci sul palco di immaginarie rappresentazioni.

Ma una casa non è casa senza la cucina: qui i colori e il tratto del disegno ci invitano a un viaggio nei ricordi d’infanzia, qui il tempo si ferma, come dovrebbe accadere ogni volta che varchiamo la soglia di un museo, sottraendoci al flusso della quotidianità. L’incantesimo è compiuto: il museo è anche casa nostra, lo spazio dove più di tutti ci sentiamo noi stessi.

Al piano di sopra si entra nelle stanze fotografiche di Alex Hanimann, che per comporre le sue mostre attinge al proprio personale archivio si scatti, perché «è a partire dalle immagini che si accende il pensiero; e questi pensieri, a loro volta, conducono a nuove immagini». Nel progetto Human Nature il filo conduttore è la natura non addomesticata e le sue molteplici interazioni con lo spazio urbano. Né foto di viaggio né reportage, le immagini dell’artista sangallese ci appaiono come evocazioni di paesaggi incantati e immaginari, ricomposti a partire da fotografie di paesaggi reali e inospitali. Ma sono anche istantanee di un viaggio personale, scattate da un’auto in corsa o da un treno, a volte sfocate e non centrate.

Ma per Hanimann sono proprio i difetti a rendere questi scatti accurate rielaborazioni compositive che ci invitano a riflettere sulla percezione della realtà: lo sguardo dell’artista include, infatti, nell’inquadratura quelli che considera elementi grafici, come la cornice di un finestrino o il pilone di un cavalcavia. A volte i suoi boschi idilliaci racchiusi da reti e recinzioni raccontano storie misteriose, di cui sono stati teatro. La fotografia di Hanimann oscilla così continuamente tra caso e calcolo, tra tensione e distensione, tra realtà e memoria.

Summa poetica a fine percorso ci appare il maestoso dittico della serie Wilderness, opera quasi iperrealistica per la nitidezza dei dettagli, frutto dell’accostamento di più immagini stampate su tela; un richiamo alla classica pittura di paesaggio, ma anche il tributo contemporaneo alla densità caotica e al potere di imporsi della natura selvaggia in questo ipertecnologico XXI secolo.