Una trascendenza composta da algoritmi

by azione azione
15 Aprile 2026

L’immortalità digitale la garantisce un abbonamento: dieci dollari al mese. Tanto basta, oggi, per tornare a parlare con i morti. Non si tratta di evocare spiriti o di interrogare l’aldilà, ma di interagire con una simulazione: un doppio artificiale che imita voce, tic linguistici, ricordi, dopo aver saccheggiato ogni traccia lasciata online dal «caro estinto». E-mail, post, fotografie, messaggi vocali: frammenti di vita ricomposti in un avatar che risponde, consola, talvolta sorprende.

È un settore in piena espansione, e ha già un nome che suona come un ossimoro industriale: «digital afterlife industry». L’aspirazione a dialogare con l’oltretomba è un tratto ancestrale della nostra specie. Risiede nel rifiuto di recidere un legame affettivo e nella ricerca di un senso oltre il confine della mortalità. Dai riti arcaici alle pratiche esoteriche, mutano le forme ma non l’essenza.

Questa tensione abita anche la parola scritta: il percorso dantesco tra i regni dei morti è, di fatto, un lungo colloquio con le ombre. L’idea della letteratura come nekyia è centrale nel pensiero di Nuccio Ordine. Nelle sue opere, come L’utilità dell’inutile e Classici per la vita (editi da La nave di Teso) insiste sul valore dei classici e critica una visione del sapere ridotta a merce o a semplice utilità pratica. Per Ordine, leggere i grandi autori è un’esperienza profonda: significa entrare in contatto con le voci del passato, quasi evocarle.

Il termine greco nekyia, infatti, indica proprio il rito con cui si richiamavano i morti o si scendeva nell’Ade. Applicata alla lettura, questa immagine diventa molto concreta: aprire un libro vuol dire mettersi in dialogo con chi ci ha preceduto. Le biblioteche diventano così luoghi vivi, dove i «morti» continuano a parlare e a offrire orientamento ai vivi. Leggere è quindi anche un viaggio nel tempo, che rende attuali idee e riflessioni del passato. In un’epoca dominata dalla fretta e dall’ossessione per l’utile, per Ordine la memoria letteraria rappresenta una forma di resistenza. I libri custodiscono ciò che siamo stati e ci aiutano a capire chi siamo.

Oggi, tuttavia, la soglia è diversa. Non si scende negli inferi per incontrare i defunti: li si carica su un server. La trascendenza si è fatta algoritmo. Ma questa apparente consolazione ha un costo che non è soltanto economico. Psicologi e studiosi parlano di possibili «infestazioni digitali»: presenze che non si dissolvono, che continuano a notificare, a rispondere, a occupare lo spazio mentale dei vivi. Il lutto, che è anche un lento apprendistato dell’assenza, rischia di restare sospeso, inceppato in una conversazione infinita.

Non mancano, inoltre, derive inquietanti: casi di truffe in cui intelligenze artificiali addestrate su dati pubblici imitano la voce del defunto per estorcere denaro ai familiari. Qui la simulazione non consola, ma inganna; non custodisce la memoria, la mercifica. Insomma, siamo di fonte a un «lutto complicato»: il pericolo maggiore è l’interferenza con il naturale processo di guarigione. Il sostituto digitale può diventare una «droga» che impedisce di accettare la realtà della perdita. Invece di attraversare le fasi del lutto, l’utente rimane bloccato in una fase di negazione o di attaccamento a un’illusione.

E poi, un qualsiasi errore tecnico (quelle che si chiamano «allucinazione dell’IA») potrebbe far dire al defunto cose offensive o incoerenti, traumatizzando i familiari. Mentre per alcuni queste simulazioni possono essere un «ponte» temporaneo per dire addio, per la società rappresentano un terreno minato. Molti esperti chiedono regolamentazioni rigide, come limiti di età per l’uso e l’obbligo di etichettare chiaramente l’interazione come «artificiale» per evitare la confusione tra realtà e finzione.

Un’ultima domanda: chi ha il diritto di «riportare in vita» digitalmente qualcuno? Può capitare che il defunto non abbia mai autorizzato l’uso dei propri dati per creare un clone. C’è, in fondo, una differenza radicale tra far rivivere i morti attraverso i libri e farli parlare attraverso gli ologrammi. I classici tornano in vita per orientare i vivi: la parola scritta è distanza, è interpretazione, è silenzio che chiede di essere ascoltato. Gli ologrammi, invece, rischiano di colmare ogni vuoto, di abolire ogni separazione. Se la letteratura ci insegna a convivere con l’assenza, la replica digitale promette di cancellarla. Ma una vita senza assenza, senza limite, non è forse una forma più sottile di morte spirituale?