Nel libro "Crest" il fotografo inglese Stephen Kelly attraversa la Valle Onsernone con quarantasei immagini in bianco e nero
Stephen Kelly è un fotografo nato nel 1983 a Whitehaven, piccola città portuale del nord dell’Inghilterra, che si affaccia sul mare d’Irlanda all’altezza dell’Isola di Man. Il lavoro del padre lo ha portato a vivere in Nigeria, Oman e Hong Kong. Poi ha conosciuto Medea, nata in Valle Orsernone, e ora, con lei e i loro figli, vive a Locarno.
Tra il 2020 e il 2023 ha realizzato un lavoro proprio nei luoghi dell’infanzia della moglie, esposto nel 2024 al Museo Onsernonese a Loco. Ora quel lavoro è diventato un libro, Crest, pubblicato dall’editore portoghese XYZ Books. Si tratta di un volume di sole fotografie e le uniche parole che le accompagnano sono il titolo, che significa «cresta» o «crinale», un breve haiku del poeta giapponese Matsuo Bashō («Ma per un picchio / che picchia su un palo, nessun rumore / in casa») e una laconica frase finale che recita: «Fotografie realizzate in Valle Onsernone, Svizzera». Nient’altro. Nessuna didascalia, nessuna ulteriore indicazione geografica o descrizione di ciò che si vede nelle 46 immagini in bianco e nero.
Il volume si apre con una sequenza di quattro fotografie di montagna, la linea del cielo è sottile o assente, il bianco della timida neve si fa spazio tra la texture di linee formate dalla vegetazione. Il fotografo ci introduce all’interno di una casa dove l’acqua caduta da un rubinetto ha creato una piccola stalagmite di ghiaccio.
Tra gli scatti, un uomo avanti con gli anni, ritratto solo in parte: i capelli bianchi, le rughe sulla fronte, gli occhi in ombra
La sensazione di freddo è attutita, nell’immagine successiva, nella quale vediamo una visione ristretta sul caldo manto lanoso di un gregge di pecore. Ancora freddo e ghiaccio. Un’abbondante nevicata vista dall’interno di una finestra, quindi un vecchio letto di ferro coperto da una sottile trapunta.
La prima persona che incontriamo è un uomo avanti con gli anni: un ritratto di tre quarti, i capelli bianchi, le rughe sulla fronte, gli occhi in ombra. Ecco una cucina economica, accanto a un camino, attrezzi e paioli di rame appesi, la legna pronta da ardere. Quindi il primo piano di una piccola zucca tagliata a metà, che riposa silenziosa sopra un vecchio tagliere di legno.

(Stephen Kelly)
Assistiamo non tanto a una narrazione, ma a un viaggio dello sguardo che alterna vedute ampie di esterni a visioni intime di particolari di una vita rurale che ci raggiunge dal passato. La casa di pietra esposta alle intemperie fa il paio con un alveare di cui vediamo diversi scatti che ne testimoniano l’erosione e la scomparsa. Nel corso della sequenza arrivano la primavera e l’estate, con vacche al pascolo e il fieno da raccogliere. Poi torna, di nuovo, inesorabile l’inverno.
Si tratta di un libro che, per forza di cose, parla della Valle Onsernone e del suo microcosmo, spesso fermo a una vita rurale di cui restano solo le vestigia. Eppure l’autore intende portarci fuori dalla dimensione di documentazione per condurci nel suo mondo interiore fatto di silenzi e malinconie. Non importa che il lettore conosca o meno i nomi delle cime, il suono del dialetto, il profumo della terra bagnata: l’itinerario proposto da Kelly, radicato nell’alfabeto visivo di quei luoghi precisi, trascende il registro locale e approda a un discorso universale.
Questo lavoro ha preso forma negli anni della pandemia, in cui l’esperienza della solitudine, del silenzio e dell’isolamento aveva un significato preciso e contingente. Oggi i media non parlano più di curve dei contagi, numero di vittime, limitazioni e divieti, eppure queste immagini, nelle quali la pandemia non si vede, parlano di più e meglio di ciò che abbiamo vissuto allora e che, in fondo, continuiamo a vivere: non come emergenza, ma come condizione.
