Ciò che non vogliamo

by azione azione
15 Aprile 2026

Ci sono varie tipologie di NO. Ci sono per esempio i NO che aiutano a crescere, quelli a cui la psicoterapeuta infantile Asha Phillips ha dedicato anni fa un fortunato libro (I no che aiutano a crescere, Feltrinelli 5+) in cui sosteneva la necessità di opporsi alle richieste dei figli al momento giusto, quando cioè i bambini rischiano di vampirizzare i genitori o quando gli adolescenti, incapaci di autocontrollo, superano ogni limite ragionevole. Ecco che allora dovrebbe intervenire il divieto, che sarà anche frustrante, ma favorisce la crescita. Facile a dirsi, in un mondo in cui il consumo, la ricchezza, il denaro sono la misura dell’esistenza: non puoi non avere tutto ciò che desideri.

Se questo vale per gli adulti, non si capisce perché non debba valere per i bambini. È noto che, come insegnava Vittorio De Sica (6-), i bambini ci guardano. E cosa guardano? Guardano adulti impegnati nella corsa al successo, guardano adulti che identificano la realizzazione di sé con la ricchezza, guardano trionfare i miliardari dal guadagno rapido e di rapina, guardano imporsi l’arroganza e la superficialità di chi intraprende guerre promettendo eden irrealizzabili. Da questo punto di vista Pasolini non aveva affatto torto, anzi è stato profetico. Denunciava come unico scopo della società neocapitalista la moltiplicazione di una massa informe di consumatori privi di valori e di storia. Consumare consumare consumare per soddisfare (e rimbambire) noi stessi e arricchire pochi (pochissimi) altri. C’è qualcuno che riesce a contraddire la profezia di Pasolini? Si faccia avanti (6+ a Pasolini e 7+ a chi riuscirà a smentirlo).

Imponi il tuo NO a tuo figlio, proibisci al tuo pargolo l’abuso dei social, limita la sua compulsività da smartphone. Facile a dirsi. Carlo Verdelli ha scritto un libro impressionante sull’argomento (Il diavolo in tasca, Einaudi 5½), la cui tesi è riassumibile nella frase: «il cellulare inteso come smartphone è un carcere senza sbarre e noi ci siamo dentro». Abbiamo deciso di starci dentro e (ammesso che lo volessimo) non riusciamo più a uscirne. Verdelli racconta storie paradossali e angoscianti di autentica dipendenza digitale, dipendenza omicida o suicida. Storie come apologhi del nostro tempo. Il dodicenne che obbedendo a una sfida lanciata sui social finisce in coma etilico. Il bambino che obbedendo a TikTok si imbottisce di pastiglie di paracetamolo. L’incidente stradale con vari morti provocato da un autista di pullman che guidava con gli occhi sul cellulare.

Anna Lembke, psichiatra dell’Università di Stanford, sostiene che lo smartphone è una sorta di ago superficiale che inietta a una generazione iperconnessa dopamina digitale 24 ore su 24 (6 alla efficace metafora). Che fare? Basta proibire il cellulare in aula? Basta insegnare a utilizzare i social con criterio? Basta vietare i social ai minori di 15 anni come avviene in Francia? Quanta ipocrisia. Se in famiglia lo status symbol è esibire l’ultima generazione smartphone, se Steve Jobs è diventato l’icona perduta, se Elon Musk è il visionario miliardario del futuro, se le 40 auto di lusso di Ronaldo imperversano come trofei su internet, se mancano politiche sulla socialità giovanile, se la lettura viene derisa o comunque trascurata, se le nostre città sono pensate in funzione delle banche, dei quadrilateri della moda e dei centri commerciali, figurarsi se i NO sono decisivi alla crescita.

Restano tuttavia dei NO che aiutano. Non solo nella convivenza familiare, ma anche nella vita collettiva. Mutatis mutandis, forse anche il NO dell’ultimo referendum italiano può avere una sua utilità «educativa»: l’urgenza di dire basta ai politici che esagerano come ragazzini in preda a impulsi narcisistici fuori controllo, posseduti dalla più classica mania di potenza. L’ha capito anche l’Europa (4½) opponendosi alle richieste (infantili) di Trump a proposito dello Stretto di Hormuz: «No, basta così!». Il paradosso massimo è quando il NO arriva dai giovani. Vedi le manifestazioni No King (6-), ovvero il NO urlato dai giovani per porre un freno alle intemperanze dei vecchi. L’erba voglio della contestazione anni 70 è diventata l’erba non voglio. E chi l’avrebbe mai detto che Montale («ciò che non siamo, ciò che non vogliamo») potesse diventare il nuovo maestro (6) della resistenza?