Giorgia Meloni ha commesso il suo primo vero errore politico. Tante sue cose non mi sono piaciute, ad esempio quando definì le tasse «pizzo di Stato», o quando si è rifiutata di dirsi antifascista (cose che al suo elettorato non dispiacciono). Il referendum sulla giustizia è stato un errore perché molti elettori di destra, anche estrema, hanno votato no. Meloni si è intestata una battaglia altrui. Si è fabbricata da sola la trappola in cui si è infilata. I Governi perdono i referendum. Lo perse il generale De Gaulle nel 1969, un anno dopo aver stravinto le legislative. Lo perse nel 1988 il generale Pinochet, che con l’opposizione non era tenero. Lo straperse com’è noto Renzi, ma già la riforma costituzionale di Berlusconi era stata bocciata. Il motivo è semplice: le grandi riforme non si fanno con piccole maggioranze. E nessun Governo ha il 51%. Si dirà: in Italia non si votava sul Governo, ma su un quesito tecnico. All’evidenza, l’elettorato non l’ha interpretato così. Il referendum diventa un modo per sfogare, nella semplificazione del no, le frustrazioni e il malcontento, che sono sempre trasversali. Non a caso il no ha prevalso sia al Sud sia nelle ricche città del Centro-Nord.
Trump non aiuta
Non è vero che gli italiani siano sempre contrari a qualsiasi cambiamento della Costituzione. Sono contrari a quelli imposti da una maggioranza di Governo, provvisoria come ogni maggioranza. Una Costituzione che fu scritta insieme da acerrimi nemici può essere cambiata solo con un consenso ampio, in Parlamento e nel Paese. Pensare che adesso si possa e si debba andare avanti come prima, quindi a testa bassa con il premierato e con la nuova legge elettorale, significherebbe non aver compreso la lezione. Non a caso l’Italia è l’unica democrazia al mondo che cambia sistema elettorale a seconda della convenienza della maggioranza del momento. Come non capire che solo un’intesa larga potrà salvare la legge alla tornata successiva?
Finora la presidente del Consiglio ha goduto di un consenso ampio. Che uso ne ha fatto? Non ha commesso gravi errori in politica estera, anche se certo il legame con un tipo come Trump non la aiuta. Ha sterilizzato alcune spese insostenibili, dal 110 al reddito di cittadinanza generalizzato. Ma non sempre ha saputo circondarsi di una classe dirigente adeguata. Soprattutto, non ha impresso all’economia quel dinamismo e quella svolta meritocratica che aveva promesso. Ha dato l’impressione di voler piantare bandierine – compresi i centri in Albania – più che affrontare le grandi questioni del Paese. E il suo conservatorismo non ha parlato alla maggioranza delle giovani generazioni.
La giustizia non funziona
Ma sarebbe sbagliato, per la magistratura e per l’opposizione, interpretare la vittoria del no come una propria vittoria, anziché come un’assunzione di responsabilità. Perché, anche se la riforma non avrebbe inciso sui reali problemi, resta vero che in Italia la giustizia non funziona. E resta vero che costruire una maggioranza «contro» è molto più facile che costruire una maggioranza «per». Non è affatto detto che il centrosinistra vinca le prossime politiche. Meloni però deve cambiare passo. Non basta far fuori il sottosegretario alla Giustizia Delmastro, una dirigente del ministero come Giusi Bartolozzi, e la ministra del Turismo Santanché. Meloni dovrebbe evitare di lasciarsi schiacciare da Trump. E dovrebbe parlare a chi le ha votato contro: il Sud e i giovani. In Italia si fanno pochi figli; e i più istruiti vanno all’estero, anche perché gli stipendi in Italia sono troppo bassi. Chi saprà parlare ai giovani, alla loro voglia di futuro, vincerà le prossime elezioni.
Potrebbe anche essere il centrosinistra a proporre questo patto; ma per ora sembra troppo concentrato a discutere su chi dovrebbe fare il leader. Discussione molto pericolosa. I 5 Stelle nascono contro il Pd, con il «Vaffa day» organizzato non a caso a Bologna. Nell’ultimo grande comizio della politica italiana, in piazza San Giovanni a Roma, Beppe Grillo indicò il vero avversario in Bersani, vessato poche settimane dopo in streaming da Crimi e da Roberta Lombardi. Il Pd era il «partito di Bibbiano». Poi i 5 Stelle con il Pd hanno fatto un Governo, per evitare le elezioni anticipate e i «pieni poteri» per Salvini. Ma tenere insieme i due elettorati non è facile. Se poi i due leader si scontrano per stabilire chi sarà il candidato premier, rimettere insieme i cocci sarà molto difficile.