Democrazia fragile, futuro incerto

by azione azione
22 Dicembre 2025

Dal Cile agli Usa, passando per l’Europa: aumentano sfiducia e restrizioni alla libertà individuale. Speranze per il 2026

Ci si augura sempre che l’anno nuovo riceva dal precedente un’eredità positiva, ma non e certo il caso del Capodanno che si prospetta. Infatti il 2026 dovrà gestire un lascito che definire calamitoso si avvicina appena alla realtà. L’eredità è pesantissima: guerre combattute o latenti, mancati accordi di tregua, crisi economica globale, faticosa ricerca di quell’oggetto misterioso che è il nuovo ordine mondiale, un odio strisciante che guasta i rapporti fra gli Stati, fra le coalizioni, fra le alleanze, fra le persone. Tutti i problemi che il 2025 non ha saputo risolvere sono ancora in attesa di definizione, determinando conseguenze preoccupanti. Al centro della scena il restringimento degli spazi di libertà individuale che si registra in numerosi Paesi e che viene interpretato come rimedio per uscire dall’emergenza.

Il caso del Cile

È un fenomeno apparentemente inarrestabile, parte di quella crisi della democrazia di cui ormai da anni politologi e costituzionalisti, uomini di legge e di economia, stanno cercando il bandolo. Si potrebbe definire l’autodifesa dell’ordine esistente, perché come diceva il conte di Cavour in una sua amara confidenza vecchia di quasi due secoli «a governare con lo stato d’assedio son buoni tutti». Tutto cominciò con la disaffezione politica, i cittadini-elettori stanchi di registrare le mancate promesse delle amministrazioni pubbliche cominciarono a considerare inutile l’esercizio del voto. In questo modo facendo venir meno la rappresentatività delle classi politiche. Inoltre i votanti superstiti manifestarono presto la tendenza a cercare rifugio e protezione nelle forze ultraconservatrici e nazionaliste.

Tipico il caso del Cile, un Paese sconvolto dal peso dei troppi migranti clandestini e della criminalità galoppante, dove José Antonio Kast, addirittura un seguace del sanguinario ex-dittatore Augusto Pinochet al quale esplicitamente si ispira, è stato eletto presidente con una maggioranza schiacciante. Ha promesso una politica basata sulla chiusura delle frontiere, l’espulsione dei clandestini, una lotta senza quartiere contro la criminalità. Quanto alla disaffezione elettorale, colpisce soprattutto in Europa, in particolare nell’Unione europea, aprendo angosciosi interrogativi. Se la gente non va a votare, o lo fa soltanto un terzo dei potenziali elettori, è evidente che i rapporti di forze ne usciranno pesantemente alterati. Che razza di Parlamento scalderà gli scanni di Strasburgo? Che razza di visione potrà applicare al suo lavoro politico? Non sorprende di certo che sia i singoli Stati dell’Unione, sia l’Unione stessa, siano direttamente investiti dalla democrazia in crisi.

L’era della postdemocrazia

La sfiducia popolare negli organi elettivi diventa così il problema numero uno, e la tentazione dei Governi di usare le maniere forti si fa sempre più incalzante. Si moltiplica in tanti Paesi, indipendentemente dalla collocazione politica e ideologica, l’adozione di misure limitative della libertà del singolo, non proprio lo stato d’assedio di cui parlava Cavour, almeno finché dura questa specie di pace, ma qualcosa che sembra procedere nella stessa direzione. E così risuona una volta ancora l’eco della massima ironica e sferzante di Winston Churchill, che precedette di pochi decenni gli sviluppi che oggi le cronache rendono così attuali: «La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre già sperimentate».

Mentre la democrazia cerca come può di sopravvivere alle emergenze, e si fa strada la corrispondente tentazione di venirne a capo mettendo da parte le garanzie democratiche e rendendo asfissiante il controllo sui cittadini, i controversi ritocchi al meccanismo del potere si trascinano stancamente nel quasi totale disinteresse delle opinioni pubbliche. Il politologo britannico Colin Crouch ha varato un neologismo che la dice lunga sul tema, postdemocrazia. È il sistema in cui a muovere le leve politiche non sono più i Parlamenti, i partiti, le coalizioni, i rapporti fra gruppi parlamentari di maggioranza e opposizione, ma le lobbies, in particolare i potentissimi gruppi di pressione delle grandi multinazionali, oltre alla maggior parte dei mass-media e dei supporti tecnologici, che se ne fanno interpreti.

La crisi della democrazia e l’avvento della postdemocrazia si presentano agli occhi degli analisti non soltanto come conseguenza ma anche come causa del malessere politico. Lo schema è abbastanza semplice; i Governi nel panico si sentono accerchiati dalle forze del dissenso che li accusano di deriva autoritaria e tentano di reagire con una durezza che considerano imposta dalle circostanze, per esempio limitando o smantellando lo stato sociale per ricavarne risorse finanziarie. Immediatamente il mondo dell’alta finanza si precipita a occupare ogni spazio vacante per assicurarsi sempre più potere. Il fenomeno si registra con particolare evidenza negli Stati Uniti dove il presidente Donald Trump evita di affrontarlo e anzi secondo l’opposizione democratica e coloro che lo contestano all’interno della sua stessa parte politica, non esita a incoraggiarlo. Al punto che c’è chi teme il sorgere di un autoritarismo americano.

Insomma in questo 2026 che si avvicina il mondo dovrà affrontare tutti i problemi che il 2025 ha lasciato irrisolti e che il troppo tempo trascorso ha vistosamente aggravato. Auguriamoci che almeno si risolva il capitolo essenziale della tregua e della pace nel conflitto ucraino. E che incoraggiata da un simile sviluppo un’opinione pubblica internazionale finalmente motivata si liberi della sua apatia, della carica di odio che ci opprime, delle incomprensioni e dei luoghi comuni, e sappia reagire riscoprendo la politica e facendola propria. Utopia? Può darsi, ma non si vedono alternative, e in questi casi perfino l’utopia può diventare una strada percorribile. Basta non farsi troppe illusioni: il cammino sarà tutt’altro che agevole, eppure non si tratta soltanto di salvare la democrazia. Si tratta, né più né meno, di salvare il mondo.