Colpo critico speciale: in un’estate assediata da notifiche e immagini da postare, il gioco da tavolo diventa spazio condiviso, esercizio d’immaginazione e resistenza silenziosa
Come saranno le vacanze del futuro? Se lo chiedevano già Fruttero & Lucentini nel 1994, paventando la nascita delle virtual holidays, come una sorta di grandioso videogioco in cui «i benzinai serviranno sulle autostrade viaggiatori virtuali, gli albergatori ospiteranno comitive virtuali, i bagnini salveranno bambini virtuali, i pizzaioli nutriranno le tavolate di divoratori virtuali, e per tutta l’estate gireranno immense somme di denaro virtuale» (Breve storia delle vacanze, Mondadori, 1994). Gli autori aggiungevano: «La sola cosa non virtuale resteranno, ovviamente, le tasse». In realtà, nonostante l’avanzare dell’intelligenza artificiale, ancora l’estate accende ingorghi concreti sulle autostrade. Bisogna dire però che i viaggi talvolta sono un espediente per portare un tocco di esotismo nei nostri social network. Gli occhi saranno pure lontani dagli schermi dei computer, ma continuano a fissare quelli dei telefoni, alla caccia di selfie davanti al mare o sulla cima di una montagna.
Le vacanze dovrebbero dilatare il tempo. Non a caso la parola proviene dal latino vacuum, cioè vuoto. È un vuoto benefico, che ci riporta a quei pomeriggi di luglio dell’infanzia, quando la scuola era uno sbiadito ricordo e la parola «settembre» più remota della luna. L’assedio del virtuale ci consegna invece a un ritmo scandito, fatto di notifiche e di messaggi. Ecco allora che i giochi da tavolo possono diventare un modo per tornare a quel tempo perduto, non solo perché fungono da madeleine proustiana (ah, l’odore delle carte da gioco, il suono dei dadi sul tavolo di legno!) ma anche perché ci obbligano a sederci insieme davanti a oggetti concreti: dadi, appunto, e pedine, pezzi di legno o di carta. I giochi da tavolo non saturano la fantasia con la continua connessione. Al contrario, inducono a guardarsi negli occhi, a misurare i propri gesti, a creare insieme un mondo immaginario a misura d’uomo.
Oggi le occasioni per giocare sono molteplici. Il boom del settore ha portato alla nascita di migliaia di titoli adatti a ogni circostanza, oltre che alla fioritura di eventi e festival ludici. Nel Canton Ticino, per esempio, i volontari dell’associazione Giochintavola saranno presenti a Longlake, dal 10 al 27 luglio. Nella postazione sul lungolago di Lugano, di fianco alla chiesa di santa Maria degli Angeli, condivideranno gratuitamente la loro competenza e i loro giochi.
L’offerta è cresciuta parecchio rispetto alla mia infanzia, quando nei lunghi pomeriggi di pioggia si rispolverava l’eterno Monopoly. La primissima versione risale addirittura al 1902, creato dalla dattilografa e inventrice Elizabeth Magie (già depositaria del brevetto per il ritorno automatico nelle macchine da scrivere). Il gioco venne pubblicato però solo nel 1935 e suscitò varie dispute legali sui diritti d’autore. Oggi ne esistono più versioni: quella classica svizzera, con la costosissima sosta in «Zürich Paradeplatz», è pubblicata dalla Hasbro. L’autrice aveva creato Monopoly con intenti anti-capitalistici, per mostrare come il liberismo renda i ricchi più ricchi e i poveri più poveri. Questo però rischia di rendere le partite senza fine: quando cominci a perdere, non hai più speranze.
A chi amasse queste atmosfere consiglio un altro gioco che ricrea l’ambiente teso dei mercati e della borsa: Stockpile (Brett Sobol, Seth Van Orden, Nausoo Games, 2015). I partecipanti, da tre a cinque, acquistano pacchetti di azioni, scegliendo se puntare tutto su una start up rischiosa ma redditizia o se investire nell’industria dell’acciaio che è sempre solida. Rispetto a Monopoly, il gioco è più veloce e meno farraginoso, ma permette comunque di arricchirsi a spese dei propri amici e famigliari… Alla fine si prova una certa forma di liberazione anche nel perdere, nel ritrovarsi a secco dopo il fallimento della Cosmic Computers. È un sentimento simile alla catarsi che aiutava gli spettatori delle antiche tragedie greche ad abbandonare i residui delle passioni nefaste.
Spesso consideriamo le vacanze come un’occasione per ripartire, per purificarci, grazie a viaggi fisici ma pure culturali: libri, film, musei. Certamente il gioco, in questo senso, è un fenomeno simile all’arte. L’attività ludica infatti stimola il pensiero e ci strappa alla routine, ma soprattutto «affascina e racchiude un mondo nel suo linguaggio figurato» (Johan Huizinga, Il gioco nella cultura, 1933, Casimiro, 2018). Questo non accade solo con i giochi simulativi o di narrazione, ma anche in una partita a nascondino o in una sfida a briscola o a scopa.
A parte gli appassionati, oggi a giocare a carte sono spesso i bambini o gli anziani. Forse perché, oltre al tempo libero, hanno sufficiente candore (i giovani) o esperienza (i vecchi) per trarre piacere dalla raffigurazione simbolica della vita che si cela dietro a ogni sfida a rubamazzetto, tressette o scala quaranta. Oltre ai giochi tradizionali, ne consiglio uno che rivisita i classici con ironia: Surfosaurus MAX (Ikhwan Kwon, Loosey Loosey Games, 2023). Accoglie da due a sei persone, dura solo una ventina di minuti ed è uno strano miscuglio fra cooperazione e opportunismo. I partecipanti si alleano per creare delle combinazioni di numeri in scala, come a ramino, sapendo che vincerà solo la più lunga: bisogna perciò convincere gli altri a giocare carte del proprio colore. Ogni trucco è consentito. Oltre a essere divertente, il gioco induce a riflettere su alcune particolari dinamiche sociali e psicologiche, il che non guasta.
Surfosaurus MAX è colorato, dinamico, allegro. L’ambientazione è assai particolare: rappresenta un gruppo di dinosauri che, in vacanza, si dedicano a fare surf. Perché questa bizzarra scelta tematica? Chissà, forse l’autore voleva suggerire che, per non estinguerci, dovremmo imparare a prendere la vita con calma e a goderci il vacuum, il tempo dell’ozio. O forse no. Ma nei giochi come nell’arte, ognuno trova il senso che più gli assomiglia. E io questa estate non voglio perdermi l’occasione di cavalcare le onde insieme a un brontosauro.
