In un documentario di Villi Hermann, il viaggio di uno scrittore sulle tracce del nonno internato, tra incontri, fatica e riflessioni sul senso della memoria
È mattina presto. La luce del sole di metà giugno fatica a raggiungere il sentiero che percorre in lunghezza un’isoletta del fiume Adda all’altezza di Fara Gera d’Adda. La vegetazione ha creato una sorta di galleria intorno al tratto dove lo scrittore ticinese Fabio Andina raggiunge l’autore Erri De Luca. Un incontro tra due camminatori, il primo con scarpe da ginnastica comode che indossa da quasi quaranta giorni, percorrendo più di 800 chilometri, e che mostrano i primi segni di usura; l’altro, con sandali con i quali ha affrontato strade che non misura e che utilizza anche in montagna, persino nelle scalate. Erri De Luca, napoletano che ha vissuto in tanti luoghi e ha fatto tanti lavori prima di diventare uno dei più affermati letterati italiani, ha affrontato più volte l’Himalaya, anche con gente da ottomila, come la coppia Nives Meroi e Romano Benet con i quali ha pubblicato libri.
Andina affianca il collega e avvia un lungo dialogo sul camminare e sulla memoria che si conclude quasi a filo del corso d’acqua. De Luca sottolinea l’importanza del cinema nel costruire la memoria, citando Charlie Chaplin e il suo insistere su «fame, povertà ed emigrazione». È uno dei momenti più importanti del documentario Da Mauthausen a Cremenaga che Villi Hermann ha appena finito di girare seguendo Andina nel percorso sulle tracce del nonno, internato nel campo di concentramento austriaco liberato il 5 maggio 1945 e tornato a casa a piedi il 6 luglio. Una storia che il nonno, Giuseppe Vaglio, non aveva mai raccontato e che il nipote ha ricostruito sulla base dei documenti trovati e descritto nel libro Sedici mesi (2024, Rubbettino editore; tradotto da Rotpunktverlag di Zurigo). Un lavoro che gli è valso il Premio svizzero di letteratura 2025, consegnatogli mentre era in cammino, tanto da riceverlo in videocollegamento con le Giornate letterarie di Soletta.
La ripresa della camminata fianco a fianco viene ripetuta più volte, tra campane che battono le ore e aerei che atterrano o decollano dai vicini aeroporti di Linate e Bergamo e ne disturbano il suono, e alla ricerca delle inquadrature e delle luci giuste, affidate alla giovane e determinata direttrice della fotografia Giada Cappa, con la collaborazione di Alberto Meroni.
Il dialogo è improvvisato a partire da un paio di temi fissati, alla ricerca della naturalezza, ma Hermann è regista attento ai dettagli e con le idee chiare. De Luca, che pochissimi passanti riconoscono lungo itinerari ciclabili e pedonali parecchio frequentati, è arrivato apposta, si presta di buon grado ai ritmi della piccola troupe, non si atteggia a star, aspetta con pazienza i momenti giusti e parla il necessario.
Andina è un po’ emozionato e affaticato dal viaggio, senza farlo troppo trasparire e resta concentrato sulla scena, una di quelle già scritte e previste, tanto da aver effettuato un sopralluogo nei mesi precedenti. Sarà più rilassato quando a fine mattinata riprendiamo la strada a piedi lungo il Naviglio Martesana verso Gorgonzola, la città nota per il formaggio e per la fuga di Renzo ne I promessi sposi.
È uno scrittore sulla cresta dell’onda, Andina, almeno nel panorama elvetico, ma sembra non farci caso, guarda avanti, mentre i piccoli passi somigliano a quelli di ogni giorno sulle strade. Era partito per affrontare 820 chilometri, ma la distanza è cresciuta e alla fine si aggirerà sui 900: «In molti tratti la via più breve era molto trafficata, oppure mi sono spostato su lati delle valli in ombra per stare più al fresco» spiega.
L’idea del cammino era nata a Mauthausen, per rifare in 45 giorni il percorso del nonno, alto e magro proprio come lui. Da qui il documentario con l’instancabile ottantaquattrenne regista di San Gottardo e Bankomatt, insieme al quale ha scritto la sceneggiatura da un suo racconto contenuto nella raccolta Sei tu, Ticino? e che diventerà un lungometraggio l’anno prossimo.
Per quanto ben preparato, il viaggio non è stato agevole, se si considera il maltempo dei primi giorni, il traffico di camion, l’attraversamento delle rotonde e il cibo, essendo vegano. Tra i bei ricordi, l’interesse di chi, soprattutto in Austria, si è incuriosito e si è mostrato ospitale; tra i meno belli, la spazzatura lungo le strade, soprattutto nel tratto italiano, anche con animali morti lasciati a terra. L’interesse per uccelli e piante ai bordi del tracciato l’ha aiutato a rompere la monotonia dell’incedere.
Dirigendoci verso Milano, che sarà una delle ultime tappe del percorso, espone il metodo di scrittura, fatto della definizione di un’idea, seguita da settimane e mesi di pensiero ed elaborazione (spesso camminando in Valle di Blenio, partendo dalla sua casa a Leontica, o chiacchierando con gli anziani residenti), prima di scrivere quasi di getto in poco tempo. Dopo il rientro lo attendono incontri e conferenze soprattutto in Svizzera tedesca («sono più seri e organizzati»), mentre la prossima pubblicazione è già pronta e attende i tempi editoriali.
Nel frattempo sarà ultimato Da Mauthausen a Cremenaga, che vede tra i testimoni anche Rudolf Popper, l’ultimo svizzero sopravvissuto ai lager, e la scrittrice Anna Foa, e altre persone incontrate per strada.

