Il pianista ticinese ha pubblicato di recente il suo nuovo album Dreams and other Stories con l’etichetta Altrisuoni
Possiamo considerarlo uno dei padri nobili del nostro panorama musicale, e forse lui riderà della definizione. Giulio Granati è una persona estremamente affabile e piena di senso dello humour, ma è certamente uno dei musicisti che, alle nostre latitudini, si è impegnato con grande energia e costanza per concretizzare il suo pensiero. È attivo da decenni ormai, ma lo smalto è sempre quello. Il suo ultimo disco lo dimostra e anzi dà testimonianza di una ulteriore maturazione, una nuova autorevolezza che, forse, si può raggiungere solo con l’età. Ne abbiamo parlato con lui.
Giulio Granati, il suo ultimodisco mi fa venire in mente Dave Brubeck.
Il suo suono è diventato assertivo, lapidario, quasi classico. Devo dire che a Brubeck non mi sono mai avvicinato. Però quello che dice è un po’ vero. Io ho una cifra, diciamo stilistica, che è quella per cui sono riconoscibile e questo tra l’altro mi fa piacere perché un giorno ho deciso di smettere di inseguire i musicisti americani, come di solito si fa. E ho attinto dal background classico, cioè dalla tradizione europea, che è sicuramente più ricca di quella americana e poi ha influenzato comunque anche il jazz americano. Ho unito le due cose e ho creato questa mia cifra personale.
Il nuovo disco arriva dopo unperiodo di assenza piuttosto lungo.
È successo dopo il disco registrato con il sestetto, in cui suonavano Danilo Moccia, Max Pizio, Silvano Borzacchiello, Stefano Romerio e Ivan Lombardi…
Un best of del Ticino…
Eh sì, insomma un po’ il gotha del jazz ticinese… Beh, sono entrato in un periodo di crisi. Inizialmente perché mi sono scontrato con una realtà della quale alla mia età mi ero stufato, cioè di discutere sui cachet per musicisti di quel livello. Addirittura una volta un club nella Svizzera francese mi ha detto: «Abbiamo ricevuto il vostro disco, molto bello, vi vorremmo nel nostro club ma potete venire in quattro?». Davanti a queste cose sono rimasto di stucco. Poi l’elemento principale è stato il mio lavoro parallelo. Ho lavorato per anni come pianista entertainer, un impegno che mi aveva prosciugato. Ho passato dieci anni, forse di più, senza più scrivere una nota e senza più sedermi al pianoforte per il piacere di suonare, suonando solo per lavoro. Quando mi sono reso conto di questo ho smesso completamente. Sì, sì, ho smesso completamente e sono rinato. Devo dire che la spinta a riprendere me l’ha data la RSI quando mi ha commissionato un brano. Nel periodo del Covid hanno fatto una trasmissione su musicisti, esecutori e compositori ticinesi e mi hanno proposto di scrivere un pezzo per una pianista classica. Da anni non scrivevo più una nota, ho detto: «Non so se lo farò». E invece quello è stato l’input che mi ha fatto scrivere il Dream 22.
I Dream erano una caratteristica dei suoi primi dischi…
Una trentina d’anni fa, ai tempi di Across My Universe, una notte ho sognato una melodia. La mattina appena mi sono svegliato ho bevuto il caffè e l’ho scritta e l’ho intitolata A Dream perché era stato un sogno. Questo episodio nel corso di 30 anni si è verificato diverse volte. Sono tutte melodie sognate, poi chiaramente elaborate al momento, e li ho semplicemente intitolati Dream numero 1, 2, 3 fino al 27.
Ma lei sogna che sta suonandoo sogna di sentire la musica?
Sogno di sentire la melodia. Mi sveglio con questa melodia in testa e la scrivo. Sono essenzialmente composizioni per piano solo. Quando è nato il progetto con Francesco D’Auria e Antonio Cervellino mi sono detto: «Quasi quasi scrivo un arrangiamento per trio». E lì ho ricominciato a scrivere. È nato il disco Dreams and other Stories. Sono pezzi nuovi e altri presi dal passato: c’è Blue Blues che avevo eseguito in un disco intitolato Music in Time, che è uno dei primi dischi che ho inciso. Il resto sono tutte composizioni nuove e appunto, ci sono i nuovi Dreams, scritti proprio per trio e sono pezzi scritti nota per nota come una composizione classica. Naturalmente, ai musicisti lascio poi la libertà interpretativa.
Ecco cosa intendevo: il disco mi sembra brubeckiano, perché ha quello stesso rigore nell’esecuzione, quasi classica.
Sì, è vero: il tema è quasi una partitura classica. Avrei potuto intitolarlo Trio numero 1. Le Other Stories sono invece composizioni più di matrice jazzistica, un linguaggio prettamente jazzistico.
Cosa chiede ai suoi partnermusicisti? Di leggere benela partitura o di aggiungerequalcosa ai suoi brani?
Per prima cosa chiedo loro se piace quello che ho scritto. Se è così, partecipano volentieri al progetto. Quando ho realizzato i due dischi in quartetto, la casa discografica mi propose di andare in tournée con Charles Lloyd, che era in giro e avremmo potuto averle per pochi soldi. Io ho rifiutato per due motivi: primo perché una volta fatto il disco, si va in tournée con chi ci ha suonato. Preferivo avere con me qualcuno che suonasse non solo per il nome o per il prestigio. In quel caso ho preferito il sassofonista Michael Rosen, col quale mi trovavo benissimo, anche sotto il profilo dell’amicizia. Così tutti i miei gruppi sono stati fondati sul rapporto umano. Tutti i musicisti che hanno lavorato con me sono stati coinvolti perché piaceva loro il progetto. Io scrivo le parti, ma poi i pezzi nascono suonando insieme. Sono tutti progetti condivisi.
Cosa si aspetta da questo disco?
Mi aspetto di continuare a scrivere… se penso a quando avevo iniziato a suonare, ero una macchina da guerra, con la penna in mano. Poi non ho più scritto, addirittura mi capitava di ascoltare i miei dischi e pensare «ma perché non mi vengono più idee?». Adesso invece ho ripreso. Poi sono contento del trio, ci troviamo bene, ci divertiamo, anche quando non suoniamo, per cui mi aspetto di continuare a divertirmi. Anche perché devo confessare che mentre per tutta la vita ho suonato per la gente, adesso suono per me: è una cosa diversa, non ho più la paranoia. Suono per me, per la gioia di suonare con amici. Avrà notato che sul disco non c’è scritto solo Giulio Granati ma i nomi di tutti i musicisti: perché siamo un gruppo, un’entità.
Che musica sta ascoltando adesso, di questi tempi?
Ascolto generalmente musica classica o musica jazz. Più jazz, devo dire. E io ascolto moltissimo non solo i pianisti, ascolto anche i nuovi trio e sento diverse cose. Alcune sono belle. Sono molte quelle ricchissime di tecnica e virtuosismo, ma che comunicano poche emozioni.
Non sono un po’ tutti uguali? Uniformati allo standard Jarret?
No, tutti uguali, no. Però c’è da dire che di capiscuola rimangono ancora Bill Evans, e poi se andiamo ancora a guardare prima i vari Bud Powell eccetera. Lo stesso Jarrett, il trio di Jarrett, se non ci fossero stati prima Bill Evans, Oscar Peterson, cosa avrebbe potuto fare? Comunque lui ci batte tutti. Devo anche dire che una delle mie formazioni preferite è il piccolo combo, non il trio. Tutt’al più quartetto, quintetto. Ecco, quel tipo di suono è la musica che ascolto di più.
Le piace la Big band? Ha tentato di percorrere quella strada?
No, ma una volta ho scritto un Concerto per Quartetto jazz e Orchestra Sinfonica. Lo scrissi in occasione del 15º anniversario della morte di Miles Davis e si intitola Miles in the Sky. L’abbiamo eseguito a Lugano. Non c’è su disco perché sarebbe stata una produzione di costi elevatissimi. C’è la registrazione fatta alla radio: l’abbiamo eseguito con l’OSI e poi l’ho eseguito anche in Italia con l’Orchestra Italiana a La Spezia. Vai su YouTube: Granati, Miles in the sky… Il titolo è come il disco di Davis, però inteso qui come una jam session celeste: è un incontro immaginario tra Miles Davis e i grandi classici.
Le piace Miles?
Sì. Quello del periodo elettrico mi piaceva di meno, anche se, insomma, sì, ci sono state delle cose molto belle. Però il Davis che amo di più è quello che arriva fino al punto di non ritorno di Kind of Blue. Riconosco comunque il genio di Miles Davis, la sua capacità di tracciare sempre nuove sonorità. Insomma, tutti i grandi vengono da lui, da Herbie Hancock ai Weather Report, a Wayne Shorter. Io ascolto di tutto: chiaramente prevale quello che ritengo il mio faro, Bill Evans, sicuramente. Devo dire che io ho iniziato col jazz ispirato da Oscar Peterson perché venendo dal classico il pianista che mi impressionava di più era quello con la tecnica più brillante, per cui quando ho cominciato cercavo di imitarlo. Poi ho scoperto Bill Evans, sono stato folgorato. In seguito Jarrett: sono i pianisti che ascolto più volentieri.
Ci parli del suo nuovo gruppo…
È nuovo fino a un certo punto perché con Franchino D’Auria ci conosciamo da quarant’anni. Con lui ho già fatto altri dischi. Siamo amici da anni. Poi ho conosciuto Antonio Cervellino durante una trasmissione televisiva. Suonava nella Big Band. Siamo diventati amici, quindi è una new entry perché più giovane, della nuova generazione. Ci siamo subito trovati in sintonia sotto il profilo umano.
Volevo chiederle la differenza tra il gruppo con cui ha fatto il primodisco e quello di oggi: come è evoluto il ticinese in questi 40 anni?
Beh, Across my Universe era il primo disco in trio e devo dire che è anche uno dei dischi che ha avuto maggiori riconoscimenti. Mi ricordo che avevo ricevuto un CD da Los Angeles con un’ora di trasmissione su questo disco, realizzata da una radio americana. La forza di quel disco era forse data dal fatto che eravamo tre musicisti completamente diversi e ne era nata una musica molto particolare, fatta di tre modi di suonare diversi tra loro.
E il modo di suonare dei musicisti di oggi?
I musicisti si sono evoluti tecnicamente, se pensiamo a quello che si fa oggi con un contrabbasso e non si faceva negli anni 30 o 40; la stessa cosa vale per il piano e per la batteria. La capacità tecnica è aumentata perché c’è più studio, mentre una volta il jazz era una musica spontanea che nasceva da un contesto sociale particolare. Oggi se non studi non suoni. I musicisti di oggi sono tutti tecnicamente molto bravi, dei mostri di bravura, poi tante volte ti viene da dire «sei bravissimo, ma non mi fai sentire un po’ di musica?». Questo capita frequentemente. Comunque i musicisti sono migliorati: per tutti gli strumenti la tecnica è migliorata.
