Libri: Pirovano tra Dante e l’iconografia della suprema virtù teologale
«La Vita nuova è un grandissimo libro. Non bisogna stancarsi di ripeterlo». Così disse Michelangelo Picone durante una lezione del 2008 su modelli e antimodelli della Commedia (il testo si trova nel secondo volume delle Lezioni bellinzonesi, uscite presso Casagrande). Credo che di quell’appassionata dichiarazione, buttata lì come un inciso nel discorso, andrebbe fatto tesoro anche e soprattutto nel mondo della scuola (Picone stava pur sempre parlando in un liceo). Ho infatti l’impressione che il libello dantesco serva più che altro – se va bene, e io sono il primo colpevole – a completare il discorso sullo Stilnovo e a far venire agli studenti l’acquolina in bocca per le cose davvero serie (il poema, appunto). Del resto, per chiudere con gli aneddoti, anche il programma dei miei esami di laurea prevedeva per Dante lo studio di un certo numero di canti della Commedia «e di un’opera minore» (corsivo mio).
A ricordarci il valore della Vita nuova, oltre al monumentale commento che ne ha fornito per la NECOD, è l’ultimo lavoro di Donato Pirovano, La nudità di Beatrice. Lo schema seguito (oltre alla capacità di conciliare rigore filologico e limpidezza di dettato) non mi pare dissimile da quello su cui è costruito Amore e colpa. Dante e Francesca (sempre per Donzelli): un’indagine sull’amore che da ereos evolve in agápe o caritas a partire da un centro focale (là Inferno, V; qui il sonetto A ciascun’alma presa e gentil core) dal quale muovere e al quale tornare attraverso riferimenti ad altre zone dantesche e ad altri testi di varia natura (letterari, medici, filosofici, scritturali).
Il sonetto che apre la Vita nuova è noto. Dante chiede agli innamorati di nobile sentimento di interpretare un sogno: mentre dorme, all’improvviso appare davanti ai suoi occhi Amore. Inizialmente, questi sembra lieto: tiene in mano il cuore ardente del poeta e tra le braccia la sua donna addormentata, avvolta in una stoffa preziosa. Subito dopo, però, Amore sveglia la donna, la nutre con quel cuore e se ne va, in lacrime.
Nel racconto che precede il sonetto, Dante rivela di averlo composto all’età di diciotto anni, quando Beatrice lo salutò per la prima volta, e quindi almeno dieci anni prima della stesura del libello (ma la questione è filologicamente complessa). Alla sollecitazione di Dante (strutturata, come volevano i coevi manuali di epistolografia, in salutatio, petitio, e narratio) «risposero per le rime» almeno tre poeti.
Dante da Maiano replica (forse a distanza di anni: altra questione complessa) come farebbe un medico, considerando cioè l’Alighieri malato di amore ereos (e sui rapporti tra poesia amorosa delle origini e medicina restano cruciali gli studi di Natascia Tonelli).
Terino da Castelfiorentino (meno probabilmente Cino da Pistoia: ennesima questione complessa), costruisce la propria risposta, ricca di tessere guinizzelliane, sul tradizionale carattere bifronte di amore, fonte di letizia e di dolore.
Infine, Guido Cavalcanti legge il brusco cambiamento di atteggiamento di Amore nella visione come conferma della sua natura spietata: lieto nel sogno, crudele nella realtà. E andrà qui almeno marginalmente notato come, in fin dei conti, si torni sempre al nodo dei rapporti con il «primo amico» Guido, la cui opera (risposta a Dante compresa) Pirovano suggerisce di accostare in modo meno monolitico. Nessuno, dice Dante, ha saputo interpretare correttamente un enigma che «ora è manifestissimo a li più semplici», e che Pirovano – grazie al cruciale dettaglio dell’ascesa «verso lo Cielo» di Amore e di Beatrice (assente nella rima estravagante, presente nel racconto vitanovistico) – propone di leggere come transustanziazione della passione; come eternalizzazione di un amore che da ereos si fa agápe e che è possibile comprendere solo nella rielaborazione, attraverso il «libro della memoria», di tutta l’esperienza beatriciana.
Dante indica del resto sin dall’inizio che si tratta di un amore salvifico: passione e salvezza si saldano, e non poteva essere altrimenti, nella figura di «colei che dà beatitudine». Se la Vita nuova è costruita su questa linea teleologicamente orientata, mi permetto di aggiungere alle considerazioni di Pirovano, e seguendone la prospettiva, l’opportunità di insistere sui rapporti tra A ciascun’alma presa e gentil core – sonetto incipitario e vera e propria mise en abyme dell’intero libello (come già notato da Furio Brugnolo) – e Oltre la spera che più larga gira, rima di chiusa. Testi liminari che, con i loro punti di contatto, fissano – in modo icastico e circolare – gli estremi del percorso provvisoriamente definitivo di Dante all’interno del libro. L’agens si trova infatti in entrambe le situazioni nell’impossibilità di comprendere appieno le parole di un ente caratterizzato dal movimento verticale, con la cruciale differenza che a quello di Amore verso il Cielo corrisponde il percorso di ascesa e ritorno del «peregrino spirito», in analogia quindi con l’amore agápe, che da Dio viene e a Dio ritorna.
Beatrice diventa pertanto icona della Carità, e proprio nel periodo in cui le rappresentazioni italiane della suprema virtù teologale aggiungono a quella dell’amor proximi, tradizionalmente reso con la cornucopia, la componente dell’amor Dei. Pirovano segue questa evoluzione iconografica, cautamente ipotizzandone la scintilla originaria proprio nel sonetto dantesco, come peraltro già annuncia la seconda parte del titolo del libro: Dante, Giotto, Ambrogio Lorenzetti e l’iconografia della Carità. Assistiti da un ricchissimo e meritorio apparato di immagini, ci si muove tra rappresentazioni che offrono a Cristo un cuore ardente (Cappella degli Scrovegni), da cui può addirittura scaturire un nutrimento igneo (tabernacolo della Madonna di Orsanmichele), e icone dalle nudità coperte solo da un velo leggerissimo (Maestà di Massa Marittima). Insomma, proprio i tratti che caratterizzano la visione di Dante.
Ciò che però maggiormente conta è che a una (rettamente orientata) vita nuova deve corrispondere una poesia nuova, che nasce nel momento della negazione del saluto da parte di Beatrice e che alla morte dell’amata, quando tradizionalmente si spengono il sentimento e il canto, sappia resistere. La formalizzazione cioè di quell’amore disinteressato che a Dante – amico vero, «e non de la ventura» – ritornerà nel secondo canto dell’Inferno, quando Beatrice soccorrerà il pellegrino chiedendo l’intervento di Virgilio: «amor mi mosse, che mi fa parlare». Non appare quindi casuale, in questa prospettiva, che Dante chiuda la Vita nuova annunciando un’altra opera, in cui «più degnamente» dire e trattare dell’amata: due verbi tecnici del codice retorico e poetico che torneranno, insieme, proprio nei primissimi versi della Commedia (Battistini). Ma questa è davvero un’altra storia.
