In Tunisia, nell’area di Sfax, si incontrano migranti che aspettano di attraversare il Mediterraneo e non hanno i soldi per pagare gli scafisti ma non solo…
La sete ancor prima della fame. E col passaparola tra i mediatori, dai balordi giù giù fino ai ragazzini – in Tunisia il traffico dei migranti è un esteso, florido, generazionale settore come la droga della camorra – gli scafisti vanno ripetendo che in questi giorni abbondano gli sconti: 3500 dinari tunisini, circa mille franchi svizzeri, contro i soliti 5-6000 per raggiungere Lampedusa. «Affrettatevi, le temperature stanno calando e il mare si agiterà». Cosa importa se, come avviene da luglio, il Mediterraneo fa riemergere i corpi di bambini naufragati e fuori dalle statistiche ufficiali dei deceduti, dalle conte dei Governi e delle Ong? «Forza, forza, affrettatevi». Ma con quali dannati soldi?
Nell’area di Sfax, amata dagli imprenditori giapponesi della pesca per la maestria locale nel braccare il tonno rosso, a tre ore di macchina dalla capitale Tunisi verso sud, tra le poche strade asfaltate e le coste dei barconi sorgono infiniti oliveti che sarebbero la via di mezzo. Quella dell’attesa della chiamata per attraversare il mare, con il trasferimento al litorale a bordo di camion e l’immediata salita sulle imbarcazioni. Sono invece aree di sosta. Eterna. I migranti nemmeno hanno 3 dinari tunisini (80 centesimi di franchi svizzeri) per comprarsi una bottiglietta di minerale, figurarsi versare il biglietto agli scafisti. I piccoli del Congo, della Sierra Leone, del Burkina Faso, del Benin, del Camerun, ci corrono incontro mimando con il pollice in bocca l’urgenza di dissetarsi. In Tunisia negli scorsi mesi la siccità ha strozzato l’agricoltura e senza agricoltura il Paese si ferma. Alle forniture di farina sta provvedendo la Russia di Putin. Mancherebbero anche certi medicinali specie per i tumori, le principali scorte venivano da Israele e tutto è bloccato, s’intende. E mancherebbe personale d’ogni sorta – medici, infermieri, psicologi – che si occupi di questa popolazione reduce da migliaia di chilometri nel deserto (quanti siano per davvero nessuno lo sa né saprà) che giace accampata e ancorata all’elemosina. All’inizio i migranti dell’Africa subsahariana pensavano che il Nordafrica sarebbe stato il passaggio più rapido, meno ostico, e invece, sul versante libico, gli arresti, i lager, il tempo perduto – anche tre anni piantati lì – e invece, sul versante algerino, i posti di blocco dei banditi che derubano, violentano, torturano…
Si diffonde un profondo senso d’impotenza, a girare fra questa gente, a domandare e ascoltare, con bambini grandicelli che neanche si sono regalati un solo giorno di scuola: da quando ancora erano in età da scuola dell’infanzia stavano in cammino con mamme e papà, e hanno continuato a marciare subito prima e subito dopo la venuta al mondo dei fratellini. Partoriti nelle oasi. Di nascosto, nel terrore piombasse un miliziano, uno sbandato, uno sciacallo qualunque. Eppure questo scenario risulta perfino parziale. Come in ogni comunità umana vi sono le differenze, e non appaia offensivo, di ceto sociale. Ai poveri per appunto privi d’ogni risorsa economica si contrappone un’altra tipologia di migranti. Quelli che il denaro lo hanno. E parecchio. Basta posizionarsi nei bar che frequentano, e osservare. Cellulari di recente produzione, auricolari ultratecnologici, sigarette elettroniche, playstation portatili, la consumazione di pasti e cene nei ristoranti, attese in coda agli uffici postali e ai bancomat per prelevare fasci di soldi. Questi sì che sono in transito. Rifiatare e lasciare la Tunisia. E approdati in Europa, l’Italia resterà una tappa momentanea. Subito dopo, il piano prevede la percorrenza di altre direttrici. Non unicamente la (troppo) mediatica frontiera francese tra Ventimiglia e Mentone. Non è infatti un caso che fra le intelligence che chiedono informazioni, anzi approfonditi dossier ai colleghi tunisini, ci sia anche quella svizzera.
Fonti dei Servizi segreti di Tunisi ci raccontano il crescente bisogno di notizie in relazione ai frequenti ingressi illegali nel Canton Ticino specie dal Comasco (non per forza percorrendo gli antichi sentieri dei contrabbandieri ma entrando dai varchi doganali minori, non sempre presidiati). Il desiderio di conoscere, ci viene altresì detto, verte su quei migranti potenzialmente pericolosi, e in aumento. Se ci sono i poveri e i ricchi, abbiamo un’ulteriore categoria da narrare. I criminali.
Non fa certo statistica, nell’obbligatorio esercizio di non generalizzare, e però le banche dati investigative dell’intelligence evidenziano la consistente ferocia di africani originari di Ciad, Mali e Sudan. Venti, trent’anni al massimo d’età. Si muovono in gruppi consistenti. Possiedono un’inclinazione al ricorso alla violenza, l’unica forma di «comunicazione» appresa da piccoli; si notano per la capacità di inserirsi nei traffici della droga miscelando tattica e metodi militari, di governare il racket della prostituzione; non celano la volontà di alzare il livello, ovvero utilizzare i barconi per muovere merce, sia i carichi dello stesso stupefacente, sia le armi. In aggiunta, siccome gli ultimi della Terra sono carne da macello, sono un prodotto per lucrarci, sono pedine funzionali a un sistema, gli scafisti e questi criminali coabitano nella gestione degli accampamenti fra gli oliveti. Vi sono capi, vicecapi, luogotenenti, e donne costrette a prostituirsi per 2 dinari, mezzo franco svizzero, e minorenni che eseguono agguati su commissione a danni di avversari, siano di altri Paesi oppure connazionali nulla cambia. Vi sono le punizioni contro eventuali insubordinati, dissidenti, rivoltosi interni. Vi sono quei migranti ai quali viene ordinato di salire sui barconi e raggiungere una determinata località in Europa per svolgere un determinato servizio. Impossibile opporsi. Viene in mente al proposito un’altra storia indicibile di queste terre: le centinaia di ragazzi sì messi in mare, dopo aver pagato, ma dirottati dagli scafisti in Siria per combattere, in prima linea, morti che camminavano, avendo due uniche scelte: accettare oppure morire fucilati all’istante. Nel buio dei viaggi notturni nel Mediterraneo, una costa può somigliare a un’altra.
