La cultura può avvicinare ebrei e palestinesi

by Claudia
30 Ottobre 2023

In un momento in cui la guerra sembra azzerare le speranze, qualche idea per porre le basi di un futuro comune

Insieme agli slogan antisemiti volgarmente sbandierati nelle piazze di tutto il mondo, uno dei risvolti più dolorosi e preoccupanti del conflitto in corso tra israeliani e palestinesi è quello della repressione del dissenso operata dal Governo e dalle istituzioni israeliane con mezzi estremamente duri. A farne le spese nelle ultime settimane sono i palestinesi di cittadinanza israeliana, ai quali si sta progressivamente togliendo non solo la parola, ma anche il diritto allo studio e al lavoro, mentre gli arresti sono sempre più frequenti insieme alla minaccia di revoca della cittadinanza. Nel frattempo, mentre la polizia promette di deportare a Gaza chi osi manifestare anche solo empatia verso i civili della controparte, le università affiancano tristemente gli estremisti religiosi nella caccia alle streghe per depurare i ranghi da eventuali intellettuali ingrati e traditori della patria.

Penalizzate dal maccartismo sono ovviamente anche le poche iniziative di partnership arabo-israeliane che rifiutano di arrendersi all’orrore e insistono nel perseguire una soluzione politica di pacifica convivenza. Giovedì sera, ad esempio, avrebbe dovuto tenersi un incontro a Haifa con la partecipazione di Avraham Burg, ma è stato annullato poche ore prima su esplicita richiesta della polizia. C’è chi sostiene che l’identità ebraica israeliana si basi su meccanismi di repressione e negazione, come, per esempio, la negazione della tragedia della Nakba o del ruolo svolto da quest’ultima nella formazione della memoria collettiva israeliana. Ma l’ebreo può davvero ignorare l’altro, il palestinese? Analizzando la possibilità concreta di coesistenza tra ebrei e arabi in termini di uguaglianza e interdipendenza, ma anche di riconoscimento delle reciproche differenze e specificità, la studiosa Judith Butler ritiene che la comunicazione sia la condizione necessaria della coesistenza e, affinché sia possibile comunicare, è necessario un atto di traduzione nel rispetto dei principi dell’etica.

In attesa di tempi migliori per mettere in pratica i suggerimenti di Butler, possiamo tuttavia tenerci in esercizio ricorrendo al terzo spazio interculturale per eccellenza, ovvero quello letterario. Nel suo romanzo La sposa liberata (Einaudi 2002) lo scrittore israeliano Avraham B. Yehoshua cerca di recuperare le comuni radici mediterranee di ebrei e palestinesi proponendo un’attività culturale congiunta che vede come protagoniste proprio le due lingue semitiche e la traduzione dall’una all’altra. Nel corso della trama Yehoshua accompagna il lettore tra festival letterari, concerti, rappresentazioni teatrali, congressi universitari, conferenze e simposi, facendo dell’arena culturale lo strumento privilegiato per favorire la conoscenza reciproca tra israeliani e palestinesi nel rispetto delle diversità.

Quello che è forse il momento più significativo del romanzo si svolge presso un centro di Ramallah dove i protagonisti assistono ad una rappresentazione della commedia The Dybbuk di S. Ansy, celebre autore del teatro yiddish degli inizi del Novecento. La scena è piena di inversioni di significato: si tratta infatti di una commedia ebraica messa in scena da arabi che invertono anche i ruoli di uomo e donna. Il testo viene tradotto in arabo contemporaneo, mettendo così l’ebraico e l’arabo sullo stesso piano in rapporto allo yiddish, lingua morta rappresentante della passata diaspora. Tale escamotage allude chiaramente alla necessità di lasciare andare il passato per porre le basi di un futuro comune e proprio in giorni come questi, in cui un simile futuro sembra essere più lontano che mai, abbiamo il dovere di continuare a sognarlo anche a costo di sembrare ridicolmente idealisti, pena la perdita della speranza e dell’umanità.