Sono bastate poche ore dall’inizio della tragedia perché la società israeliana, da mesi sull’orlo di una guerra civile, si ricompattasse. Mentre la leadership politica continua a dimostrare di non essere all’altezza del proprio compito
Il dramma che si è abbattuto su Israele sabato 7 ottobre è probabilmente il più spaventoso dalla fondazione dello Stato ebraico e l’impatto psicologico sulla società è di proporzioni inestimabili. La percezione di vulnerabilità, l’esposizione diretta o secondaria a massacri mai visti prima d’ora, il suono delle sirene, la minaccia di un’estensione del conflitto sul fronte nord, l’angoscia per il destino degli ostaggi e per l’incolumità dei soldati, per non parlare dei lutti infiniti e destinati a moltiplicarsi, stanno logorando il sistema nervoso anche degli israeliani più temprati. Se non bastasse, alcune comunicazioni della protezione civile, per altro successivamente smentite, hanno seminato il panico causando l’assalto dei supermercati e ordinando alle persone di chiudersi nei rifugi temendo il peggio.
Con l’insorgere della crisi, i servizi di salute mentale si sono prontamente attivati per supportare la popolazione e prevenire, per quando possibile, l’insorgere del disturbo post traumatico da stress. Le linee di pronto soccorso emotivo sono state subito potenziate in diverse lingue, le casse sanitarie offrono agli assicurati fino a tre ore di terapia gratuita e i terapeuti lavorano senza tregua, anche come volontari fuori dalle ore di lavoro: tutti devono prendersi cura del proprio benessere emotivo. Secondo la scienza, infatti, gli israeliani sono attualmente esposti in massa al cosiddetto acute stress disorder che caratterizza il lasso di tempo che va dalle 48 ore al mese successivo all’inizio dell’evento traumatico. In base alle statistiche, circa il 50% è passibile di sviluppare il disturbo post traumatico e, prima si interviene in termini di tempo, maggiori sono le possibilità che il sistema riesca a reagire e a superare l’evento vissuto in prima persona o come testimoni.
Il dolore, l’angoscia e la paura che in misura più o meno intensa toccano tutti, dopo gli attacchi di Hamas, hanno comportato un’attivazione del sistema simpatetico e dell’amigdala che, avvertendo uno stato costante di pericolo, rilasciano incessantemente ormoni come l’adrenalina, il cortisolo e l’insulina, mentre il cuore pompa più velocemente per far arrivare il sangue al cervello e agli arti. Accanto a percezioni fisiche, come tachicardia o formicolii, in simili situazioni l’individuo sviluppa meccanismi di difesa che possono includere anche il rifiuto o l’indifferenza rispetto alle immagini degli orribili massacri che vengono continuamente riproposte dai media o dai social. Spesso simili reazioni generano sensi di colpa e l’errata percezione di assenza di empatia, tuttavia è fondamentale comprendere che si tratta di processi assolutamente normali e fisiologici, sui quali è possibile e necessario agire prontamente.
Lo scopo degli interventi è quello di aiutare il cervello a convalidare ed elaborare le informazioni sotto il profilo cronologico e causale, attivando così la corteccia pre-frontale e il sistema parasimpatetico. In tal modo si aiuta il soggetto ad uscire dalla percezione di impotenza e catastrofe imminente, sviluppando invece resilienza, idoneità, sicurezza, senso di appartenenza, valori e soprattutto la speranza. Accanto all’ascolto empatico e alle parole si utilizzano tecniche corporee, di respirazione e di contatto fisico, ma soprattutto si cerca di stimolare esperienze di creatività, divertimento, spontaneità, curiosità e gioco, non solo nei bambini, ma anche negli adulti. Le ricerche dimostrano infatti che le famiglie del sud di Israele in grado di superare meglio il trauma sono proprio quelle con maggiore tendenza alla giocosità. Una volta recuperato il controllo è fondamentale passare all’azione, essere attivi e sentirsi utili a se stessi, ai propri cari, alla collettività. E le occasioni non mancano.
Accanto alla risposta di massa dei riservisti alla chiamata alle armi, allarga infatti il cuore la mobilitazione dei civili impegnati senza sosta in ogni sorta di volontariato. Ognuno contribuisce come può e c’è solo l’imbarazzo della scelta. Basta accedere a social e piattaforme digitali per trovare liste infinite che includono iniziative di ospitalità, trasporto di persone e soldati, servizi di baby sitter per bambini e animali, donazioni di sangue, raccolte di fondi e di beni di prima necessità, assistenza agli anziani, invio e preparazione di cibo. Nei punti di raccolta vengono recapitati e imballati torce, pile, carica batterie, capi di abbigliamento, biancheria intima, cibo in scatola, acqua, prodotti per l’igiene personale, coperte e materassi.
Il bilancio della prima settimana vede dunque il popolo d’Israele forte, unito e solidale più che mai, ma soprattutto sembra reggersi da solo sulle proprie gambe, dal momento che la leadership politica, anche dopo la formazione del Governo di unità, continua a dimostrare di non essere all’altezza del proprio compito. Forse solo un trauma di simili proporzioni poteva ricompattare una società che fino a pochi giorni prima sembrava letteralmente implodere intorno alla questione della riforma giudiziaria, ma anche a futili discussioni sulla celebrazione delle preghiere secondo il rito ortodosso. La guerra tuttavia si prospetta lunga e faticosa, con il rischio di logorare anche gli animi e i corpi più resilienti, forse la pace sarebbe più economica in termini di risorse umane ma, oggi più che mai, sembra una prospettiva alquanto impopolare.
