233
Che cosa meglio dell’espressione Still life (traducibile con vita in stato di quiete) può indicarci uno degli aspetti tra i più rilevanti della fotografia? Naturalmente, lo stesso discorso vale anche quando, per denominare questo genere, utilizziamo l’italiano Natura morta. Addomesticare la realtà fermando la vita nell’istante dello scatto rappresenta difatti una prerogativa del fare fotografico, forse il movente primo che portò alla scoperta e allo sviluppo di questa tecnologia.
Che la natura morta, assieme alla fotografia di paesaggio, divenisse uno dei generi più diffusi all’inizio della storia della fotografia era quasi inevitabile se consideriamo quanto lunghi erano a quel momento i tempi di posa, tempi che impedivano di cogliere con l’apparecchio fotografico la vita nel suo farsi. Ma vi è anche da considerare che per molti anni la fotografia, dai suoi albori, si rapportò alla pittura con ossequiosa deferenza, adottandone i soggetti e imitandone il trattamento.
Attraverso questo agire mimetico – dai risultati pregni dei simboli e delle metafore presenti in certa pittura ottocentesca – il fotografo voleva attestare il potenziale artistico insito nella fotografia. Asserzione che però veniva perlopiù respinta dai pittori a causa della sua meccanicità nel produrre immagini registrando il dato reale.
Fu solo dal primo Novecento che la fotografia si emancipò da questo procedere subalterno e si affermò come linguaggio a sé, dotato di sue specifiche caratteristiche estetiche. E trovò nuovi soggetti e spazi di ricerca. Tutti i suoi ambiti operativi vennero investiti da tale cambiamento. Tra questi anche il genere dello Still life, che si liberò da quel trito simbolismo, per accostarsi alla più stretta e immediata realtà . Va comunque detto che il mondo dell’arte nel suo complesso visse proprio in quel medesimo periodo una grande rivoluzione, cosa di cui la fotografia, oltre a esserne partecipe – talvolta come motore stesso del cambiamento – beneficiò largamente, venendo finalmente riconosciuta per il suo specifico valore e accettata fra le altre arti.
Fatta questa premessa storica – che ci serve per meglio inquadrare lo stato attuale della nostra amata pratica –, vediamo cosa implica affrontare lo Still life.
Va detto, dapprima, che questo genere di fotografia richiede una certa naturale propensione al lavoro riflessivo, misurato, di costruzione passo a passo dell’immagine. Di certo possiamo porlo agli antipodi rispetto alla street photography, dove tutto accade in un solo preciso istante.
All’aspetto narrativo, dinamico, di storia in divenire, che caratterizza la fotografia di strada, lo Still life contrappone una dimensione più astratta, contemplativa, in sospensione, dove l’occhio e la mente tendono a trascendere il dato visivo immediato. L’oggetto immobile, protagonista dell’immagine, acquista vita e valore nel suo rapporto con la luce e lo spazio in cui s’immerge, quando questi sono risolti in giusta maniera.
L’oggetto rappresentato non importa dunque tanto di per sé – banale o pregiato che sia – ma come elemento parte di questo gioco dialettico che lo porterà a esser colto diversamente da come di solito, nella nostra quotidiana condizione, lo percepiamo. Svincolandosi dalla consueta rappresentazione trasmetterà altre risonanze, tra pensiero e sentimento.
Partendo da queste considerazioni, possiamo capire quanto sia utile e interessante applicarci a questo genere di fotografia, che potremmo per tanti versi paragonare al processo di scrittura. Una natura morta non è la semplice e cruda descrizione di uno o più oggetti. È semmai il senso che, coadiuvato dalle conoscenze tecniche, è andato a prender forma e a insinuarsi nelle immagini lungo il percorso della loro gestazione.
Saranno dunque prodotti significati frutto di varie possibili riflessioni: di ordine estetico, sentimentale, filosofico, anche politico… Come per la scrittura – pensando in particolare a quella poetica –, questo processo creativo ammette l’errore e la sua rettifica, all’azione intercala la riflessione, toglie, aggiunge e lima, il tutto in un tempo dilatato, dove il punto di arrivo si manifesterà all’improvviso, inaspettatamente: l’immagine è lì, vive infine di vita propria. Potremmo quasi considerare questo processo come una sorta di meditazione, certamente poco consona allo spirito del nostro tempo, dove tutto deve accadere – e si spegne – nell’immediato.
La natura morta è di sicuro un’utilissima palestra in cui esercitarsi all’uso delle luci (naturali o artificiali che siano, a dipendenza delle nostre abilità e di quanto abbiamo a nostra disposizione), per imparare a cogliere le loro qualità , le sensazioni che suscitano, la loro capacità di evidenziare aspetti della materia, di plasmare forme e infondere atmosfera, di accentuare o svelare o rendere vago ciò che viene porto allo sguardo dell’osservatore.
Raramente la luce è neutrale, indifferente. Semmai connota, anche quando a questo cerca di sfuggire. Nel dialogo col soggetto, la luce – essa stessa elevata a soggetto – determina in modo fondamentale l’immagine, è parte in causa nel far riuscire o fallire una fotografia. Teniamolo ben a mente. Sarà allora importante stabilire la giusta – efficace e interessante – disposizione tra gli oggetti e la luce, spostando gli uni o l’altra rispetto al nostro punto di vista, affinché il risultato abbia un impatto emotivo e di significato degno di esser visto.
Questo genere ci permette inoltre, non da ultimo, di esercitarci nella composizione, spingendoci a ricercare e sperimentare le soluzioni più consone rispetto a ciò che vogliamo comunicare con quanto abbiamo scelto di fotografare. Non è poco. È anzi una difficile sfida a cui v’invito a partecipare, almeno al fine – diciamolo in guisa di conclusione – di farci meglio capire quanto la fotografia non sia semplicemente uno strumento di cattura e descrizione della realtà ma soprattutto un mezzo con cui incarnare e riprodurre, attraverso quella cattura, i nostri stati mentali e affettivi.
Le fotografie che non riescono a comunicare ciò, altro non sono che documenti. Spesso, carta destinata a sbiadire (o, visto che oggi quasi più nessuno stampa, nient’altro che un accumulo d’inutili pixel).
Fotografia - Posto agli antipodi rispetto alla street photography, in questo genere ci si approccia alle cose del mondo meditandoci anche a lungo
Attraverso questo agire mimetico – dai risultati pregni dei simboli e delle metafore presenti in certa pittura ottocentesca – il fotografo voleva attestare il potenziale artistico insito nella fotografia. Asserzione che però veniva perlopiù respinta dai pittori a causa della sua meccanicità nel produrre immagini registrando il dato reale.
Fu solo dal primo Novecento che la fotografia si emancipò da questo procedere subalterno e si affermò come linguaggio a sé, dotato di sue specifiche caratteristiche estetiche. E trovò nuovi soggetti e spazi di ricerca. Tutti i suoi ambiti operativi vennero investiti da tale cambiamento. Tra questi anche il genere dello Still life, che si liberò da quel trito simbolismo, per accostarsi alla più stretta e immediata realtà . Va comunque detto che il mondo dell’arte nel suo complesso visse proprio in quel medesimo periodo una grande rivoluzione, cosa di cui la fotografia, oltre a esserne partecipe – talvolta come motore stesso del cambiamento – beneficiò largamente, venendo finalmente riconosciuta per il suo specifico valore e accettata fra le altre arti.
Fatta questa premessa storica – che ci serve per meglio inquadrare lo stato attuale della nostra amata pratica –, vediamo cosa implica affrontare lo Still life.
Va detto, dapprima, che questo genere di fotografia richiede una certa naturale propensione al lavoro riflessivo, misurato, di costruzione passo a passo dell’immagine. Di certo possiamo porlo agli antipodi rispetto alla street photography, dove tutto accade in un solo preciso istante.
All’aspetto narrativo, dinamico, di storia in divenire, che caratterizza la fotografia di strada, lo Still life contrappone una dimensione più astratta, contemplativa, in sospensione, dove l’occhio e la mente tendono a trascendere il dato visivo immediato. L’oggetto immobile, protagonista dell’immagine, acquista vita e valore nel suo rapporto con la luce e lo spazio in cui s’immerge, quando questi sono risolti in giusta maniera.
L’oggetto rappresentato non importa dunque tanto di per sé – banale o pregiato che sia – ma come elemento parte di questo gioco dialettico che lo porterà a esser colto diversamente da come di solito, nella nostra quotidiana condizione, lo percepiamo. Svincolandosi dalla consueta rappresentazione trasmetterà altre risonanze, tra pensiero e sentimento.
Partendo da queste considerazioni, possiamo capire quanto sia utile e interessante applicarci a questo genere di fotografia, che potremmo per tanti versi paragonare al processo di scrittura. Una natura morta non è la semplice e cruda descrizione di uno o più oggetti. È semmai il senso che, coadiuvato dalle conoscenze tecniche, è andato a prender forma e a insinuarsi nelle immagini lungo il percorso della loro gestazione.
Saranno dunque prodotti significati frutto di varie possibili riflessioni: di ordine estetico, sentimentale, filosofico, anche politico… Come per la scrittura – pensando in particolare a quella poetica –, questo processo creativo ammette l’errore e la sua rettifica, all’azione intercala la riflessione, toglie, aggiunge e lima, il tutto in un tempo dilatato, dove il punto di arrivo si manifesterà all’improvviso, inaspettatamente: l’immagine è lì, vive infine di vita propria. Potremmo quasi considerare questo processo come una sorta di meditazione, certamente poco consona allo spirito del nostro tempo, dove tutto deve accadere – e si spegne – nell’immediato.
La natura morta è di sicuro un’utilissima palestra in cui esercitarsi all’uso delle luci (naturali o artificiali che siano, a dipendenza delle nostre abilità e di quanto abbiamo a nostra disposizione), per imparare a cogliere le loro qualità , le sensazioni che suscitano, la loro capacità di evidenziare aspetti della materia, di plasmare forme e infondere atmosfera, di accentuare o svelare o rendere vago ciò che viene porto allo sguardo dell’osservatore.
Raramente la luce è neutrale, indifferente. Semmai connota, anche quando a questo cerca di sfuggire. Nel dialogo col soggetto, la luce – essa stessa elevata a soggetto – determina in modo fondamentale l’immagine, è parte in causa nel far riuscire o fallire una fotografia. Teniamolo ben a mente. Sarà allora importante stabilire la giusta – efficace e interessante – disposizione tra gli oggetti e la luce, spostando gli uni o l’altra rispetto al nostro punto di vista, affinché il risultato abbia un impatto emotivo e di significato degno di esser visto.
Questo genere ci permette inoltre, non da ultimo, di esercitarci nella composizione, spingendoci a ricercare e sperimentare le soluzioni più consone rispetto a ciò che vogliamo comunicare con quanto abbiamo scelto di fotografare. Non è poco. È anzi una difficile sfida a cui v’invito a partecipare, almeno al fine – diciamolo in guisa di conclusione – di farci meglio capire quanto la fotografia non sia semplicemente uno strumento di cattura e descrizione della realtà ma soprattutto un mezzo con cui incarnare e riprodurre, attraverso quella cattura, i nostri stati mentali e affettivi.
Le fotografie che non riescono a comunicare ciò, altro non sono che documenti. Spesso, carta destinata a sbiadire (o, visto che oggi quasi più nessuno stampa, nient’altro che un accumulo d’inutili pixel).
