Donald Tusk, presidente del Partito popolare europeo, l’ha ammesso: Fidesz, il partito del primo ministro ungherese Viktor Orbán, non sarà espulso, continuerà a far parte della famiglia, non ci sono i numeri né la volontà politica di mandare via questo parente. Formalmente ora Fidesz è sospeso, la discussione sul da farsi va avanti da molto tempo e l’urgenza iniziale – l’assenza di compatibilità ideologica, l’introduzione di misure considerate illiberali in Ungheria, le procedure aperte sulla violazione dell’articolo 7 sul rispetto dello stato di diritto – è andata via via evaporando, lasciando spazio ad altre emergenze e a una certa rassegnazione.
Tusk, che è l’ex presidente del Consiglio europeo e leader di un partito polacco liberale, è stato per molto tempo rigido sulla questione Orbán e anche da quando ha preso la guida del Ppe ha voluto più volte ribadire che una soluzione di questo scontro era necessaria, e rivelatrice. Ma nonostante il gruppo di saggi istituito per decidere, nonostante le tante accuse interne ai popolari e le molte indiscrezioni uscite sui rapporti tremendi tra il premier ungherese e i suoi colleghi, Orbán ha vinto la sua battaglia. Non se ne farà nulla, può restare dove sta. Anzi, potrà addirittura prendersi il lusso di essere lui a dire: insieme a voi non ci sto più.
Questa è soltanto l’ultima delle vittorie di Orbán. Ne ha ottenuta un’altra in questi stessi giorni, molto più importante: ha ricattato l’Unione europea e l’Unione europea si è lasciata ricattare, e ha fatto concessioni. L’Ungheria, assieme alla Polonia, ha bloccato il meccanismo che era stato introdotto a luglio nel negoziato europeo sui fondi da stanziare per il post Covid: di fatto si voleva vincolare l’erogazione di soldi al rispetto delle regole dello stato di diritto, secondo una logica semplice che prevede che se non si rispettano alcuni principi fondamentali, l’Europa smette di essere generosa. Budapest e Varsavia hanno iniziato a mettersi di traverso, bloccando la cosiddetta «decisione sulle risorse proprie» che serve ad alzare il tetto del bilancio europeo pluriennale (2021-27) creando le garanzie per raccogliere risorse che finanzino il Recovery fund del post Covid.
La Germania, che ha la presidenza di turno dell’Ue, ha fatto una proposta di compromesso in cui le condizioni per sospendere i fondi sono meno rigide e viene introdotto un «freno di emergenza» che consente a un paese minacciato di sanzioni di rivolgersi al Consiglio europeo, congelando la sospensione dei fondi. La Germania deve trovare un equilibrio tra i tempi di implementazione del Recovery fund (tempi urgenti) e il rispetto delle regole della convivenza. La sua proposta è stata pensata con questo obiettivo: è stata votata da 18 paesi e bocciata da 9, due sono Ungheria e Polonia che considerano le misure troppo dure; sette sono i cosiddetti paesi «frugali» che considerano le misure troppo deboli. Quindi di fatto la proposta tedesca non ha funzionato: non c’è un accordo, e si possono utilizzare dei veti che possono sia ritardare il Recovery fund sia allentare la pressione sui paesi che violano lo stato di diritto.
Divisioni e debolezze sono, al contrario, l’obiettivo di Orbán, che si sente talmente forte che ha anche chiesto le dimissioni della commissaria europea per Valori e trasparenza e vicepresidente, Vera Jourová, che in un’intervista allo «Spiegel» ha detto: «A Orbán piace dire che sta costruendo una democrazia illiberale. Io direi che sta costruendo una democrazia malata». Budapest ha chiesto le dimissioni direttamente a Ursula von der Leyen che le ha respinte e anzi ha ribadito – assieme ad altri – la propria solidarietà alla commissaria. Ma mentre le regole si sfilacciano, mentre l’urgenza economica sembra più importante del rispetto delle regole democratiche, il fatto che Orbán abbia fatto un’azione tanto esplicita rappresenta bene il nuovo rapporto di potere che si sta instaurando tra l’Ue e i suoi stati «ribelli». Le conseguenze non riguardano solo Ungheria e Polonia: se si sgarra e non ci sono conseguenze, altri paesi o leader avranno la tentazione di seguire questo esempio di ostilità.
Per quanto possa sembrare strano, viste le continue polemiche sui social e la propaganda, l’unica delusione per Orbán non è venuta dall’Ue ma da Twitter, che ha sospeso l’account del governo di Budapest. La reazione è stata durissima: il portavoce del governo ha detto che anche i «giganti della tecnologia» vogliono farla finita «con le opinioni differenti». A guardarci bene, vale anche per l’Ungheria.