Una delle grandi riforme nel mondo del lavoro svizzero, nel passato decennio, è stata costituita dall’introduzione del salario minimo nei Cantoni di Neuchâtel, del Giura, di Ginevra, di Basilea Città e del Ticino. Il salario minimo è stato introdotto anche nelle città di Winterthur e di Zurigo. Perché grande riforma? Perché da noi, fino ad allora, la negoziazione sulle condizioni di lavoro era esclusivamente di competenza dei lavoratori, assistiti dai sindacati, e dei datori di lavoro.
Più volte l’elettorato svizzero si era pronunciato contro un’intromissione dello Stato nella fissazione di orari di lavoro e di salari. Contro il salario minimo da parte dello Stato, poi, si erano schierati molti economisti. A proposito dell’opinione degli economisti, si cita spesso lo sfogo del premio Nobel James M. Buchanan che, nel 1996, reagendo alla pubblicazione dei primi risultati empirici che sfatavano la teoria economica stando alla quale il salario minimo non avrebbe fatto che creare problemi, affermò che se si tollerava che l’evidenza empirica contradicesse la teoria in questo modo, allora la teoria economica non avrebbe più avuto nessun contenuto scientifico minimo.
Ma quali erano gli inconvenienti che indicavano gli economisti? Il salario minimo viene fissato di regola in termini nominali e quindi si svaluta continuamente per effetto dell’aumento dei prezzi. Di conseguenza occorre continuamente riadattarlo specie in tempi di inflazione. Per esempio nel Canton Ticino, dal primo gennaio 2024, il salario minimo viene rivalutato e varia tra 19,87 franchi e 25 orari. Il calcolo dell’incremento viene fatto in base a una chiave di calcolo che si riferisce alla mediana salariale nazionale. Ma l’adattamento non è automatico. Il Consiglio di Stato deve proporre un decreto e il Parlamento lo deve approvare. Il contrasto tra gli interessi dei lavoratori e quelli dei datori di lavoro si riproduce così a livello politico ogni volta che bisogna aumentare il livello minimo dei salari. Comunque l’effetto negativo più importante, indicato dagli economisti, è che l’introduzione di un salario minimo avrebbe fatto aumentare la disoccupazione perché i lavoratori che altrimenti avrebbero ricevuto un salario inferiore al minimo fissato dallo Stato non sarebbero stati assunti o, se già impiegati, avrebbero perso il posto di lavoro. Ed è appunto sulla ricerca di un effetto del genere che, nel corso dell’ultimo quarto di secolo, si sono concentrati le loro verifiche.
Dal momento che anche in diversi Cantoni e località del nostro Paese è stato introdotto un salario minimo era inevitabile che anche da noi, col tempo, si procedesse a una tale verifica. È quanto per primo ha fatto il Dipartimento di economia del Canton Ginevra affidando un mandato di studio all’università e alla scuola universitaria professionale locali. Ginevra ha introdotto il salario minimo nel 2020. Nel gennaio 2024 lo porta da 23 a 24 franchi orari. Lo studio dei due istituti universitari non ha rilevato, in generale, nessun effetto negativo, statisticamente significativo, sul livello di occupazione del mercato del lavoro cantonale proveniente dall’introduzione del salario minimo. Né nei rami in cui il salario minimo non è applicato (perché i salari sono superiori al minimo) né in quelli come l’industria alberghiera, il ramo delle pulizie e il settore della bellezza dove i salari invece non sono per niente elevati.
A Ginevra solo il tasso di disoccupazione dei giovani lavoratori sembra essere stato influenzato negativamente dall’introduzione del salario minimo. Questo apparentemente perché l’esistenza del salario minimo sembra aver mobilizzato una parte dell’offerta di manodopera giovane che, prima della sua introduzione, tendeva a restare lontana dal mercato del lavoro. I risultati di questa verifica non sono stati accolti positivamente dall’organizzazione dei datori di lavoro ginevrina che sostiene che l’introduzione del salario minimo ha avuto per effetto di spingere la spirale dei salari verso l’alto creando così grosse difficoltà alle aziende che, dal profilo dei costi, si trovano in posizioni marginali. Un altro effetto negativo del minimo salariale, sempre secondo l’organizzazione citata, è che tende a far scomparire le possibilità di occupazione estiva per i molti giovani perché per le aziende il loro impiego diventa troppo costoso. Infine c’è anche chi sostiene che l’introduzione del salario minimo non ha fatto aumentare il tasso di disoccupazione perché la congiuntura economica, nel corso degli ultimi tre anni, è stata particolarmente favorevole a un aumento dell’occupazione.