Funzionare senza sentirsi davvero vivi

by azione azione
7 Ottobre 2026

La sofferenza psicologica può compromettere sonno, lavoro e relazioni. Come riuscire ad ascoltare i segnali e a fermarsi prima di arrivare al limite?

«Per mesi ho continuato a dire che ero solo stanca. Dormivo male, facevo fatica a concentrarmi e non avevo più voglia di vedere nessuno. Ma lavoravo, sorridevo e dicevo: “Tutto bene”. In realtà, bene non stavo affatto». Agata, 42 anni, non aveva mai pensato di chiedere aiuto: «Credevo di dovercela fare da sola e che ci fossero persone con problemi più seri dei miei». Quella che sembrava semplice stanchezza ha iniziato a condizionare sonno, lavoro e relazioni. «Ho capito che non bastava più stringere i denti».

Anche Gianni, 55 anni, ha attribuito tutto allo stress. «Mia moglie mi ha detto: “Non sei più tu”. Ero sempre nervoso, dormivo poco e non avevo più entusiasmo». Alla fine, l’insistenza della moglie lo ha convinto a parlarne con il medico.

Due storie diverse, accomunate dalla difficoltà di riconoscere un disagio psicologico e di chiedere aiuto. Una realtà che i numeri invitano a non sottovalutare. In Svizzera, secondo l’Ufficio federale della sanità pubblica, la quota di persone con una sofferenza psicologica media o alta è passata dal 15% nel 2017 al 18% nel 2022. Tra i 15 e i 24 anni, nello stesso periodo, la percentuale di chi si sentiva solo molto o abbastanza spesso è più che raddoppiata, dal 4% al 10%. Nel mondo, l’OMS stima che nel 2021 circa 1,1 miliardi di persone vivono con un disturbo mentale. Numeri che non raccontano le singole storie, ma ricordano l’importanza di ascoltare il disagio prima che condizioni la vita quotidiana. Non ogni tristezza, ansia o stanchezza è una malattia, ma nemmeno ogni sofferenza va ignorata.

In Svizzera la quota di persone con sofferenza psicologica media o alta è passata dal 15% nel 2017al 18% nel 2022

In occasione della Giornata mondiale della salute mentale del 10 ottobre, ne parliamo con la dottoressa Sara Fumagalli, psichiatra e direttrice sanitaria della Clinica Santa Croce di Orselina, che spiega: «Il punto di partenza è proprio questo: stare male non significa necessariamente essere malati. Attraversare momenti di crisi, tristezza, ansia o fatica fa parte dell’esperienza umana, mentre la capacità di accorgersene, fermarsi e interrogarsi su ciò che sta accadendo è essa stessa una risorsa preziosa della nostra mente». Ma una difficoltà può aumentare quando non ci concediamo più questo spazio: «Quando continuiamo a correre come se nulla fosse, magari perché siamo convinti di dovercela fare da soli o perché non possiamo permetterci di rallentare». Esistono però alcuni segnali che meritano attenzione: «Insonnia, alterazioni dell’appetito, forte affaticamento, perdita dello slancio vitale e difficoltà di concentrazione. Ma più che il singolo sintomo, è importante osservare un cambiamento rispetto al nostro abituale modo di essere, soprattutto quando diventa persistente e comincia a coinvolgere più dimensioni della nostra vita. A volte sono proprio le persone vicine a cogliere per prime il disagio, come nel caso di Gianni, quando un familiare o un amico dice: “Non ti riconosco più”».

Accanto ai sintomi più evidenti, osserva Fumagalli, il disagio può apparire più silenzioso e forse più facile da nascondere: «Si può continuare a lavorare, occuparsi della famiglia e rispettare gli impegni, apparendo perfettamente funzionanti all’esterno, mentre dentro si vive una profonda sensazione di vuoto. Si continua a fare tutto come sempre, ma senza trovare più senso, gioia o vitalità. Funzionare, senza sentirsi davvero vivi». Proprio questa è una delle insidie del malessere contemporaneo: «Viviamo in un contesto sociale che spesso valorizza l’essere efficienti, produttivi e performanti. Bisogna andare avanti, risolvere i problemi, farcela anche quando si soffre. Ma il dovere di funzionare a tutti i costi può trasformarsi esso stesso in una fonte di sofferenza. Paradossalmente, a volte anche lo stare bene rischia di diventare una performance». A questo proposito, la psichiatra porta l’esempio del lutto: «Soffrire per la perdita di una persona cara è naturale, eppure spesso non ci si concede più il tempo per attraversare quel dolore. Si torna rapidamente al lavoro, agli impegni e alla vita di sempre. Ma una sofferenza non elaborata non scompare continuando a “funzionare”: può durare più a lungo e manifestarsi in forme diverse». Quindi, la salute mentale non coincide con l’obbligo dello «stare sempre bene»: «Pretendere una condizione di benessere permanente è un’illusione. La vera differenza sta nella capacità di attraversare i momenti di “non benessere”. Ciò non significa essere forti a tutti i costi e andare avanti stringendo i denti. Paradossalmente, può significare proprio il contrario: fermarsi, sentire e interrogarsi».

Accorgersi del proprio disagio, tuttavia, non è sempre facile: «Fermarsi e guardarsi dentro può essere scomodo e richiede tempo, sensibilità e disponibilità a mettersi in discussione. Qualità che la vita contemporanea non sempre favorisce. Per questo può essere prezioso anche lo sguardo degli altri: un familiare, un amico o un collega possono vedere ciò che noi, presi dalla routine e dagli impegni, non riusciamo più a riconoscere. Allora, ascoltare chi ci segnala un cambiamento non dovrebbe essere considerato un giudizio, ma un invito a riflettere. Anche perché, in alcune condizioni di sofferenza psichica, può diventare più difficile accorgersi pienamente di ciò che ci sta accadendo». La prevenzione, dunque, può cominciare molto prima dell’ambulatorio: «Quando ci si accorge di vivere sempre più per dovere, quando ciò che si fa non dà più la soddisfazione che dava prima o la vita sembra procedere con il pilota automatico, può essere utile parlarne con il medico di famiglia, con uno psicologo, ma anche, come primo passo, con una persona fidata. La condivisione non risolve automaticamente i problemi, ma può impedire che la sofferenza resti isolata e si amplifichi».

Vale anche quando siamo noi ad accorgerci che qualcuno è in difficoltà: non serve trovare la frase perfetta né avere subito una soluzione. Secondo Fumagalli, infatti: «Spesso la cosa più importante è semplicemente esserci: ascoltare senza fretta, senza giudicare e senza trasformare ogni confidenza in un problema da risolvere». La presenza dell’altro, il tempo dedicato e l’interesse autentico hanno già un valore importante: «Sentirsi ascoltati può legittimare ciò che si sta vivendo e rendere più facile, se necessario, rivolgersi successivamente a un professionista».

Tre, in sintesi, le parole chiave che emergono dalle indicazioni della psichiatra: fermarsi, non vergognarsi, condividere. «Fermarsi per provare a comprendere meglio ciò che stiamo vivendo. Non vergognarsi della sofferenza, perché la salute mentale non significa assenza di dolore. E condividere, perché l’isolamento può aggravare ciò che già pesa». C’è infine un interlocutore che troppo spesso ignoriamo ed è il corpo: «Anche alcuni disturbi fisici possono accompagnarsi a un malessere che non siamo riusciti a riconoscere o a esprimere diversamente». Corpo e mente, ricorda Fumagalli, non sono mondi separati. «Ascoltare l’uno può aiutare a comprendere meglio anche l’altra. Allora, forse la vera conquista è tornare a legittimare proprio il fermarsi: per guardarsi dentro, ma anche semplicemente per non fare nulla. Lasciare spazio, ascoltare ciò che sentiamo prima che il malessere sia costretto ad alzare la voce».

L’immagine conclusiva della psichiatra è semplice e potente: «Non dovremmo aspettare di schiantarci contro un muro per decidere di rallentare. In fondo, l’ideale sarebbe di non arrivare nemmeno a dover andare dallo psichiatra. Non perché chiedere aiuto sia un fallimento (quando serve, è fondamentale) ma perché la migliore prevenzione comincia prima». È una sorta di «ecologia della mente»: «Imparare a prenderci cura del nostro equilibrio, delle emozioni e dei segnali del corpo lungo il cammino». Perché, se possibile, è meglio rallentare per tempo che aspettare di arrivare contro il muro.