La riforma della cooperazione internazionale presentata da Ignazio Cassis e Guy Parmelin fa discutere
«Es brodelt», si dice così in tedesco quando tira aria grama e la polemica è lì, dietro l’angolo. Ed è quello che sta succedendo a Berna in relazione al futuro dell’agenzia che viene chiamata «Direzione dello sviluppo e della cooperazione» (DSC). Inserita nel Dipartimento federale degli affari esteri, questa agenzia opera da oltre 60 anni nelle regioni più povere della Terra, con progetti che mirano allo sviluppo e alla crescita. Un fiore all’occhiello della presenza svizzera nel mondo. Nel giugno scorso il capo della nostra diplomazia Ignazio Cassis e il ministro dell’economia Guy Parmelin avevano presentato il nuovo orientamento di questa cooperazione internazionale. A partire dal 2029, l’obiettivo principale sarà quello di valorizzare al meglio le possibili sinergie tra il lavoro della DSC in diverse realtà del mondo e la presenza, in quelle stesse realtà, della Seco, la Segreteria di Stato dell’economia. «One office, one country», è questo il motto che da allora risuona nei corridoi di Palazzo federale. In altri termini la Svizzera deve essere presente in determinati Paesi, questo sì, ma con un solo ufficio: agli occhi del Consiglio federale non dovrà più accadere che la DSC e la Seco si ritrovino insieme contemporaneamente nello stesso Paese, seppur con compiti fondamentalmente diversi. La prima si occupa di sviluppo, la seconda di relazioni economiche e di scambi commerciali. Tra gli obiettivi della Seco, non va dimenticato, c’è anche quello di favorire l’industria d’esportazione svizzera. I due settori sono dunque difficilmente equiparabili. Lo schema «Un Paese, un ufficio» porterà anche ad una drastica ridefinizione delle priorità.
Chiudono tredici uffici
L’aiuto allo sviluppo si ritirerà completamente dall’America Latina, dall’Europa dell’est e dai Balcani, chiudendo complessivamente 13 uffici e mettendo così fine ad una presenza decennale in queste regioni, apprezzata dalla popolazione locale ma anche, più in generale, da chi opera nel settore della cooperazione. Questa riforma mira a concentrarsi maggiormente sull’Africa e parzialmente anche sull’Asia. La Seco invece opererà nei Paesi a reddito medio. E qui si intendono l’Ue – con il «miliardo di coesione» per i Paesi dell’Unione più in difficoltà – i Balcani e alcuni Stati asiatici. «La scelta dei Paesi prioritari si baserà, come avvenuto finora, su priorità ben definite: in primo luogo le esigenze locali, poi gli interessi della Svizzera e infine il valore aggiunto specifico che il nostro Paese può apportare rispetto ad altri donatori», così scriveva lo scorso 24 giugno il Consiglio federale, nel presentare questa riforma. Dal punto di vista finanziario l’intera operazione dovrebbe essere sostanzialmente neutra, i fondi a disposizione della Cooperazione internazionale rimarranno su per giù invariati, attorno ai 2,4 miliardi all’anno, con risparmi annui tutto sommato minimi, valutati a circa una ventina di milioni, a partire dal 2027. Ma perché allora su questa vicenda c’è un malcontento diffuso e sempre più rumoroso?
I nuovi caccia
Finora il tema è rimasto nelle retrovie dell’attualità, anche perché gli argomenti principali del momento sono altri: il nuovo pacchetto di accordi con l’Ue, per esempio, o il «prezzo fisso», che tale non è, per l’acquisto dei nuovi caccia da combattimento F35. Il forte disappunto provocato da questa ristrutturazione è però diffuso, nei corridoi dello stesso Dipartimento federale degli affari esteri e tra le tante organizzazioni non governative svizzere che operano in quello che viene chiamato il «Sud globale». Un fronte comune di queste Ong, tra cui anche quella creata da Roger Federer, ha inviato una lettera a Berna per protestare contro questo nuovo orientamento. I motivi sono diversi. Dal punto di vista finanziario l’operazione non prevede misure drastiche, anche se il Parlamento da questo punto di vista ci ha già messo del suo, tagliando quasi mezzo miliardo entro il 2028, agli occhi della maggioranza borghese c’è bisogno di fondi per rafforzare il nostro esercito.
Tornando alla riforma della DSC, va detto che Cassis si è dato anche un altro obiettivo strategico: favorire l’aiuto umanitario, in caso di conflitti o catastrofi, rispetto all’aiuto allo sviluppo, settore che gestisce progetti per la crescita dei Paesi in difficoltà. La quota destinata all’aiuto umanitario passerà così dal 26 al 40%, in tutto circa 300 milioni all’anno che verranno sottratti proprio alla cooperazione tecnica e all’aiuto allo sviluppo, ambiti che comprendono anche la promozione della pace. Agli occhi di Alliance Sud, centro di competenze in ambito umanitario, il Governo intende «reagire alle crisi e alle guerre senza intervenire sulle loro cause strutturali». La riforma Cassis/Parmelin trova ampio sostegno a destra dello scacchiere politico, che lo auspicava da tempo anche per contenere le uscite della Confederazione. Parecchie invece le perplessità a sinistra, un fronte che chiama in causa anche il rispetto della Costituzione federale, visto che all’articolo 54 si legge che «la Confederazione (…) contribuisce ad aiutare le popolazioni nel bisogno e lottare contro la povertà nel mondo». E non mancano dubbi nemmeno sul rapporto esterno che ha portato a questa ristrutturazione, firmato da un certo Daniel Schmutz, un ex manager della cassa malati Helsana. Difficile intravvedere delle affinità tra questo curriculum vitae e la cooperazione internazionale del nostro Paese. Cassis, prima di entrare in Governo aveva fondato Curafutura, che per anni è stata una delle organizzazioni mantello delle casse malati, da qui i contatti con lo stesso Schmutz. Questa riorganizzazione verrà sottoposta al Parlamento soltanto nel secondo semestre dell’anno prossimo, dopo le votazioni federali, quando questi piani in parte saranno già stati concretizzati. Basti dire che alcuni uffici regionali sono già stati chiusi e che all’incirca cento persone, in gran parte impiegati locali, verranno licenziati già nei prossimi mesi.
Infine una domanda: quanto presentato finora è solo una transizione che tiene conto, come dice il Governo, anche delle nuove realtà geopolitiche? Oppure è un errore strategico, come hanno fatto notare diversi parlamentari, esperti del settore e Ong? La risposta arriverà forse all’inizio della prossima legislatura. E forse, in quel momento, Cassis e Parmelin non saranno più in Consiglio federale.
