Care lettrici e cari lettori,
molti di voi, aprendo questa pagina, si aspettavano di trovare come sempre la risposta di Silvia Vegetti Finzi alle lettere, e dunque scoprire un altro nome al posto del suo potrà essere un piccolo dispiacere. Per tanti anni le avete scritto di figli, di nipoti, di matrimoni, di lutti, e lei vi ha risposto con gli strumenti della psicoanalisi e con un’attenzione che si sentiva riga per riga. Le auguro ogni bene per tutto quello che ha ancora in mente di fare.
Mi è stato chiesto di prendere il testimone della sua rubrica e lo faccio con onore e gratitudine, sperando di poter offrire delle risposte interessanti a partire dalla mia formazione filosofica e pedagogica.
Chi scrive alla posta di un giornale, in genere, non chiede cosa deve fare, perché conosce già le opzioni possibili meglio di chiunque altro. Piuttosto, quello che chiede è un altro punto da cui guardarle. Per farlo, le emozioni che ci attraversano, e che siamo abituati a considerare un intoppo del ragionamento, sono in realtà lo strumento più preciso che abbiamo, perché segnalano con esattezza ciò che ci riguarda e chiede di essere guardato, e credo che vadano lette come i cartelli nelle stazioni che dicono «Tu sei qui».
Non possono però indicare anche la destinazione, perché quello richiede invece di sapere verso cosa ci si muove, e qui le parole possono venirci in aiuto. Le fiabe, per esempio, finiscono con i protagonisti che vivono per sempre «felici e contenti», e può sembrare che si tratti della stessa cosa, quando in realtà le condizioni che descrivono sono molto diverse. Contento viene dal latino continere, contenere, e indica chi è pieno e appagato, cioè come ci si può sentire dopo una buona cena. Felice viene invece da felix, che ha la stessa radice di fecundus e vuol dire fertile: è felice chi sta portando alla luce qualcosa nato dall’incontro fra sé e il mondo. La felicità , però, resta un istante più che uno stato continuo, e quello che oggi ci si trova spesso a desiderare – la promozione, la casa nuova, il viaggio prenotato da mesi – riguarda quasi sempre la contentezza, che infatti passa in fretta e va continuamente rinnovata.
Vi propongo quindi di scegliere una terza parola – fioritura – che indica il flusso nel quale quegli istanti di felicità possono accadere, ma anche quelli di contentezza o di sconforto, stanchezza e disorientamento, che fanno sempre parte del percorso umano. I greci la chiamavano eudaimonia, che alla lettera vuol dire «avere un buon demone», dove il demone è l’essenza stessa dell’anima, quella a cui si tratta di restare fedeli. Nell’Etica Nicomachea di Aristotele indica un’intera vita vissuta secondo la propria natura più profonda. Le piante lo mostrano bene, dal momento che nessuna fiorisce per essere felice, ma per ciò che è nella forma più piena che le condizioni le permettono, qualche volta anche dentro la crepa di un muro.
Da qui viene il titolo di questa rubrica. Ciascuno fiorisce con i propri tempi e senza niente da dimostrare, con urgenza e però senza fretta, e può capitare di sembrare fermi proprio mentre sta avvenendo la parte più faticosa del lavoro. Il percorso non è uguale per tutti, non prevede neppure le stesse tappe e la stessa velocità . Kant osservava che è vuota ogni promessa di una felicità uguale per chiunque, raggiungibile praticando una serie di passi nell’ordine giusto.
Fiorire riguarda ogni aspetto della nostra vita, dalla relazione con noi stessi al lavoro che facciamo e al tempo che ci resta, al modo in cui invecchiamo e a quello in cui guardiamo il mondo che stiamo attraversando.
Alle vostre lettere risponderò quindi con questo sguardo, senza fare diagnosi e senza stabilire chi ha ragione, ma appoggiandomi alla filosofia, alla letteratura e, dove serve, a quello che dicono le ricerche. Scrivetemi di qualunque cosa vi stia a cuore, di una persona, di una scelta, di una stagione della vita che non riconoscete più, sapendo che anche mettere in fila i fatti, in una lettera, è già un modo di orientarsi.