Le lettere che custodiscono i nostri segreti

by azione azione
30 Settembre 2026

C’è una casella postale a Breganzona alla quale chiunque può scrivere una lettera a mano per raccontare qualcosa che pesa sul cuore. Il progetto si chiama «Già che ci sei», abbiamo intervistato gli ideatori

Da un paio di mesi nel nostro Cantone esiste una possibilità nuova ed innovativa per dare voce ai propri pensieri e alle proprie emozioni. Si tratta dell’iniziativa dell’associazione «Già che ci sei», che consiste nell’aver messo in funzione una casella postale, ubicata a Breganzona, cui far pervenire parole, desideri, ricordi, dubbi o preoccupazioni, preferibilmente scritti a mano, che finora non avevano trovato un loro spazio di espressione.

Se chi spedisce la propria lettera desidera una risposta, lo può esplicitare e apporre in tal caso il proprio recapito; chi invece non ha questa necessità può tranquillamente rimanere anonimo o firmare con un nome fittizio. In ogni caso, dall’altra parte della cassetta, c’è qualcuno che leggerà e conserverà con cura ogni scritto, nel pieno rispetto della privacy e dei dati personali. Le lettere non saranno – ovviamente – né pubblicate né mostrate a terzi e riguardo ad esse non vi sarà alcun giudizio né alcuna censura, soltanto accoglienza e una sincera voglia di esserci.

In questo spazio ogni parola va bene e merita attenzione, che si tratti di qualcosa che non si ha mai avuto il coraggio di dire o di un segreto che pesa troppo per essere portato da soli o ancora di un saluto ad una persona che non vediamo più ma a cui vorremmo dedicare un momento. Si tratta, infatti, proprio di un progetto ideato e voluto per chi sente il bisogno di mettere nero su bianco qualcosa che porta dentro.

Ma com’è nata l’idea di questa speciale casella di posta? Due sono state le principali fonti di ispirazione: «Da un lato un servizio attivo presso un’importante associazione del territorio (Radix con il servizio Open che tuttora esiste), che tanti anni fa aveva segnalato sul Diario scolastico la possibilità per chi si sentiva solo, triste oppure aveva dei problemi in famiglia, di scrivere delle lettere, a cui sarebbe seguita una risposta – spiega uno dei fondatori dell’associazione, che preferisce restare anonimo – siccome una di noi aveva provato questo servizio, traendo un grande giovamento, soprattutto dalla percezione del tempo e dell’attenzione dedicati all’atto del rispondere, abbiamo pensato che sarebbe stato splendido offrire lo stesso grado di presenza a qualcuno che oggi porta un peso sul cuore».

Il libro di Laura Imai Messina, Tutti gli indirizzi perduti, costituisce la seconda fonte di ispirazione: «Il testo racconta di un ufficio postale giapponese – realmente esistente – che raccoglie lettere-sfogo di persone che scrivono a vecchi amori, al sé stesso di quindici anni fa, alla propria rabbia, ecc., senza fornire in questo caso una risposta; un ufficio che può essere visitato e dove questi scritti possono essere letti», ci viene raccontato.

«Con la nostra iniziativa, ci teniamo ad offrire un’alternativa alle intelligenze artificiali con cui tanti oggi si sfogano»

È quindi dall’unione di questi due elementi che è scaturita la decisione di creare un’associazione e mettere a disposizione un indirizzo al quale poter inviare la propria lettera, complice anche la consapevolezza di come non sia sempre facile trovare qualcuno a cui affidare determinati pensieri e del fatto che a volte scrivere a una persona sconosciuta può essere più semplice che aprirsi con chi ci sta vicino. «Non vogliamo però in nessun modo sostituirci né ad un sostegno professionale né ai servizi esistenti, ma offrire piuttosto uno stimolo per pensare a sé stessi e prendersi cura della propria interiorità. Non da ultimo, con la nostra iniziativa, ci teniamo a offrire un’alternativa alle intelligenze artificiali con le quali tanti oggi si sfogano e a ritornare a carta e penna, alla lentezza dell’attesa di una risposta», ci spiega il nostro interlocutore.

Ed è proprio nel riportare al centro la scrittura manuale, in un’epoca dominata dalla tecnologia, che risiede la forza del progetto: «Siamo convinti che l’atto di scrivere sia catartico. Sempre. Prendere una penna in mano, avere un foglio davanti, scegliere se scrivere tutto di getto oppure se dare un senso logico, soffermarsi sulle parole, comporre delle frasi; pensiamo che tutto questo aiuti tanto a chiarire come si sta, dove ci si trova. A volte scrivendo ci si rende, infatti, conto che alcune emozioni o pensieri che ci hanno abitato per tanto tempo sono pronti per essere “ripiegati e messi nell’armadio”, mentre delle altre prevale il sollievo di avere “buttato fuori” qualcosa che in questo modo non andrà sfogato su altre persone – continua uno degli ideatori del progetto – al riguardo abbiamo noi stessi fatto l’esperienza del potere della “lettera di rabbia”, uno scritto in cui si riporta tutto quello che passa per la testa riguardo ad una persona, una situazione o un’istituzione e che viene poi bruciato anziché inviato, producendo nell’autore un forte senso di sollievo e liberazione, che è poi quello che noi vorremmo portare alle persone. La nostra speranza è, quindi, che venendo a sapere dell’esistenza del servizio qualcuno in più prenda il coraggio di sfruttare questo potere del mettere su carta quello che si ha dentro».

Per far conoscere questa recente iniziativa, chi vi sta dietro ha finora agito molto tramite la propria pagina Instagram (@giachecisei.posta): «abbiamo già 1300 follower e un domani ci piacerebbe creare un account Tik Tok per farci conoscere anche dai più giovani. Pensiamo anche a dei volantini da distribuire in librerie, case anziani e bacheche per raggiungere più persone possibili senza discriminazioni», racconta il nostro interlocutore. Ed è proprio per evitare discriminazioni o pregiudizi che gli ideatori del progetto preferiscono non divulgare la propria identità: «Una scelta voluta per evitare che chi sta dietro all’iniziativa (uomo o donna, giovane o meno giovane, con una formazione X o un lavoro Y) influenzi la possibilità di aprirsi di chi scrive. Quello che per noi conta è che il focus sia sulla persona e sulla sua lettera».

Per quanto fin qui visto chi si cela dietro a questa speciale casella postale mira in una parola ad «esserci» per chi vuole cogliere l’opportunità che essa offre; un concetto che ha avuto un ruolo pure nella scelta del nome da dare all’associazione: «Ha presente quando in uno scambio tra due persone una se ne sta andando e l’altra le dice “ah, già che ci sei…” per chiedere un’ultima cosa? Oppure quando dallo psicologo il paziente “lancia la bomba” proprio gli ultimi minuti della seduta? In questi momenti viene spesso detto quello di cui si desiderava parlare senza averne però il coraggio, che è proprio quello che noi vorremmo cogliere. Oltre a ciò, con il nome scelto abbiamo voluto giocare sul senso di esserci: noi ci siamo, ma anche tu che scrivi ci sei e sei importante per noi e per il mondo», ci viene spiegato.

Una presenza – quella di chi ha ideato il progetto – che viene espressa con la cura con cui le lettere vengono custodite e l’attenzione posta nel rispondere a chi ne fa richiesta: «Finora abbiamo ricevuto alcune lettere; tutte sono state testimonianze toccanti di situazioni vissute, di segreti ben custoditi, di momenti di fragilità che hanno spesso portato a una voglia di rivalsa e di essere felici. Ci siamo emozionati molto nel leggerle e speriamo che queste forti emozioni abbiano avuto modo di trasparire nelle risposte che abbiamo inviato», conclude il nostro interlocutore.