Altri campioni: dopo due Paralimpiadi e cinque medaglie mondiali, Pia Schmid ha lasciato l’agonismo per ritrovare nell’handbike un rapporto diverso con lo sport
Nata nel 1969 e in sedia a rotelle da 47 anni, Pia Schmid, tetraplegica, ha costruito il proprio rapporto con lo sport attraverso un percorso fatto di sfide, cambiamenti e nuove scoperte. Un viaggio iniziato quasi per caso e che, nel corso degli anni, l’ha portata dalla competizione ai massimi livelli internazionali fino al piacere di pedalare sulla strada, senza più inseguire soltanto tempi, risultati e medaglie.
Oggi l’handbike rappresenta per lei soprattutto libertà , autonomia, benessere e possibilità di esplorare il mondo. Da giovane non si sarebbe certo definita una persona sportiva. Anzi, racconta di essere stata piuttosto poco interessata all’attività fisica. L’incontro con lo sport è arrivato dopo aver conosciuto colui che sarebbe poi diventato il suo allenatore, Erwin Zemp, il quale le ha proposto di salire su una carrozzella di atletica. L’impatto iniziale non è stato semplice; riusciva a malapena ad avanzare. Quella che sembrava una difficoltà insormontabile, però, si è trasformata lentamente in una sfida personale.
Con la pratica sono arrivati i progressi, poi il piacere e infine la motivazione a continuare. Da quel momento lo sport ha iniziato a occupare uno spazio sempre più importante nella sua vita. La sua specialità è diventata la pista, in particolare le gare di atletica leggera in carrozzina. I 100 e i 200 metri erano le distanze più congeniali al suo carattere e alle sue qualità , ma ha gareggiato anche sui 400 metri. L’impegno costante e la disciplina dell’allenamento l’hanno portata rapidamente verso il livello internazionale.
La sua carriera è culminata nella partecipazione a due edizioni dei Giochi Paralimpici, prima ad Atene nel 2004 e poi a Pechino nel 2008. Nel frattempo, sono arrivati anche importanti successi ai campionati mondiali, con due ori, due argenti e un bronzo. Risultati che raccontano una carriera di alto livello, costruita giorno dopo giorno attraverso sacrificio e dedizione: «L’allenamento arrivava a occupare circa 20 ore ogni settimana – spiega Pia Schmid – a cui si aggiungeva il lavoro part-time come tecnico di laboratorio medico presso il Centro svizzero dei paraplegici. La preparazione agonistica richiedeva organizzazione, energie e continuità e, dopo l’esperienza di Pechino, ho sentito che era arrivato il momento di cambiare. Nel 2008 ho deciso di lasciare l’attività agonistica per dedicare più tempo alla mia vita privata, agli amici e a tutto ciò che negli anni era rimasto inevitabilmente in secondo piano».
Non si è trattato, però, di un addio allo sport. Al contrario, quella decisione ha aperto la porta a un modo completamente nuovo di viverlo. «Dopo il ritiro dall’élite – continua Schmid – ho scoperto il ciclismo su strada e, in particolare, l’handbike, anche attraverso il sistema del Vorspannbike, ovvero una ruota motrice che traina la carrozzina». La differenza rispetto alla pista è stata immediatamente evidente. Per anni aveva vissuto lo sport all’interno di uno spazio delimitato, dove ogni metro aveva un significato agonistico e ogni secondo poteva fare la differenza. La strada, invece, le ha offerto qualcosa di completamente diverso: la possibilità di andare lontano, scegliere una direzione, attraversare nuovi paesaggi e trasformare ogni uscita in una piccola avventura. La distanza è diventata così una nuova forma di libertà .
Una delle uscite che ricorda con maggiore orgoglio è stata di 125 chilometri. Un numero che, soprattutto considerando il percorso da cui è partita, racconta non soltanto una capacità fisica, ma anche un cambiamento nel modo di percepire lo sport. «Pedalare per me significa soprattutto stare bene, muovermi, conoscere luoghi nuovi e vivere il paesaggio. La strada diventa quindi uno spazio di scoperta, molto diverso dalla pista, ma non per questo meno stimolante».
In questo percorso, il Giro Suisse occupa un posto particolare. Pia Schmid ha conosciuto questo evento nel 2019, partecipandovi per la prima volta; l’anno successivo ha preso parte all’edizione organizzata in occasione del quarantesimo anniversario dell’Associazione Svizzera dei Paraplegici, promotrice dell’evento, in cui sono stati percorsi quasi mille chilometri in 13 giorni. Ha poi preso parte a tutte le edizioni successive, di una settimana, che si svolgono ogni due anni nelle diverse regioni della Svizzera.
Ciò che lega maggiormente Pia Schmid al Giro Suisse è proprio la sua filosofia. Per lei significa la possibilità di condividere dei momenti di sport assieme a vecchi e nuovi amici, senza competizione. È un concetto che rappresenta perfettamente la trasformazione del suo rapporto con lo sport: «Conta il percorso, contano le persone incontrate, conta la possibilità di condividere la fatica e la soddisfazione di arrivare insieme» spiega Schmid. «Per me il Giro Suisse diventa così non soltanto un evento sportivo, ma una comunità itinerante. Uno degli aspetti che apprezzo maggiormente è proprio la possibilità di partecipare con modalità diverse. E-Bike, handbike trainato, bicicletta tradizionale o accompagnamento privato permettono a persone con esigenze differenti di vivere la stessa esperienza. Un Giro Suisse inclusivo, quindi, a tutti gli effetti».
La pista ha insegnato a Pia la disciplina e la forza necessarie per raggiungere i massimi livelli; la strada le ha insegnato invece a rallentare, guardarsi intorno e godersi il viaggio.
Dalla carrozzina da corsa alla pista, dai Giochi Paralimpici alle lunghe pedalate in handbike, il suo viaggio sportivo racconta quindi una trasformazione profonda. E il Giro Suisse ne rappresenta forse, in questo senso, la sintesi più autentica.



