Ho ritrovato una vecchia musicassetta con una formidabile raccolta di canzoni: la usavo in viaggio ma non ho più modo di ascoltarla. La mia collezione di 400 e più film è da buttare: il nastro magnetico si è tutto impastato. Anche con i dvd faccio fatica. Mi restano i libri, con le sottolineature, le orecchiette alle pagine, persino lo scotch per salvare la copertina. Almeno quelli!
C’è stato un tempo in cui la nostra identità culturale si misurava in centimetri. Quelli occupati dai dorsi dei libri sugli scaffali, dalle coste dei vinili nei mercatini, dalle videocassette accumulate nei pomeriggi di pioggia. Gli oggetti culturali non erano semplici supporti: erano monumenti domestici alla nostra formazione, bussole della nostra evoluzione interiore. Oggi quel paesaggio fisico è quasi evaporato. Sostituito da un rettangolo di vetro e da un canone mensile, il nostro rapporto con l’arte è passato dal paradigma del «possesso» a quello dell’«accesso». Ma in questa smaterializzazione radicale, quali sono le conseguenze antropologiche e sociali sulla nostra memoria collettiva?
La transizione verso la Subscription Economy – l’universo di Netflix, Spotify e Kindle Unlimited – viene costantemente narrata dalla retorica tecnofila come il trionfo della democrazia culturale. Abbiamo la più grande biblioteca, cineteca e discoteca della storia dell’umanità in tasca, a portata di clic. Eppure, questa cornucopia digitale porta con sé un paradosso già lucidamente intuito da Jeremy Rifkin all’alba del millennio. Nel suo saggio L’età dell’accesso, l’economista americano descriveva il passaggio dal possesso dei beni all’accesso temporaneo ai servizi. Questa mutazione sposta il baricentro dell’esperienza dal «trattenere» al «consumare»: la cultura rischia di cessare di essere un patrimonio da custodire per trasformarsi in un flusso di esperienze, dove l’abbondanza alimenta una bulimia dell’effimero e il consumo rapido scaccia la contemplazione.
L’impatto sociale più profondo di questa transizione riguarda la conservazione della memoria storica e la natura stessa dell’opera d’arte. Quando l’arte si riduce a un bit su un server remoto, perde non solo la sua materialità , ma anche quella dimensione di unicità e di storia che Walter Benjamin riconduceva all’hic et nunc dell’opera. Nel suo fondamentale saggio del 1936, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Benjamin osservava che anche la riproduzione più perfetta non può restituire «l’hic et nunc dell’opera d’arte», la sua esistenza unica nel luogo in cui si trova. Se fotografia e cinema avevano già incrinato questa dimensione, la riproducibilità digitale la porta a un grado ulteriore.
Senza l’ancoraggio dell’oggetto fisico, cambia anche la natura dell’archivio democratico. Nell’era dell’accesso, spesso non possediamo più i nostri libri o la nostra musica: acquistiamo licenze d’uso, soggette a condizioni che possono cambiare. È la nascita di una cultura potenzialmente liquida e centralizzata, dove il passato resta accessibile finché qualcuno ne garantisce l’accesso e l’eredità culturale rischia di essere affidata ai server privati di poche multinazionali tecnologiche.
Non è un caso, allora, se le nuove generazioni stiano mostrando una silenziosa resistenza materiale. Il ritorno del vinile, il boom della fotografia analogica e la straordinaria tenuta del libro cartaceo non sono semplici feticismi nostalgici o mode passeggere. Sono anche il sintomo di un bisogno di riappropriazione sensoriale. In un mondo dove relazioni, lavoro e arte scorrono dentro flussi invisibili, toccare una copertina, sentire il fruscio di una puntina sul solco o attendere lo sviluppo di un rullino restituisce all’esperienza un tempo, una durata, perfino una ritualità . Più che atti di resistenza politica, sono forse piccoli gesti di resistenza antropologica: il tentativo di sottrarre l’esperienza alla velocità con cui il digitale tende a consumarla.
Se la cultura si riduce a una utility – simile all’erogazione dell’acqua o dell’energia elettrica – il rischio è di trasformarci da custodi consapevoli della memoria in utenti temporanei del presente.
Una rivista culturale ha allora il dovere di guardare oltre lo specchio dell’efficienza tecnologica e porre la domanda fondamentale: siamo davvero più ricchi perché abbiamo accesso a tutto, o rischiamo di essere più poveri proprio perché non sentiamo più il bisogno di trattenere nulla?