Saltano i generi, mentre i nostri gusti e le scoperte sono orientati sempre più dalle piattaforme
Ha ancora senso parlare di generi musicali? Oppure anche le classiche distinzioni tra canzoni pop, rock, rap e jazz (solo per citarne alcune) sono da considerarsi superate? I tempi che stiamo vivendo – che vedono nell’estrema personalizzazione un valore assoluto – sembrano confermare uno scenario inedito.
Prima del Novecento esistevano soprattutto tradizioni, come la musica popolare o i canti religiosi. Poi, sono arrivate a definirsi ufficialmente le caratteristiche di vari generi: dal jazz al blues. Poi il gospel, il rhythm&blues, il rock’n’roll… Con il passare degli anni, e con una crescente contaminazione tra artisti e scene musicali, si sono create le basi per la nascita del funk, del folk rock. O della disco music, del pop moderno, dell’hip hop, della techno, del britpop. E di tanti altri, fino ad arrivare alla trap e alle ultime tendenze.
E oggi? Innanzitutto gli artisti non si sentono più in obbligo di appartenere a un unico genere. A differenza di qualche decennio fa, oggi è naturale (e quasi ovvio) che in un’unica canzone possano convivere più influenze e generi. E non solo. È altrettanto normale che all’interno di un disco si possano trovare brani di mondi completamente opposti, apparentemente lontani tra loro. Secondo alcuni esperti, infatti, siamo in una società «post-genere», dove sia artisti sia ascoltatori non si sentono più in dovere di identificarsi in un unico genere.
Ma allora, da dove era nato questo bisogno di suddividere canzoni e cantanti in generi musicali? Oltre al naturale categorizzare le canzoni in base ad affinità stilistiche, strutturali, geografiche o storiche, anche la stessa industria discografica ha inizialmente spinto per questa classificazione, basata su elementi chiave come ritmo, armonia, strumenti usati, area di provenienza e contesto sociale. Non solo per ufficializzare la nascita di differenti scene artistiche ma anche per necessità più organizzative: dalla gestione dei propri cataloghi fino al bisogno di informazioni, per permettere di allestire al meglio i negozi di dischi, suddividendo spazi in base ai gusti dei clienti. Ma non è tutto qui.
Nel Novecento, infatti, era più semplice definire i confini di un genere musicale, perché essere parte di uno di essi era il sinonimo dell’appartenenza a una forma di identità collettiva. Definirsi punk, ad esempio, non significava semplicemente esprimere un gusto specifico in quanto a melodie e sonorità , ma anche dichiarare di sposare una certa cultura, con valori e simboli particolari, condivisi con molte altre persone. Definire un genere significava (anche) legittimare la formazione di gruppi e comunità .
Ora, invece, questo tipo di aggregazione è sempre più difficile, nonostante esistano ancora queste «tribù» musicali. In quest’epoca fluida ognuno può costruirsi il proprio mondo di riferimento. E l’algoritmo dei social network non farà quasi nulla per allontanare gli ascoltatori da esso: si impegnerà infatti ad amplificare il più possibile questi gusti, presentando continuamente altre canzoni o altri cantanti che, in base agli ascolti effettuati, potrebbero essere apprezzati. È inutile segnalare che questa dinamica – per quanto «comoda» e «sicura» – sia anche molto pericolosa, visto che finisce per creare delle vere e proprie bolle, per cui si è spinti ad ascoltare solo ciò che già piace. E questo non vale solo per quello che riguarda la musica, ma si può adattare a tutti i campi del sapere.
Ma se torniamo a concentrarci esclusivamente sui generi musicali, c’è una grossa novità su cui riflettere. In questa fase specifica dello streaming, lo strapotere appartiene alle piattaforme, che stanno modificando le esperienze di ascolto degli utenti. Prima del loro avvento, gli amanti della musica sceglievano i dischi nei negozi in base ai generi. Oggi, invece, Spotify e gli altri colossi spingono sempre di più su playlist che si basano sull’umore degli ascoltatori o sull’attività che stanno facendo in quel preciso istante. Così, oggi spopolano le playlist per allenarsi, per rilassarsi, per dormire, per affrontare un lungo viaggio in auto. Questo è un cambiamento epocale.
Non è un caso che le playlist più popolari di Spotify non siano quasi mai «di genere» (un report uscito lo scorso aprile per celebrare i 20 anni della piattaforma ha svelato che le playlist più ascoltate di sempre sono legate a uno stato d’animo, in particolare a quello degli ascoltatori durante le «feste» o più in generale durante ogni tipo di «celebrazione»). Oltre alle playlist che selezionano i brani più in voga (Today’s Top Hits, Top 50 – Global, Viral 50 – Global, New Music Friday), su Spotify vanno alla grande quelle legate alle attività di chi le ascolta (Peaceful Piano, Beast Mode, Deep Focus, Lo-Fi Beats, Deep Sleep, Workout Twerkout, Mint, Coffee + Chill). Poi, come già anticipato, ci sono le playlist che si riferiscono all’umore degli ascoltatori, come Happy Hits!, Chill Hits, Mood Booster, Life Sucks e Sad Songs. Lo si intuisce dai nomi delle playlist…
Non importa quale sia l’umore: l’importante è assecondarlo il più possibile con le canzoni più giuste.
