Tratte da «La catastròfa» di Paolo Di Stefano, in scena le storie della tragedia di Marcinelle
Negli ultimi anni – lo abbiamo scritto anche su queste colonne – è sempre più stretto il dialogo del teatro con la narrativa: penso allo spettacolo tratto dalla Ferocia di Lagioia, messo in scena da Michele Altamura, penso al lavoro fatto sui romanzi di Ágota Kristóf da parte della compagnia Fanny & Alexander. Ci sono dei romanzi, però, che già strutturalmente conservano in seno una vocazione teatrale, che sembrano nascere quasi per la scena. È il caso del fortunato, per quanto dolente, libro di Paolo Di Stefano, La catastròfa. Marcinelle 8 agosto 1956, pubblicato nel 2011 e insignito del prestigioso premio Volponi.
La storia affonda mani e piedi nella tragedia del Bois du Cazier, miniera di carbone in Belgio. Lì, la mattina dell’8 agosto 1956, un incidente nell’impianto di risalita provocò la morte di 262 lavoratori; 136 di questi erano italiani. Nel romanzo, che racconta la storia non dall’alto, ma dal basso, complice anche la professione dello scrittore, Di Stefano, che oltre a essere narratore è giornalista, non c’è una voce, ma un coro di voci, volte tutte insieme a formare un polittico che restituisce ai lettori la tragedia nei suoi risvolti più crudi, ma anche più umani.
Un romanzo polifonico che porta alla luce dolori, ma anche sogni, speranze, momenti di sconforto e gioie: di queste contraddittorie schegge è costruita la storia migratoria di ogni popolo, non solo di quello italiano. Nella lettura o «testimonianza» scenica – come la definisce il regista, Riccardo Frati, a margine dello spettacolo che ha avuto luogo lo scorso martedì al LAC di Lugano – la pluralità di voci converge in un unico punto, la voce dell’interprete, Leonardo De Colle, cui fa da contraltare (quasi una voce fuori campo) Etta Scollo, solista e alla chitarra, autrice, oltretutto, delle musiche e delle canzoni (in scena ci sono anche Paolo Camporesi, alla fisarmonica e Davide Lucio Cervi, al violoncello).
Se la pluralità in questa lettura si riduce (le voci sono due), ciò che recupera in dimensione è l’ampio dispiegamento dei documenti visivi proiettati sullo sfondo: le foto, in bianco e nero, i volti in primo piano degli operai interrogano continuamente gli spettatori e fungono da personaggi muti, ma presenti. Attraverso questi elementi il pubblico scivola in questa storia di ingiustizie, fatiche, omissioni – ancora oggi i fatti restano controversi. Si spazia: non solo la tragedia, ma le condizioni di vita prima e dopo la catastrofe, il razzismo, le scritte «Interdit aux chiens et aux italiens».
Interessante, in questo romanzo, e anche nella sua resa scenica, il dato linguistico: i lavoratori, di classe sociale bassa, lasciata l’Italia e raggiunto il Belgio, avevano creato una lingua ibrida, fra dialetti, italiano, francese. Per questo il titolo, La catastròfa, così vibrante, originale e quasi selvaggio. Un titolo che è un j’accuse. E poi le voci, come questa: «Io avevo diciotto mesi, quando è morto mio padre Ottavio, ma non mi ricordo niente, come se non l’avessi mai visto e conosciuto. Certe volte mi sforzo, mi sforzo con la testa e con la memoria, guardo le fotografie, mi sforzo ma proprio non mi posso ricordare, capito? Non mi posso ricordare ma posso dire che se l’uscita del pozzo nuovo non era sbarrata, mio padre e i suoi compagni sarebbero risaliti».
