Photo Elysée riunisce l’alternanza di luce e orrore di Alfredo Jaar, la danza come resistenza di Hannah Darabi e l’Asia di Ella Maillart
A poche centinaia di metri dalla stazione di Losanna, Plateforme 10 (polo museale che la città si è regalata pochi anni or sono), ospita «Photo Elysee»: eleganti e maestosi spazi dove sono attualmente in corso tre mostre.
La prima è di Alfredo Jaar, poliedrico artista cileno (architetto, regista, creatore di istallazioni). Oggi 70enne, ha chiesto a una ventina di fotoreporter sparsi nel mondo di realizzare due scatti precisi: pace e serenità nel primo, dramma e dolore nel secondo. Da cui, il titolo del suo ultimo progetto: Inferno&Paradiso. Posta sopra l’entrata di una sala buia, un’insegna illumina alternativamente ogni venti minuti le due parole. Una volta entrato, lo spettatore si trova di fronte a una serie di diapositive proiettate e dilatate sulle pareti. Lynsey Addario ci fa condividere la gioia di un matrimonio in un paese arabo; Motaz Azaiza quella di una bambina palestinese, nel suo nuovo vestitino; Véronique De Viguerie coglie un venditore di palloncini afghano sommerso dai colori sulla sua bicicletta. Splendida l’immagine del franco-siriano Abdulmonam Eassa: due ragazzi sudanesi che approfittano di una piena del Nilo per tuffarsi da un frondoso albero parzialmente sommerso dalle acque. Acqua che domina pure l’immagine proposta da P. E. Piovano: una donna armata di secchio raccoglie quella di una cascata in Cile. Su una spiaggia senegalese ecco un gruppo di giovani che scherzano, ballano e sorridono davanti all’obiettivo della fotoreporter filippina H. R. Morales. Ricorda la poesia di Rimbaud Le dormeur du val, l’immagine di Lindokuhle Sobekwa: un ragazzo che dorme tra le alte erbe di un campo nei pressi di Johannesburg, fortunatamente senza quei due fori rossi sul fianco, come recita l’ultimo sferzante verso nell’ode del Poeta Maledetto.
Un immaginario Virgilio ci guida poi in un «Inferno» che davvero sembra quello dantesco. La già citata Addario si sposta in Ucraina: ritraendo un gruppo di persone, impossibilitate a raggiungere un rifugio, si stende a terra sotto le bombe russe. Sempre in Ucraina, una donna piange sul cadavere del marito che, a due passi dal tunnel della métro di Kiev, è stato raggiunto da una raffica di mitra. Ecco il piccolo Mahmoud (9 anni), rimasto senza braccia dopo l’ennesimo raid israeliano su Gaza, che appena risvegliatosi chiede alla mamma: «E adesso, come farò ad abbracciarti?».
Ogni fotografia conservauna traccia del passato,ma può anche continuarea parlare con precisioneal nostro presente
In una favela di Rio durante il carnevale una bambina travestita da micetta sembra farsi beffe di un trio anch’esso mascherato, epperò armato di mitra e probabilmente intenzionato ad approfittare del bailamme generale per compiere chissà quale malefatta. Due sorelle siriane che si abbracciano piangendo sulle macerie della loro casa a Damasco. Poteva mancare la tragedia dei migranti? Certo che no, e ci pensa Olivier Jobard con l’immagine di due giovani marocchini annegati nel tentativo di attraversare l’Atlantico per raggiungere le Canarie. Agghiacciante, infine, la foto di Lorenzo Meloni: un ragazzo iracheno affiliato all’Isis e ucciso a Mosul prima che potesse farsi esplodere con la cintura d’esplosivo.
Si torna a respirare un’atmosfera decisamente meno pesante con il lavoro di Hannah Darabi, Why Don’t You Dance?, titolo preso in prestito da un racconto di Raymond Carver e che dà voce (molti filmati accompagnano le foto) ad alcune ex-professioniste della danza del ventre, popolarissime prima che gli ayatollah proclamassero la loro volontà di cancellare il corpo femminile dall’universo iraniano. Forse un po’ inaspettatamente, la Darabi ci rivela come le giovani iraniane accompagnino il loro urlo «Donna, vita e libertà» esibendosi nelle tradizionali danze folkloristiche di quel Paese oggi sotto le bombe USA. Il loro divertimento diventa atto politico, una forma di gioiosa resistenza.
Mahvash, cantante e ballerina di cabaret degli anni Cinquanta, costituisce la base di quest’opera: la sua autobiografia romanzata permette ad Hannah Darabi di esaminare come la danza abbia funzionato quale strumento di protesta durante la rivoluzione del 1979 e come i corpi delle donne – sia nell’espressione, sia nell’aspetto – siano stati soggetti a crescenti restrizioni. In una serie di collage, Darabi rivisita il libro della Mahvash, I segreti della realizzazione sessuale (edito nel 1957!), combinando pagine di riviste, estratti di testo, materiale effimero e le sue fotografie.
Altro protagonista di Why Don’t You Dance? è Mohammad Khordadian, ballerino e coreografo della scena pop iraniana di Los Angeles. Attraverso di lui, la Darabi mette in luce sulla diaspora e sulle pratiche sviluppatesi in esilio, evidenziando le serate del Cabaret Tehran, locale – si dice imperdibile – per gli iraniani riparati nella California meridionale.
La visita si chiude con l’omaggio alla ginevrina Ella Maillart (1903-1997) e alle sue immagini, molte inedite. Provetta velista, sciatrice e hockeista su prato, dal Lemano guidò la sua Citröen sino alla Cina, passando per India e Afghanistan, e questo nel 1932. Che donna!
