Vite da ridere (o quasi): a dieci anni dalla morte di Bud Spencer, il culto della coppia continua a unire generazioni e Paesi diversi
A inizio settembre, più di ventimila persone hanno raggiunto Ilmenau, cittadina della Turingia per l’occasione ribattezzata «Hillmenau». Sono arrivate per assistere a proiezioni, concerti, spettacoli western, gare di braccio di ferro e perfino a una competizione a base di fagioli. Il venticinquesimo SpencerHill Festival ha stabilito il proprio record di pubblico e dedicato uno degli appuntamenti principali a Bud Spencer, scomparso dieci anni or sono. Terence Hill non ha potuto partecipare, ma il premio più ambito della lotteria era una visita a casa sua in Italia. L’ha vinta una famiglia tedesca; la più emozionata, raccontano gli organizzatori, era la figlia quindicenne.
Il dettaglio dice più di molte analisi. I loro film appartengono soprattutto agli anni Settanta e Ottanta, eppure conquistano spettatori che non erano nati quando la coppia si separò. In Germania, il culto comprende festival e perfino un museo, ma attraversa buona parte dell’Europa e non sembra alimentato soltanto dalla nostalgia.
Forse dipende dal fatto che tutto avvenne senza un progetto preciso. Carlo Pedersoli (in arte Bud Spencer) e Mario Girotti (Terence Hill) provenivano da storie diverse.
Il primo, napoletano, era stato un campione di nuoto, primatista italiano dei cento metri stile libero e atleta olimpico. Aveva vissuto in Sudamerica e collezionato piccole parti cinematografiche senza pensare a una carriera da attore.
Girotti, veneziano, era entrato giovanissimo nel cinema, aveva recitato per Visconti nel Gattopardo e lavorato in Germania.
A riunirli fu nel 1967 Giuseppe Colizzi per Dio perdona… io no!. Pedersoli accettò soprattutto per ragioni economiche; Girotti arrivò come sostituto, perché l’attore scelto si era fratturato una gamba. Anche i loro pseudonimi nacquero allora, per dare al western italiano un’apparenza internazionale. Mario preferì Terence Hill perché conservava le iniziali di sua madre.
Colizzi intuì inoltre che il contrasto fisico poteva diventare racconto. Per preparare Girotti al ruolo gli suggerì di osservare allo zoo lo sguardo dei felini: non limitarsi a fissare l’avversario, ma guardare oltre. Al «gatto» rapido e penetrante oppose così il «cane» massiccio e tenace interpretato da Pedersoli. Prima ancora delle battute, erano già due caratteri leggibili a colpo d’occhio.
Non fu subito un colpo di fulmine artistico. Nel primo film i due sono ancora prigionieri dei modelli dello spaghetti western: Hill è il pistolero solitario, Spencer l’uomo massiccio e taciturno. La chimica esiste, ma deve trovare la propria lingua. Sarà Enzo Barboni, direttore della fotografia diventato regista con lo pseudonimo E.B. Clucher, a compiere il passaggio decisivo. Stanco di una violenza cinematografica sempre più cupa, volle smontarla dall’interno: le pistole lasciarono il posto agli schiaffi, i morti ai cattivi che cadevano e si rialzavano come nei cartoni animati.
Anche Lo chiamavano Trinità … nacque contro ogni prudenza. La sceneggiatura, inizialmente pensata per un solo protagonista, era stata respinta da vari produttori: troppi dialoghi e troppo pochi cadaveri. Furono Hill e Spencer a intuire che un secondo personaggio avrebbe fatto funzionare meglio la storia. Accanto al pistolero pigro e beffardo apparve così Bambino, gigante burbero che tenta di rimettere ordine nei guai provocati dall’altro e finisce regolarmente per moltiplicarli. Il film superò i tre miliardi di lire d’incasso e trasformò il western in una commedia per famiglie.
Il segreto era antico. Come Stanlio e Ollio, Bud e Terence erano riconoscibili prima ancora di parlare: uno enorme, barbuto e apparentemente lento; l’altro agile, sorridente e provocatore. Ma alle gag aggiungevano una qualità morale rassicurante.
I loro personaggi potevano essere ladri, vagabondi o imbroglioni, mai davvero cattivi. Difendevano il più debole, umiliavano il prepotente e ristabilivano la giustizia senza sangue. Le risse erano coreografie ritmate da schiocchi, pentole, sedie sfasciate e dall’immancabile pugno dall’alto di Bud, devastante ma miracolosamente incruento.
Era cinema popolare nel senso più pieno: comprensibile a un bambino, godibile da un adulto ed esportabile senza grandi perdite. Il nucleo era visivo e universale: il contrasto fra i corpi, la provocazione, l’attesa, la reazione spropositata.
Lo spettatore sapeva che cosa sarebbe accaduto e proprio per questo desiderava vederlo ancora.
A favorirne la circolazione contribuì anche il doppiaggio, che adattò dialoghi e ritmi ai diversi pubblici, talvolta accentuandone la componente comica. Ma la traduzione poteva cambiare le parole, non la struttura essenziale: provocazione, attesa, esplosione e riconciliazione. Era una grammatica elementare e solidissima, capace di superare i confini linguistici senza bisogno di spiegazioni.
In un cinema sempre più suddiviso per età , pubblico e piattaforma, Bud Spencer e Terence Hill offrono tuttora un raro territorio comune. I genitori mostrano ai figli i film che guardavano da bambini, ma i figli non devono fingere di apprezzarli: entrano subito nel gioco. I ventimila di Ilmenau, compresa una ragazza di quindici anni impaziente di incontrare Terence Hill, mostrano che la formula è ancora viva.
Forse perché quelle storie promettono un mondo semplice, non necessariamente ingenuo: i prepotenti esistono, ma possono essere sconfitti; l’amicizia resiste ai litigi; la forza diventa accettabile soltanto quando protegge qualcuno. E alla fine, rimesso il mondo a posto, resta sempre il tempo per una padella di fagioli.
