In memoriam: lo storico italiano si è congedato con un denso saggio
Carlo Ginzburg, lo storico che ha fondato la «microstoria», certamente una delle menti più illuminate della cultura europea degli ultimi decenni, studioso del sabba e dell’Inquisizione, autore di un classico come Il formaggio e i vermi, si è congedato con un saggio di notevole intensità civile. Si intitola Il vincolo della vergogna ed è uscito pochi mesi fa da Adelphi, divenuto il suo editore dopo un lungo legame con l’Einaudi. La casa editrice di Torino, che era stata fondata nel 1933 da suo padre Leone, ucciso dalle torture naziste nel carcere di Regina Coeli, era stata lasciata da Carlo nel 1994, quando lo Struzzo passò alla Mondadori di Berlusconi.
Ginzburg è morto il 17 giugno scorso, aveva 87 anni. La nascita, nel 1939, da due genitori come Leone e Natalia Ginzburg aveva comportato, per Carlo, una fedeltà agli ideali antifascisti, ma si è trattato di una fedeltà mai esibita. Era una fedeltà nei fatti, che non aveva bisogno di troppe parole, ma rimaneva purtuttavia una ragione profonda sottesa, anche inconsapevolmente, a tutte le sue scelte. Perché Il vincolo della vergogna? Ginzburg lo spiega nel primo saggio del suo ultimo libro senza tanti preamboli. Nel tempo in cui insegnava a Harvard, venendo a sapere delle violazioni e delle torture realizzate nel carcere di Guantanamo, Ginzburg dice di aver provato indignazione, orrore e rabbia, non vergogna. Al contrario, provava vergogna rispetto a fatti meno gravi che accadevano in Italia.
Da qui nasce la considerazione iniziale del libro: noi pensiamo comunemente che il Paese al quale apparteniamo sia quello che amiamo di più. È invece quello di cui ci vergogniamo o di cui possiamo vergognarci: «La vergogna non nasce da una scelta: ci piomba addosso come una malattia improvvisa, invadendo i nostri corpi, i nostri sentimenti, i nostri pensieri». Volendo analizzare storicamente la passione della vergogna, Ginzburg passa in rassegna vari studi sulla Grecia antica, che oppongono le culture arcaiche della vergogna ai codici della colpa tipici della modernità cristiana. Ciò che Ginzburg ci tiene a sottolineare è che la vergogna (aidos in greco) è un legame che coinvolge la comunità: provo vergogna rispetto a… E inoltre, ci si può vergognare di sé stessi ma anche di qualcun altro.
«La vergogna – scrive Ginzburg – incarna il rapporto tra il corpo individuale e il corpo politico». Cambia di paese in paese e cambia nel tempo. Per gli antichi romani, ricorda Sant’Agostino, era vergognoso indossare la stessa tunica lunga fino ai piedi che per i suoi contemporanei era richiesta come l’unica socialmente accettabile. All’inizio della Tregua, Primo Levi presenta una scena che spiega qual è il limite o il non limite della vergogna. A guerra finita, il sopravvissuto, che si trova con un gruppo di deportati di Auschwitz, incontra i liberatori, quattro soldati dell’Armata Rossa a cavallo: «Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo.
Era la stessa vergogna a noi ben nota (…): la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista».
È una vergogna, in quanto esseri umani, per il male commesso da altri esseri umani. In una postilla, Ginzburg precisa di aver provato la stessa vergogna, lui «italiano ed ebreo» come Primo Levi, verso Israele, per la criminale risposta di Netanyahu all’orrendo massacro commesso da Hamas il 7 ottobre 2023. È il segno di una duplice appartenenza: Italia sì, ma, in quanto ebreo della diaspora, anche Israele. Siamo fatti, dice Ginzburg, non di un’unica identità ma di identità multiple, siamo fatti di intrecci. Siamo individui in cui convergono più insiemi. Alle impronte digitali che caratterizzano la nostra unicità si aggiungono i contesti: apparteniamo a una specie, a un genere, a una comunità politica, a una comunità linguistica, a una comunità professionale eccetera. Ora, capite quanto questa idea doppia di vergogna e di identità multipla faccia resistenza contro tutti i razzismi, i conflitti, le emarginazioni e le deportazioni che fioriscono nel nostro tempo.
Non solo. C’è un altro punto, nell’ultimo libro di Ginzburg, che ci permette di riflettere sulla contemporaneità. Lo si trova nel saggio su Proust. Dove leggiamo un’idea suggerita dal critico e filologo austriaco Leo Spitzer, secondo cui nessun gruppo di parole nella Recherche è «così frequente e denso di nostalgia come réel, réalité, réaliser». Ciò serve a Ginzburg per rivendicare l’energia e la determinazione impiegate, anche dallo scrittore francese meno sospettabile di positivismo, nel ricercare la realtà e la verità pur nella consapevolezza della difficoltà di questa impresa. È un concetto che ha sempre guidato il lavoro di Ginzburg, refrattario a ogni sorta di scetticismo postmodernista e di confusione tra storia e finzione. Del resto, Ginzburg, che rievoca sempre l’invito di Nietzsche a una «lettura lenta», addita nella filologia o nell’atteggiamento filologico (il rigore e l’attenzione nella verifica delle parole) un contravveleno alle fake news e al linguaggio della propaganda.
Tra le opere letterarie che hanno visto lontano con molti decenni di anticipo, nel capitolo La libertà fragile, viene citato un libro del 1932, Il mondo nuovo di Aldous Huxley. Dove si legge: «I rappresentanti delle organizzazioni politiche e commerciali hanno perfezionato nuove tecniche per manipolare, nell’interesse di una minoranza, i pensieri e i sentimenti delle masse… queste forze impersonali… trasformano il mondo in un luogo assai malsicuro per la democrazia, inadatto alla libertà individuale». E Ginzburg, da grande storico e filologo qual è, individua la fonte (non dichiarata) di quei pensieri. È un passo della Psicologia delle folle dell’antropologo e sociologo francese Gustave Le Bon. Anno di pubblicazione 1895: «L’affermazione pura e semplice, staccata da ogni ragionamento e da qualsiasi prova, costituisce un mezzo sicuro per far penetrare un’idea nello spirito delle folle. Quanto più l’affermazione è concisa, senza prove e senza dimostrazione, tanto maggiore è la sua autorità…». Era un’idea che sarebbe stata ripresa da Hitler: «La propaganda efficace deve limitarsi a poche semplici necessità, e quindi esprimerle in poche formule stereotipate… solo la ripetizione costante riuscirà alla fine a imprimere un concetto nella memoria di una folla».
Ogni riferimento all’oggi, da parte dell’antifascista Ginzburg, è tutt’altro che casuale.
