La crisi delle alleanze occidentali

by azione azione
9 Settembre 2026

Il voto svizzero sulla neutralità del 27 settembre offre lo spunto per riflettere sulle tensioni che attraversano Nato e Unione europea

C’è molto di istruttivo nel referendum sulla neutralità della Svizzera previsto per il 27 settembre. Intanto il paradosso apparente, per cui lo Stato neutrale per definizione si divide sul suo grado di neutralità, da rendere più stringente secondo i promotori della consultazione, cui il Governo risponde non opponendo un suo progetto ma osservando che la neutralità del Paese è già perfetta. In parole povere, la Confederazione non potrebbe in nessun caso allearsi con una parte contro l’altra in caso di conflitto. Il riferimento è ovviamente alla Nato. I pronostici, a oggi, indicano che questa seconda posizione dovrebbe essere suffragata dal consenso popolare. Ma non si sa mai. Soprattutto, il tema rispecchia il clima del tempo.

La scelta atlantica rafforzò sia la sicurezza dell’Italia sia la tenuta della democrazia

Visto dallo scrivente, cioè dal lato meridionale del valico di Chiasso, nell’Italia cofondatrice in extremis della Nato, la questione è infatti interessante, anzi rivelatrice. Intanto perché ci ricorda il clima che precedette la nostra scelta atlantica, maturata a inizio 1949. Una parte rilevante del mondo cattolico, con ramificazioni nella Democrazia cristiana – per tacere di alcune gerarchie vaticane – ci avrebbe preferito neutrali. Con ciò affiancandosi di fatto alla posizione socialista e comunista. E anche quando De Gasperi decise di bussare alla porta della Nato, ovvero a quella di Truman, non trovò unanime consenso. E non solo perché contro di noi si schieravano inglesi e olandesi. Truman stesso, seccato dall’appoggio che gli elettori italo-americani avevano appena dato al suo avversario, il repubblicano Dewey, fu convinto solo dal Dipartimento di Stato, che avvertiva: senza Roma salta tutto. Da Parigi si era infatti comunicato che la Francia non si sarebbe associata alla Nato senza Italia, considerata piattaforma geopolitica fondamentale per collegare l’Esagono ai suoi territori di Algeria, allora parte a pieno titolo dello spazio metropolitano. E senza Francia, ovviamente, mantenere il piede americano in Europa contro la minaccia comunista e sovietica (nell’ordine, Truman temeva più la sovversione rossa dell’Urss) sarebbe stato impossibile.

La scelta atlantica si è rivelata essenziale per la nostra sicurezza. Ma soprattutto per garantire un tacito consenso di base fra i partiti che nella Prima Repubblica sorreggevano le fragili istituzioni democratiche. In chiaro: il Pci non ambiva al Patto di Varsavia e nemmeno alla neutralità. Tanto che, caso unico nella storia del comunismo, il capo della filiale italiana, Enrico Berlinguer, nel 1976 affermò pubblicamente di sentirsi più tranquillo sotto l’ombrello della Nato (i russi avevano appena tentato di farlo fuori, noleggiando i servizi bulgari).

Diversità dei punti di vista europei

Fin qui la storia. Ma oggi, con la Nato in profonda crisi, e l’America che ostenta il suo crescente disinteresse per i partner europei, impegnata com’è nel contenimento della Cina, ci troviamo di fronte al paradosso di una grande organizzazione militare talmente divisa al suo interno che il suo leader dichiara ripetutamente di volere annetterne un socio (il Canada) e la regione strategica di un altro (la Groenlandia danese). Più in generale, l’invasione russa dell’Ucraina ha messo in chiaro la diversità dei punti di vista europei, fra loro e nei confronti degli americani.

Oggi all’interno dello spazio atlantico emergono due faglie principali. Una al 49esimo parallelo, fra Canada e Stati Uniti, dovuta alle pressioni non solo territoriali di Trump, con punte ridicole ma rivelatrici – vedi la ridenominazione del Lago Ontario in Lago America. L’altra fra i Paesi del Nord-Est europeo, sostenuti dal Regno Unito, meno nettamente da Germania e Francia, che si spingono fino a minacciare l’intervento armato preventivo contro la Russia che starebbe per invaderli. L’altra è composta dal Sud-Ovest, dalla Grecia alla Spagna via Italia, molto più prudente nei confronti della Federazione russa. Siamo alla vigilia della sua dissoluzione, che renderebbe fra l’altro spettrale il dibattito sulla neutralità? Non crediamo. Temiamo peggio: l’Alleanza atlantica, grazie alla mole di interessi e strutture che la costituiscono, rischia la fine dello zombie: sopravvivere inerte a sé stessa. Accentuando le più o meno forzate diversità di interessi al suo interno.

Qualcosa di simile avviene nell’Unione europea, che in Italia continuiamo ad abbreviare in Europa, quasi fosse un unico soggetto rappresentante l’intero Continente (e passi che ognuno di noi ha di tali confini idee diverse, o nessuna). A forza di evocare la ever closer union – chissà perché si fa finta di non capire che proprio in quanto closer permanente non può diventare closed – si sta diffondendo per reazione un’atmosfera nazionalista, con qualche sottotesto antidemocratico e razzista. Che il termine Unione porti male, come ci ricordano simpatici osservatori ex sovietici? Ecco perché, fra l’altro, il vostro referendum riguarda anche noi. Auguri!