Un’apocalisse minerale nell’inframondo

by azione azione
9 Settembre 2026

Nell’ultima raccolta di Gilberto Isella, «Etere – Pietra», prende forma una sorta di ossessione geologica colta e sapienziale

L’ultima raccolta di Gilberto Isella, Etere – pietra, pubblicata nella pregevole collana di poesia di Manni, pone subito il lettore di fronte all’elemento fondante del libro («rileverai / l’alitare di una pietra»). In effetti la componente litica è ossessivamente presente e una pur sommaria campionatura registra numerose occorrenze: «calce viva», «pietra d’inciampo», «pietra focaia», «macigno», «sassoso interludio», «massi alpini», «meteoriti» e così via. In modo analogo la dislocazione è insistentemente tellurica e diruta: «spelonche», «anfratti», «viscere», «faglie», «pertugi»… È raro che l’ambientazione geografica (o meglio, geologica) di una raccolta poetica venga fissata e ribadita in modo così ossessivamente totalizzante.

Certo, il libro accoglie in sé poesie diverse per intenti e occasioni, tuttavia l’unità stilistica e la compattezza ctonia che le contraddistinguono sono tali da indurre il lettore a considerarle un tutt’uno. Anche quando l’incipit è dato da una circostanza particolare (la descrizione di un affresco del Pontormo), il tema si rivela un pre-testo per nutrire questa sua «ossessione geologica» («nell’avello precipitiamo»).

Inscenati in un bioma stillante e putrefatto («tra faraglioni lignei mutanti / in umidissima hylé»), questi versi non suggeriscono suoni ma clangori, l’illuminazione è claustrale, l’umidità soffocante («macere foglie / in pantano»). Sgocciolanti miasmi vegetali di una giungla pietrificata, ma catafratta di sostanze liquescenti: glasse, plasma, alghe, rigagnoli, viscere, sieri, fiale, globuli… Insomma, se non siamo nell’horror poco ci manca.

Il poeta porta in scena manufatti, aggregati, concrezioni destinate a collassare («pilastri di bitume»). E colui che dice «io» avanza (o meglio si aggira smarrito) in questa apocalisse minerale dove silique, felci e licheni sono i testimoni del suo sconcerto.

Come può, in un contesto così sordido e alienante, dove frammenti di riti sconosciuti si alternano all’attesa di una redenzione impossibile, porsi la speranza di una catarsi? Forse solo nei termini di un cedimento a una sorda sopraffazione: «l’apocatastasi proietterà / falsembianti e cocci: / inghiottimento tremulo / del multiplo nell’uno / ma lì nessuno / annoterà pensiero».

Posto dunque un habitat ostile, affine all’«aere sanza stelle» dantesco, la scansione è sempre calibratissima. Infatti quella di Isella è una poesia colta, sapienziale, accostabile per impegno e risultati a certe prove di Milo De Angelis (per non parlare di immagini che rimandano alla visionarietà di Dylan Thomas).

Un dato per nulla casuale risulta la disseminazione di lessico montaliano (prode, battigia, cormorano, scogli). Ma inoltrandosi nel testo ci si imbatte addirittura in un sintagma ipermontaliano: «il pomerio degli acanti». Ciò non significa solo riecheggiare un autore amato, significa – credo – dichiarare una filiazione.

Che tuttavia questo inframondo sia una rappresentazione lo fanno sospettare alcuni frammenti che ne svelano l’apparato scenico: «basta un remo da museo / per diventare istrione», «un mascherone appeso / nella lastra di cartongesso», «lei ti ama, […] / ma frappone plinti, abachi e frontoni». Nasce perciò il sospetto che quell’avanzare a tentoni, quell’affannarsi per trovare una via di fuga sia una gigantesca escape room sotterranea, una sorta di Squid game nel quale il lettore è chiamato di volta in volta a fare da spettatore e da concorrente.

Altra caratteristica saliente è la quasi totale assenza di metafore, mentre abbondano gli accostamenti o binomi sinestetico-ossimorici con predilezione per l’antropomorfizzazione: «omelie umide», «imponderabili glasse», «cicatrici liquide», o ancora «selve anacolute». Gli oggetti divengono senzienti, quasi a suggerire una sorta di animismo: «tastiere amorose», «faglie titubanti», «ragnatele incredule». Al riguardo si potrebbe sostenere che la realtà odierna è talmente alienata, distopica e insignificante da non poter più essere decodificata attraverso le metafore, portatrici di un tasso di letterarietà percepito come troppo elevato. Questi binomi inusitati riescono invece a innescare uno spaesamento mentale estremamente accattivante eludendo l’ingombrante impalcatura metaforica. Uno slittamento retorico che è l’indizio di un tentativo – assai riuscito, pare di capire – di rivitalizzare la poesia, sottraendola da troppa versificazione stancamente ondeggiante tra ossessione onfalica e sperimentalismo di retroguardia.