Un contadino scomunicato, un viaggio fino a Lugano e il timore della dannazione eterna, nel piccolo libro ritrovato a firma della scrittrice di Tom Ripley
Non è forse un caso che uno dei racconti ticinesi del Novecento più inquieto sia stato scritto da una donna nata in Texas, consacrata dalla letteratura americana e ricordata soprattutto per assassini, impostori e identità rubate. A ben vedere, infatti, Un lungo cammino dall’inferno non parla davvero del Ticino. O meglio: ne parla moltissimo, ma per arrivare altrove. Cioè, là dove Patricia Highsmith è sempre andata a cercare i propri personaggi: nel punto esatto in cui una paura si trasforma in ossessione e un uomo qualunque scopre di non riuscire più a vivere come prima.
Ripubblicato da Casagrande in una nuova traduzione di Maurizia Balmelli, e accompagnato da una postfazione di Daniele Cuffaro e da sette suggestive xilografie di Giovanni Bianconi, questo breve testo riemerge dopo decenni di irreperibilità. È un recupero prezioso, non soltanto per il valore documentario dell’operazione, ma perché permette di osservare Patricia Highsmith da un’angolazione inconsueta: non quella della regina del noir, della creatrice di Tom Ripley o dell’autrice portata sullo schermo da Hitchcock, bensì quella di una scrittrice capace di ascoltare un territorio e di trasformare una vicenda tramandata oralmente in letteratura.
La storia nasce infatti da un episodio reale raccontato alla Highsmith da Liliane De Bernardi, amica dell’autrice e poi esecutrice testamentaria, oggi residente ad Ascona. Durante una serata organizzata dagli Eventi letterari Monte Verità, De Bernardi ha ricordato come, nel 1988, una prestigiosa rivista francese, «Le Nouvel Observateur», avesse chiesto alla scrittrice un racconto ambientato nel vecchio Ticino. Lei, che aveva firmato opere celebri come Sconosciuti in treno e Carol, viveva già da un po’ stabilmente ad Aurigeno, dove si era trasferita nel 1981 e sarebbe rimasta fino alla morte, avvenuta nel 1995. In cerca di una storia si rivolse così al suocero della De Bernardi, contadino di Lodano e straordinario narratore orale, a suo dire, che ne custodiva parecchie. Highsmith ne ascoltò alcune e ne scelse una: il conflitto tra un uomo e il parroco del villaggio, degenerato fino alla scomunica.
Il racconto nacque nel 1988 quando il «Nouvel Observateur» le chiese un testo ambientato nel vecchio Ticino
Le domande che la Highsmith rivolse all’amica sono forse parte del materiale più interessante per comprendere il suo metodo di lavoro. Non le interessava sapere il nome preciso dei luoghi, né identificare i protagonisti. Chiedeva invece dettagli sulla mentalità, sulla religiosità popolare, sul peso che una simile condanna poteva avere nella vita di una famiglia. «Ho bisogno di montagne, semplicità, fede devota, resistenza fisica», scriveva alla De Bernardi, nelle sue lettere. E proprio in questa frase c’è già tutto il racconto.
Il protagonista, Luigi Barta, è un contadino della Vallemaggia dell’Ottocento. Possiede poco, come tutti. Lavora una terra avara, vive in una casa di pietra, misura il passare delle stagioni attraverso il raccolto, la neve, il vino, le castagne. Quando il parroco del paese rivendica una striscia del suo vigneto e lui osa opporsi, la risposta è brutale: la scomunica. Da quel momento la vicenda cambia natura. Non siamo più davanti a una disputa sulla proprietà, ma a un dramma interiore. Luigi non teme tanto di perdere un pezzo di terreno quanto di essere escluso dalla salvezza eterna. La parola pronunciata dal prete si incista nella sua mente come un germe maligno. Non dorme. Il paese lo guarda con sospetto. Persino gli amici sembrano prendere le distanze.
Ed è qui che emerge la bravura della scrittrice. Highsmith non osserva il mondo contadino con l’occhio dell’etnografa e nemmeno con quello della turista colta. Fa qualcosa di più difficile: accetta integralmente la logica del suo protagonista. Per Luigi l’inferno non è una metafora. È una realtà. E il lettore, quasi senza accorgersene, finisce per condividere quella paura. È il medesimo procedimento che rende così perturbanti i suoi romanzi più celebri: la capacità di portarci dentro una coscienza e di costringerci a guardare il mondo dal suo interno.
Durante la presentazione del libro, Daniele Cuffaro ha richiamato un’antica recensione che lodava la sorprendente precisione storica, sociale e psicologica del racconto. Il giudizio appare ancora oggi fondato. Colpisce, leggendo queste pagine, la naturalezza con cui Highsmith restituisce una civiltà costruita sulla scarsità; anche se certe descrizioni a noi sembrano ancora attraversate dalla sorpresa di chi sta scoprendo quel mondo; una sorpresa mai dichiarata, ma percepibile, e che per noi lettori ticinesi finisce quasi per passare inosservata, perché appartiene a cose che abbiamo smesso da tempo di guardare con stupore. Di fatto l’autrice non aveva vissuto quel mondo. Lo aveva però compreso.
Forse per questo il paragone evocato da Cuffaro con Plinio Martini non appare forzato. Naturalmente le differenze restano enormi, ma entrambi guardano alla montagna non come a un paesaggio da cartolina bensì come a un luogo che modella caratteri, relazioni, destini. In Highsmith, come nel migliore filone della narrativa alpina, il territorio non fa da sfondo: agisce.
E tuttavia, sotto la superficie di questo racconto apparentemente anomalo, continuano a pulsare i temi che stanno nella sua poetica. Il potere, anzitutto. In questo caso non quello del denaro o della manipolazione, ma quello della Chiesa. Poi la paura, che cresce fino a deformare la percezione della realtà. Infine, la solitudine del singolo di fronte a un sistema che sembra più grande di lui. Temi antichi e modernissimi insieme.
Persino la De Bernardi (che la storia la conosceva già) ha raccontato di essere rimasta molto colpita dalla lettura del testo finito, come se avesse condiviso il terrore della famiglia protagonista. È un’osservazione che forse aiuta a far capire perché questo piccolo libro ha ancora oggi una sua forza e ragione d’essere. Pur radicato in una vicenda locale, non parla solo della Vallemaggia di due secoli fa. Parla della fragilità umana davanti all’autorità, della forza delle convinzioni collettive e della facilità con cui una parola può cambiare una vita.
Alla fine, ciò che resta impresso non è il viaggio verso Lugano che il protagonista fa per incontrare il vescovo, né la lite per una striscia di terra, o la ricostruzione storica. Resta l’immagine di un uomo che fa di tutto per sfuggire a una condanna che sente già dentro di sé. Ed è forse proprio qui che il vecchio Ticino di Patricia Highsmith incontra il resto della sua opera: nel momento in cui il paesaggio esterno cede il passo a quello interiore, e la vera distanza da percorrere non è quella che separa una valle dal suo vescovo, ma quella che divide un essere umano dalle proprie paure.
