Un silenzioso racconto di dolore

by azione azione
2 Settembre 2026

La fotografa Flavia Leuenberger Ceppi è stata premiata allo Swiss Press Photo 2026

A volte, e non è un luogo comune, un’immagine può trasmettere più di molte parole. È il pensiero che colpisce chi guarda le immagini della fotografa ticinese (e nostra collaboratrice) Flavia Leuenberger Ceppi, che con il suo racconto silenzioso, uscito su «Le Temps» con il titolo Femicide, ha vinto il secondo premio dello Swiss Press Photo Award 2026. Un racconto che, in un dichiarato intento di scostarsi dalla cronaca, cerca di individuare una serie di tematiche legate al tragico fenomeno del femminicidio, il quale, anche in Svizzera, fa registrare dati sempre più allarmanti – senza contare le vicende di violenza di genere che riempiono la cronaca dei nostri giorni.

L’approccio di Leuenberger al tema, se da una parte risulta asciutto (forse perché non legato a una vicenda specifica, è infatti intenzionale quel suo non soffermarsi su una esperienza particolare, onde evitare l’insidia di scivolare nella cronaca), dall’altra appare tanto più straniante per gli accenni, le allusioni, i non detti. E forse anche perché la fotografia è un mezzo espressivo per sua natura silenzioso, in questo si contrappone con fermezza al rumore – di urla, di colpi – che contraddistingue la maggior parte delle violenze, qui del tutto assente.

Il silenzio surreale che caratterizza il mezzo fotografico – e le immagini di Leuenberger – si contrappone al rumore della violenza

Nessuna foto, nel proprio linguaggio muto e al contempo delicato, parla dell’omicidio in sé, ma ne cattura il prologo, come nel lavandino con l’orecchino di donna e la scia di sangue, nella radiografia della frattura di un osso del braccio, o l’epilogo, come nell’immagine del bambino – uno dei molti orfani che i femminicidi creano – celato da una tenda.

(Flavia Leuenberger Ceppi)

«Credo sia giusto parlare del femminicidio e sensibilizzare la gente», spiega Flavia Leuenberger Ceppi, «ma, poiché le parole non sempre mi escono nel modo giusto, ho deciso di lavorare con l’immagine. Mi sono resa conto che a precedere un femminicidio vi sono sempre dei campanelli d’allarme e spesso la donna finisce in preda alla cosiddetta Sindrome della Donna Maltrattata (Battered Woman Syndrome), una sorta di senso di impotenza e adattamento al trauma continuo, quindi, la spirale di violenza che precede un femminicidio spesso inizia da molto lontano».

Il problema della violenza è legato anche alla sua rappresentazione, non da ultimo per un certo rischio di emulazione, come parlarne, allora? «Ho dovuto trovare degli escamotage, come il lavandino con il filo di sangue. Nelle mie foto non ci sono persone terze, ma rappresentazioni simboliche, come i lamponi, scelti per il loro colore e la loro consistenza, o la pistola, appoggiata sopra oggetti di uso quotidiano come lo possono essere degli indumenti maschili. La radiografia, che sono riuscita a reperire online grazie all’aiuto di un medico, raffigura una tipica frattura da autodifesa dalle percosse. In fondo, non è importante a chi appartenga, perché il dolore e il lutto sono universali».

(Flavia Leuenberger Ceppi)

La casa, la dimora, proprio quel luogo che un modo di dire definisce «casa dolce casa», molto spesso può trasformarsi nel teatro della violenza domestica, ed è per questo che Leuenberger l’ha scelta come palcoscenico della propria rappresentazione, è lì che la fotografa ha lavorato, perché è da lì che si deve partire, dalla necessità di una consapevolezza di quanto sia necessario proteggere, prevenire, perseguire.

Affinché le scie di sangue restino simboliche, o meglio, possano finalmente diventarlo.