Dalla propaganda alla compiacenza

by azione azione
2 Settembre 2026

Sono trascorsi dieci anni dalla scomparsa di Umberto Eco e sessantadue dalla pubblicazione di Apocalittici e integrati. Nel suo testamento, il semiologo chiedeva che per almeno dieci anni la sua figura non venisse celebrata in convegni e ricorrenze: meglio piuttosto rileggere le sue opere, compulsarle con attenzione e, magari, comprenderle; poi sarebbe giunto il tempo per parlarne. Oggi si torna a discutere di Eco partendo da un gioco di parole che l’autore de Il nome della rosa avrebbe certamente apprezzato: l’acronimo AI sta per Apocalittici e Integrati, ma definisce anche l’Artificial Intelligence.

Cosa lega questi due universi? Ogni epoca sceglie la propria macchina simbolica. Negli anni Sessanta era la televisione, accusata di omologare il gusto, e insieme celebrata come strumento di democratizzazione culturale. Oggi quella macchina si chiama intelligenza artificiale. Cambiano gli oggetti, non il copione. Da una parte gli apocalittici, convinti che l’AI segnerà la fine del lavoro intellettuale e della creatività; dall’altra gli integrati, persuasi che l’algoritmo inaugurerà una nuova età dell’oro della conoscenza. Non vi è momento più adatto per tornare a Eco: non per cercarvi una risposta pronta sull’intelligenza artificiale, ma per imparare a formulare meglio le domande.

Il libro del 1964 viene spesso ricordato come un saggio sul «concetto feticcio dell’industria culturale». In realtà parlava soprattutto di un atteggiamento mentale. Eco non si chiedeva se i media (con il loro carico di cultura di massa, kitsch, fumetti, canzoni di consumo…) fossero buoni o cattivi, ma cercava di capire perché ogni innovazione producesse due schieramenti speculari: chi vi leggeva il tramonto della civiltà e chi vi intravedeva l’alba di un mondo migliore. Era una lezione di metodo prima ancora che di critica culturale. Con l’intelligenza artificiale, tuttavia, accade qualcosa di nuovo. Il dibattito tende a sostituire l’analisi con la profezia: gli apocalittici descrivono scenari di disoccupazione di massa, gli integrati promettono produttività infinita. Entrambi trasformano una tecnologia in un mito, finendo per smettere di osservarla.

La vera novità dell’AI non consiste nella potenza di calcolo, ma nella sua natura linguistica. Per la prima volta una macchina non esegue solo ordini: conversa, argomenta, scrive, traduce, persuade. Non importa stabilire se «capisca» davvero ciò che dice; più interessante è chiedersi cosa accada quando milioni di persone dialogano quotidianamente con un sistema che produce testi plausibili e coerenti.

Il cambiamento più radicale riguarda l’autorità del sapere. Per secoli la conoscenza ha avuto un volto: il maestro, l’enciclopedia, il libro. Internet aveva spostato il baricentro sulla ricerca orizzontale; l’intelligenza artificiale compie un passo ulteriore, sostituendo la ricerca con la conversazione. Non cerchiamo più informazioni, chiediamo direttamente una risposta. La conoscenza assume la forma del dialogo, modificando il nostro rapporto con il dubbio, la verifica e l’errore.

Inoltre, l’AI inaugura una nuova forma di delega. Le macchine ci avevano liberato dalla fatica fisica; oggi si alleggerisce il lavoro cognitivo sintetizzando documenti, organizzando idee ed elaborando testi. La questione è capire quale esercizio dell’intelligenza rischiamo di atrofizzare.

Qui emerge un paradosso tipicamente «alla Eco». La cultura di massa tendeva all’omologazione proponendo a tutti gli stessi contenuti. L’intelligenza artificiale sembra fare l’opposto, promettendo risposte personalizzate. Ma proprio la personalizzazione rischia di produrre un nuovo conformismo: non l’uniformità della propaganda, ma quella della compiacenza.

La domanda decisiva non è se l’intelligenza artificiale pensi – un quesito che appartiene alla metafisica  –, ma quale idea di intelligenza stiamo costruendo. Se la riduciamo alla rapidità della risposta, alla correttezza sintattica o all’efficienza, giudicheremo l’uomo con il metro delle macchine. Se invece continuiamo a riconoscervi il dubbio, l’ironia, la responsabilità e l’invenzione dell’inaspettato, il confronto cambia prospettiva.

La lezione più attuale di Umberto Eco consiste nel rifiuto delle tifoserie. Essere apocalittici o integrati significa lasciare che sia la tecnologia a decidere il terreno della discussione. Essere interpreti significa osservare come quella tecnologia trasformi i linguaggi, le istituzioni e l’immaginario.