Un mix di memoir e finzione permette alla scrittrice curdo-siriana Maha Hassan di dialogare con Anne Frank
È il 2007 quando Maha Hassan, scrittrice curdo-siriana in esilio a Parigi, viene invitata a trascorrere un anno nella casa dove ha vissuto Anne Frank ad Amsterdam. Un invito che la coglie di sorpresa: Maha si è trasferita da poco in Europa e di Anne Frank non ha mai sentito parlare.
Da questo antefatto prende avvio Nella casa di Anne Frank, un libro difficilmente classificabile – memoir, autobiografia romanzata, finzione? – uscito originariamente in arabo nel 2020 e oggi pubblicato in italiano nella collana Notturnali della casa editrice Emuse, nella bella e attenta traduzione di Annamaria Bianco.
Le ragioni per cui questo libro sfugge alle etichette sono molte. La più evidente, ed esplicitata fin dalle prime pagine, è il confronto fra una scrittrice nata e cresciuta in Siria, curda e di lingua araba – una scrittrice araba – e la figura-simbolo della Shoah, della persecuzione degli ebrei in Europa, autrice di un diario diventato uno dei testi fondamentali della memoria del Novecento. Ridotto al nocciolo, è l’incontro fra due scrittrici che portano con sé identità complesse e che il luogo comune continua a immaginare inconciliabili. Un confronto che, però, avviene fra una persona viva e una persona morta; ed è proprio su questo presupposto che Hassan costruisce il suo libro, attraverso una forma ibrida che oltrepassa gli schemi del memoir per inoltrarsi in un territorio decisamente più immaginativo. La letteratura permette infatti a Maha di riconoscere quasi subito in Anne una sorella, anzi una gemella, e grazie al miracoloso intervento di Nabu, il dio mesopotamico della scrittura, di riportarla in vita sulla pagina.
Quello che apparentemente dovrebbe essere il racconto di una scrittrice araba durante un anno di residenza nella casa di Anne Frank, dopo pochi capitoli si trasforma così in un esperimento letterario dagli esiti inattesi. All’inizio seguiamo Maha nei suoi spostamenti tra Amsterdam e Parigi (Parigi è un «amante di cui non ci si può fidare», Amsterdam una «nonna che accoglie tutte le nostre follie a cuore aperto»), nel suo progressivo familiarizzare con la nuova città europea e riconoscere inattese somiglianze con la Siria che si è lasciata alle spalle. Finché interviene il miracolo della letteratura e la voce del libro si sdoppia: non è più soltanto Maha a raccontare. A un certo punto Anne Frank prende la parola in prima persona, osserva la sua ospite, la interroga, la contraddice perfino, e insieme a lei porta avanti una riflessione sullo sradicamento, sulla persecuzione, sulla guerra ma soprattutto sull’esercizio forse più difficile: vedere l’altro e sottrarsi, almeno per un momento, al «frastuono» delle appartenenze.
A sorpresa, il volume non si conclude con la fine dell’anno di residenza. Per anni Maha tiene per sé le pagine scritte ad Amsterdam; non le pubblica. Non è un dettaglio secondario. Come ha raccontato in seguito, impiegherà oltre dieci anni prima di decidersi a pubblicare il libro, frenata soprattutto dalla paura delle interpretazioni. «La cosa peggiore che possa capitare a uno scrittore è il bisogno di giustificarsi», ha detto di recente, spiegando di aver temuto non tanto il confronto con Anne Frank quanto il rischio che le venissero attribuite intenzioni che non erano le sue.
Nel frattempo la rivoluzione siriana si trasforma in guerra, scrive altri libri. L’incontro con Anne Frank sembra scivolare sullo sfondo. Finché, nel 2017, riceve l’invito a partecipare a un incontro di scrittori a Ramallah. È allora che la seconda parte di Nella casa di Anne Frank compie il suo gesto più audace: Maha porta con sé Anne Frank nel mondo arabo, prima al Cairo e poi tra Palestina e Israele, trasformando quel viaggio in un’indagine radicale sul presente.
E qui il romanzo cambia natura. Se la prima parte ruota attorno alla domanda se una scrittrice araba possa abitare la casa di Anne Frank, la seconda si chiede che cosa accade quando Anne Frank esce da quella casa e attraversa il presente insieme a lei. Hassan non la usa come un simbolo da piegare alla propria tesi. Al contrario, la trasforma nel personaggio che le resiste. È Anne a ricordarle ciò che il suo sguardo rischia di lasciare ai margini, a costringerla a rimettere mano al libro, ad allargare continuamente il campo della memoria. Il romanzo evita così una scorciatoia oggi molto frequente: mettere semplicemente in parallelo sofferenze diverse o costruire una graduatoria del dolore. Quello che interessa a Hassan è qualcosa di più instabile e, forse, anche di più scomodo: interrogarsi su che cosa significhi raccontare il dolore dell’altro senza appropriarsene, e fino a che punto sia possibile restare fedeli alla propria esperienza senza trasformarla in un’identità chiusa.
