Werner Bischof, dalla parte dell’uomo

by azione azione
2 Settembre 2026

Una grande retrospettiva milanese ripercorre la breve e intensissima carriera del fotografo svizzero

Dietro il vetro di un treno fermo alla stazione Keleti di Budapest, una bambina guarda oltre il finestrino. Al collo porta un cartellino con il proprio nome, una mano resta infilata nella tasca del golfino. Sta lasciando un’Ungheria ancora ferita dalla guerra per raggiungere la Svizzera insieme a centinaia di altri bambini. Werner Bischof non fotografa il treno, né l’organizzazione dei soccorsi. Sceglie quel volto. Ferma un’istante sospeso in cui la storia, con tutta la sua violenza, si deposita sul viso di una bambina. In quello sguardo è racchiuso il dopoguerra europeo più di quanto possano raccontare le rovine lasciate dalla guerra. Di quella bambina, ricordata come Jurika, conosciamo il nome, ma non il destino. È però rimasto il suo volto, ritratto di un’intera generazione cresciuta tra le macerie del Novecento.

Una mostra che attraversa l’Europa del dopoguerra, l’Asia e le Americhe seguendo il filo della sua fotografia umanista

Quest’immagine, tra le più note di Werner Bischof, appartiene alla serie dedicata all’Europa del dopoguerra, uno dei nuclei della retrospettiva Werner Bischof. Point of View, allestita al Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano e in corso fino al 18 ottobre. Anche senza averla davanti agli occhi, questa fotografia continua a raccontare lo sguardo di Bischof. Curata dal figlio Marco Bischof – che insieme a Tania Samara Kuhn gestisce il Werner Bischof Estate di Zurigo – da Andréa Holzherr e dalla stessa Kuhn, la mostra riunisce circa duecento stampe vintage originali, provini a contatto e materiali d’archivio, ripercorrendo il cammino di uno dei grandi protagonisti della fotografia del Novecento.

Prima ancora che un fotoreporter – definizione alla quale il fotografo svizzero guardò sempre con una certa diffidenza – Werner Bischof fu un autore interessato a ciò che si nascondeva oltre la superficie delle cose. La fotografia non era per lui soltanto uno strumento per documentare la realtà, ma un modo per comprendere il mondo. Le sue immagini sembrano abitare quella terra di mezzo cara ad Albert Camus, dove la bellezza non cancella il dolore e il dolore non spegne la bellezza: un luogo in cui la tragedia della storia non annulla la possibilità di una resistenza interiore. Guerre, carestie e distruzioni non diventano mai spettacolo: al centro rimangono gli individui, i loro gesti e la loro capacità di continuare a vivere.

Il percorso espositivo segue cronologicamente le tappe fondamentali della carriera del fotografo: gli anni della formazione a Zurigo, il racconto dell’Europa uscita dalla Seconda guerra mondiale, i reportage realizzati in Asia e gli ultimi viaggi nel continente americano, mostrando il passaggio dalla fotografia di studio a un linguaggio sempre più aperto all’incontro con la realtà.

Werner Bischof muove i primi passi come fotografo negli anni Trenta, quando frequenta la Scuola di Arti e Mestieri della sua città, Zurigo, sotto la guida di Hans Finsler, tra i principali esponenti della Nuova Oggettività e vicino ai principi del Bauhaus. I suoi primi lavori, dedicati alla natura e agli oggetti, rivelano il rigore compositivo della sua ricerca formale. Figlio di un imprenditore che sperava per lui un futuro nel mondo degli affari, Bischof apre dapprima uno studio fotografico e lavora nella pubblicità e nella moda, per poi lasciarsi trasformare lo sguardo dalla guerra. Nel 1945 lascia la Svizzera e viaggia attraverso un’Europa devastata dal conflitto, fotografando Francia, Germania, Polonia, Paesi Bassi e Italia.

Più che le macerie, però, cerca le persone che tra quelle macerie continuano a vivere. È in questo momento che nasce il Bischof più conosciuto. I bambini dei programmi di accoglienza del dopoguerra, le famiglie in cammino, i volti segnati dalla fatica e dall’attesa diventano il centro del suo racconto. Da questi viaggi nascono i suoi primi grandi reportage, pubblicati sulla rivista «Du», che attirano l’attenzione di Robert Capa e Henri Cartier-Bresson. Nel 1949 entra così a far parte dell’Agenzia Magnum che avevano da poco creato, avviando una collaborazione con alcune delle più importanti testate internazionali.

Sotto quest’egida, tra il 1951 e il 1952, viaggia a lungo in Asia, realizzando reportage destinati a diventare fondamentali nella storia della fotografia. Dalla carestia del Bihar al Giappone del dopoguerra fino alla Corea, osserva la sofferenza senza spettacolarizzarla, cercando la dignità delle persone incontrate. È questo atteggiamento a distinguerlo da molti fotografi del suo tempo.

Pur diventando uno dei più grandi fotoreporter del Novecento, Bischof, come detto, non amò mai questa definizione, perché riteneva che il compito della fotografia non fosse soltanto documentare gli eventi, ma avvicinarsi alle persone. È proprio questa responsabilità nei confronti della realtà e la sua concezione etica dello sguardo, a renderlo un fotografo profondamente umanista. La mostra restituisce questa dimensione più intima del suo lavoro anche attraverso i materiali che ne raccontano il metodo: taccuini, schizzi, documenti e provini a contatto. Bischof preparava a lungo i suoi reportage, annotava e disegnava, cercando di entrare in sintonia con luoghi e persone prima di fotografarle. Le sequenze esposte rivelano quanto ogni immagine fosse il risultato di una scelta meditata, più che di un istante fortuito.

L’ultimo capitolo della sua ricerca lo vede, nel 1953, ad attraversare gli Stati Uniti, il Messico e il Perù. È durante questo viaggio che fotografa Frida Kahlo nella sua casa di Coyoacán, la Casa Azul, e realizza uno dei suoi scatti più celebri: un giovane musicista andino che suona il flauto lungo la strada per Cuzco. In quell’immagine silenziosa si ritrova tutto ciò che Bischof aveva cercato per una vita: la capacità di trasformare una persona qualunque nel centro del mondo. Pochi giorni dopo quello scatto, destinato a diventare una delle immagini simbolo del Novecento, il 16 maggio 1954, la jeep su cui viaggiava precipita in un burrone a pochi chilometri da quel luogo che aveva appena consegnato alla storia attraverso il suo obiettivo. Aveva soltanto trentotto anni.

Pochi giorni dopo la sua morte Robert Capa perde la vita in Indocina, ucciso dall’esplosione di una mina. Una coincidenza dal forte valore simbolico che accomuna, nello stesso istante, il destino di due protagonisti della fotografia documentaria. Uno sguardo che non si interrompe con la sua improvvisa scomparsa: l’eredità di Bischof continua in una fotografia capace di unire la dimensione documentaria a quella profondamente umana, uno sguardo sulla realtà che ritroveremo negli anni successivi in autori come Sebastião Salgado.