Albert Rösti alla prova della canicola

by azione azione
26 Agosto 2026

Dalla bocciatura della legge sul CO2 nel 2021 all’estate più torrida degli ultimi anni: il ministro dell’ambientesi trova oggi al centro del dibattito sulla risposta della Svizzera alla crisi climatica

A volte per capire il presente occorre gettare uno sguardo allo specchietto retrovisore. Per questo motivo, alla fine di questa estate martoriata dalla canicola, val la pena di fare qualche passo a ritroso e di tornare al 13 giugno 2021. Quel giorno di cinque anni fa il popolo svizzero decise di bocciare la nuova legge sul CO2, un compromesso forgiato con fatica dal Parlamento, allo scopo di diminuire le emissioni di gas serra nel nostro Paese. Dalle urne scaturì un risultato di misura, il 51,6% di «no» fu però sufficiente a cestinare una legge con la quale si mirava a combattere il surriscaldamento climatico e a migliorare la protezione dell’ambiente. Una normativa che allora era considerata come una sorta di pietra miliare nel cammino del nostro Paese verso la decarbonizzazione.

A vincere quel giorno del 2021 fu un solo partito: l’Unione democratica di centro, che aveva lanciato il referendum contro quella legge sul CO2 e che si era mossa nello schema a lei più congeniale, da sola contro tutti gli altri. In quel momento il presidente del partito era Marco Chiesa ma la figura di spicco di quella campagna referendaria fu soprattutto Albert Rösti, allora consigliere nazionale e oggi ministro alla guida del Dipartimento federale che si occupa di ambiente, trasporti, energia e comunicazioni. Il deputato Rösti era membro della commissione parlamentare che si occupava di questioni climatiche ed era conosciuto a Berna per le sue attività di lobbista a favore del traffico automobilistico e del petrolio, dopo essere stato fino al termine del 2019 presidente dell’UDC.

Il motto vincente del 2021: no a misure drastiche

Quel «no» popolare fu una delle sue vittorie politiche più significative, in una delle votazioni popolari che possiamo ritenere tra le più importanti nella storia recente del nostro Paese. Quel giorno l’UDC mise di fatto fine all’«onda verde» che aveva segnato le elezioni federali del 2019 e imposto una propria agenda alla politica climatica elvetica. Il 13 giugno del 2021 può essere considerato una sorta di svolta, una brusca frenata nel percorso verso decarbonizzazione del nostro Paese, che rimane comunque un obiettivo, da raggiungere entro il 2050.

All’inizio del 2023 Rösti è poi entrato in Consiglio federale e da allora la politica climatica e ambientale portano ancor più il suo timbro, anche grazie all’appoggio in Governo e in Parlamento di PLR e Centro. Il motto vincente del 2021, e che viene ripetuto ancora oggi, è sostanzialmente questo: la Svizzera sta facendo molto in favore del clima, misure troppo incisive – come l’aumento, a dire il vero moderato, del prezzo della benzina o dei biglietti aerei previsti dalla legge bocciata nel 2021 – vanno rifiutate, occorre piuttosto puntare sulla responsabilità individuale, sullo sviluppo tecnologico e sugli incentivi finanziari, ad esempio per migliorare l’isolamento termico degli edifici. Inoltre, ripetono Rösti e le maggioranze che lo seguono, la Svizzera è un Paese piccolo, un’ulteriore riduzione delle nostre emissioni di CO2 apporterebbe ben poco alla lotta contro il surriscaldamento climatico, tocca dapprima ad altri Paesi intensificare questo sforzo. Da qui anche la partecipazione, spesso piuttosto discreta, dello stesso Rösti alle varie conferenze annuali delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, le COP arrivate quest’anno alla trentunesima edizione.

Togliendo lo sguardo dallo specchietto revisore e venendo alle soffocanti temperature delle ultime settimane, non sorprendono pertanto più di quel tanto le parole di Albert Rösti a commento della canicola 2026. Il consigliere federale bernese non ha ritenuto necessario convocare una riunione d’urgenza del Governo, e ha fatto soprattutto leva sulle competenze di Cantoni e Comuni in particolare per quanto riguarda la gestione dell’acqua e la lotta contro la siccità. E ha sottolineato che i suoi uffici stanno coordinando gli interventi necessari, ad esempio per il trasporto di acque negli alpeggi più colpiti dalla siccità, questo perché, come ha dichiarato lo stesso Rösti in un’intervista al «Tages Anzeiger»: «l’agricoltura è il settore è più colpito». Non per nulla, e questo è un altro aspetto sottolineato dal ministro bernese, sono stati azzerati anche i dazi sull’importazione di foraggio in aiuto proprio al settore primario svizzero. Il Governo dunque non è rimasto passivo, agli occhi di Rösti, che ha così risposto alle tante critiche gli sono state rivolte in queste ultime settimane. Su tutte quelle della presidente del Verdi svizzeri, Lisa Mazzone, che ha chiesto di togliere allo stesso Rösti la conduzione del Dipartimento che si occupa dell’ambiente. Una rivendicazione decisamente massimalista che non ha trovato il sostegno di nessuna altra forza politica federale ma che ben spiega le tensioni politiche del momento sul tema della canicola. Il ritorno della pioggia e di temperature più sopportabili non ha comunque tolto la pressione su Rösti e sulle sue responsabilità.

L’estate ha messo in evidenza importanti ritardi 

Non per nulla nel corso della prossima sessione autunnale del Parlamento, a partire dal prossimo 14 settembre, non mancheranno domande e atti parlamentati rivolti direttamente allo stesso ministro dell’ambiente, atteso al varco in particolare in un dibattito urgente sulla canicola, come richiesto da quattro partiti: Verdi, Centro, Socialisti e Verdi liberali. E ci sarà modo anche di discutere dei tagli finanziari previsti nella gestione del bosco. O della recente decisione del Governo di non aderire al programma europeo Copernicus, che si occupa proprio di monitorare l’evoluzione del clima e dell’ambiente. L’estate 2026 ha comunque fatto emergere parecchie lacune nella gestione delle alte temperature, con responsabilità che non vanno cercate solo a Berna. I problemi dovuti alla mancanza di aree verdi in diverse città svizzere, anche quelle gestite da maggioranze rosso-verdi, hanno messo in evidenza importanti ritardi nell’adattamento alle alte temperature, che stando agli esperti del settore si ripresenteranno anche nelle prossime estati. I problemi da affrontare sono parecchi e di ampia portata.

Un quadro decisamente preoccupante con, in conclusione, un dato positivo: nel luglio del 2026 la produzione di energia solare è aumentata del 43% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. Questo grazie in particolare alle varie misure scaturite dalla Strategia energetica 2050, approvate in votazione nel 2017. E anche quella decisione popolare sta segnando il cammino della Svizzera verso la decarbonizzazione.