Pakistan, il boomerang dell’autoritarismo

by azione azione
19 Agosto 2026

Dal Kashmir al Balochistan, la repressione che doveva garantire stabilità finisce per alimentare contestazioni

Brevi video circolavano su TikTok, ripresi poi da molti utenti su X. Utenti indignati davanti a un centinaio di persone sedute in una piazza di Bologna con bandiere sconosciute ai più, che protestavano in una lingua anch’essa sconosciuta urlando una parola incomprensibile: azadi. Libertà. Libertà per il cosiddetto «Azad» Kashmir, il Kashmir libero nel nome ma in realtà occupato dal Pakistan. Per capire perché qualcuno manifesti a Bologna per un pezzo di terra incastrato tra Pakistan, India e Cina bisogna partire da una carta geografica. Ma soprattutto da una contraddizione: all’estero Islamabad appare di nuovo importante, mentre dentro i propri confini il sistema costruito per tenere insieme il Paese comincia a produrre l’effetto opposto.

Quella piccola protesta a Bologna

Il Pakistan è alleato storico della Cina, possiede armi nucleari e occupa un punto strategico delicatissimo, tra India, Afghanistan, Iran e Mar Arabico. Negli ultimi mesi ha recuperato spazio con Washington, si è proposto come intermediario tra Stati Uniti e Iran e ha firmato con Arabia Saudita e Turchia un accordo di difesa subito ribattezzato «Nato islamica», anche se per ora si tratta soprattutto di un’operazione d’immagine. Insomma, Islamabad prova come sempre a giocare su più tavoli. Il problema è che mentre cerca di presentarsi come potenza regionale, continua a governare il dissenso interno con strumenti che appartengono a un’altra epoca: repressione, censura, arresti, sparizioni, accuse di terrorismo e, quando tutto il resto non basta, l’immancabile mano dell’India. Per decenni questo meccanismo ha funzionato. Il nemico esterno serviva a spiegare quasi tutto. Se protestavano i Baloch, era colpa di Delhi. Se protestavano i Pashtun, di Kabul e del terrorismo. Se qualcuno metteva in discussione il ruolo dell’esercito, minacciava la stabilità nazionale. La politica civile rimaneva formalmente al suo posto, purché non interferisse troppo con chi il potere lo esercitava davvero.

Oggi quel sistema sta mostrando il proprio limite. E soprattutto il proprio effetto boomerang. L’Afghanistan ne è l’esempio più evidente. Per vent’anni Islamabad ha sostenuto i talebani, convinta che il loro ritorno a Kabul avrebbe consegnato al Pakistan un Governo amico e quella «profondità strategica» che i generali di Rawalpindi consideravano essenziale contro l’India. Nel 2026 Pakistan e Afghanistan sono invece arrivati a una vera guerra, con bombardamenti e scontri di confine. Lo stesso vale, con dinamiche diverse, per il Balochistan. Qui il Governo centrale si comporta da decenni come una forza di occupazione. La provincia è ricca di risorse e strategicamente essenziale perché ospita Gwadar, uno dei terminali chiave del China-Pakistan Economic Corridor.

Lo zampino cinese

Senza Balochistan, una parte fondamentale del progetto cinese in Pakistan semplicemente non esiste. Eppure, proprio lì l’insurrezione è diventata più organizzata, più sofisticata e più difficile da contenere. La risposta di Islamabad è stata soprattutto militare: operazioni, sparizioni forzate, repressione delle proteste civili e l’accusa rituale di terrorismo sostenuto dall’India. Nel Khyber Pakhtunkhwa (NP) il quadro è diverso ma la logica è la stessa. La popolazione pashtun paga da vent’anni il prezzo delle guerre jihadiste, delle operazioni militari, degli sfollamenti e delle strategie decise a Islamabad e Rawalpindi. Per anni, agli occhi di gran parte dell’opinione pubblica, tutto questo poteva essere archiviato come il problema di periferie difficili. Balochistan e KP erano lontani. Le sparizioni, le operazioni militari, i cadaveri recuperati ai bordi delle strade potevano essere spiegati con il terrorismo, il separatismo, l’India, l’Afghanistan. Bastava volerci credere.

Il Kashmir ha incrinato questo meccanismo. Il Pakistan ha costruito una parte enorme della propria identità nazionale sulla causa kashmira. Per settant’anni ha spiegato ai propri cittadini e al mondo che i kashmiri avevano diritto alla libertà e all’autodeterminazione. Naturalmente quelli che vivevano sotto amministrazione indiana. Quelli che vivono nel cosiddetto Azad Jammu and Kashmir hanno scoperto che lo stesso principio non vale quando viene applicato a Islamabad. Le proteste degli ultimi mesi contro il controllo pakistano sono state represse con arresti e proiettili contro la folla. Ed è qui che il sistema narrativo comincia a rompersi. Perché è difficile spiegare che gridare azadi a Srinagar sia eroismo e gridarlo a Muzaffarabad sia sedizione. Ma soprattutto è difficile continuare a raccontare che ogni protesta contro lo Stato sia necessariamente il prodotto di qualche cospirazione straniera. Quando perfino il «Kashmir libero» chiede libertà al Pakistan, la negazione diventa più complicata. Poi c’è Imran Khan: il politico più popolare del Paese è in carcere, il suo partito è stato sistematicamente ostacolato, il dissenso viene trattato come una minaccia alla sicurezza e l’esercito ha smesso perfino di fingere di essere soltanto un arbitro sopra le parti.

L’esercito rimane potentissimo

Il Pakistan continua ad avere Governi, Parlamenti, elezioni e tribunali. La forma democratica è rimasta, ma soltanto quella. Per decenni lo Stato pakistano ha governato attraverso la coercizione e la costruzione di nemici: l’India fuori, i traditori dentro. Ha represso le periferie contando sul fatto che il Punjab, cuore dominante del Paese, non se ne interessasse e ha protetto il ruolo politico dell’esercito contando sul fatto che la maggioranza lo considerasse garante dell’unità nazionale. Oggi entrambe le cose sono meno vere.

Il Pakistan non sta necessariamente per crollare. L’esercito rimane potentissimo, lo Stato possiede armi nucleari e nessuna grande potenza vuole vedere destabilizzarsi un Paese collocato tra Cina, India, Afghanistan, Iran e Golfo. Ma proprio per questo il problema è geopolitico, non soltanto interno. Uno Stato che pretende di essere potenza regionale ma deve usare l’esercito per governare intere province, incarcerare il proprio leader politico più popolare e sparare sui manifestanti del «Kashmir libero» ha un problema di credibilità prima ancora che di stabilità. E forse quei cento uomini seduti in una piazza di Bologna con una bandiera sconosciuta spiegano la situazione meglio di tanti convegni. Gridavano azadi. La stessa parola che il Pakistan ha insegnato per decenni al mondo ad associare al Kashmir. Solo che questa volta era rivolta contro Islamabad.