Dall’online all’offline: la silenziosa sparizione degli archivi web

by azione azione
19 Agosto 2026

Fin dagli albori commerciali di internet, nella seconda metà degli anni 90, le cosiddette «pagine digitali» che ne costituiscono spina dorsale e ragion d’essere hanno visto uno sviluppo a dir poco vertiginoso, passando da poche centinaia di siti web al miliardo e mezzo oggi disponibile online. E sebbene ciò appaia come un fenomeno assolutamente naturale e logico, allo stesso tempo nasconde, purtroppo, una realtà nascosta, di cui pochi sono consapevoli: ovvero, la sparizione progressiva e inarrestabile di migliaia di webpages «minori», che vengono, senza alcun preavviso, rese inaccessibili per non essere mai più reperibili; si calcola infatti che in soli dieci anni (tra il 2013 e il 2023), il 38% dei siti web non sia più raggiungibile.

Il problema è che la sparizione di un sito web non fa, per così dire, rumore: a differenza dei tristi roghi di libri del passato, o delle moderne chiusure di biblioteche di piccole e medie dimensioni, la cancellazione dallo sterminato sottobosco del web di intere pagine passa perlopiù inosservata – almeno finché non ci si ritrova a ricercare una determinata notizia o risorsa, della quale si ha tuttora memoria, per scoprire che essa non è più disponibile.

In fondo, è proprio con questo spirito che, nel lontano 2001, quando si stava gradualmente compiendo il passaggio dai siti web più «arcaici» a quelli apparentemente più moderni e funzionali, lo statunitense Brewster Kahle creò la Way Back Machine, una sorta di «macchina del tempo» che a tutt’oggi archivia milioni di pagine web non più disponibili online e rese di nuovo accessibili al pubblico tramite link situati su di un’apposita homepage.

Ma se è vero che la Way Back Machine ha da poco celebrato l’archiviazione della trilionesima pagina salvata dall’oblio digitale, è altrettanto innegabile come ogni giorno interi database vadano perduti – il più delle volte semplicemente a causa di motivazioni effimere, legate all’idea che tali risorse siano ormai «obsolete».

Eppure, non occorre certo essere dei sociologi per rendersi conto che il valore di un archivio sta proprio nel fatto di costituire un’istantanea di uno specifico momento storico; perché, allora, decidere arbitrariamente cosa meriti di essere ricordato, e cosa sia invece più conveniente far sparire nel dimenticatoio?

Ciò dà inevitabilmente adito al timore che possano essere soprattutto le correnti di pensiero più «scomode» o poco uniformabili al pensiero prevalente (per intenderci, quello promosso dagli organi di informazione approvati da taluni governi non propriamente liberali) a subire gli effetti nefasti di tale selezione innaturale; il che, sebbene giustificabile nei casi di estremismo (ad esempio, di incitazione all’odio o alla discriminazione), in altri pone il problema dell’applicazione del diritto alla libertà d’espressione e opinione.

Tuttavia, il vero problema di cui la maggior parte degli internauti sembra essere ignara è un altro – ovvero, il fatto che, come detto, la silenziosa e graduale sparizione non solo di documenti e pagine digitali, ma di interi siti web è destinata, per sua stessa natura, a passare pressoché inosservata; eppure, ciò non ne sminuisce in alcun modo la gravità, in quanto il fatto che tale epurazione sia invisibile agli occhi non la rende in alcun modo meno devastante del famigerato incendio della biblioteca di Alessandria.

Anzi, in un’epoca come la nostra, in cui le distanze sono state annullate dalla capillare diffusione di internet – e in cui, per molti versi, l’intero scibile umano è a portata di mouse per chiunque, indipendentemente dall’angolo di mondo in cui si trovi – tale perdita presenta, per certi versi, conseguenze e ripercussioni anche più gravi, in quanto priva un pubblico a dir poco sterminato dell’accesso a risorse un tempo considerate valide o meritevoli.

Qualunque sia il motivo specifico dietro ogni rimozione, varrebbe la pena chiedersi se la facilità e frequenza con cui questo fenomeno si verifica siano semplicemente un sintomo della nostra odierna cultura «usa e getta» o, piuttosto, di una forma di selettività dell’informazione dalle implicazioni potenzialmente più gravi. Forse, solo il tempo saprà fornirci una risposta attendibile.