Ricordo: è morto a 86 anni il cantautore che ha portato filosofia, storia e letteratura dentro la canzone italiana
«Un mio amico, che è stato anche assessore al Comune di Roma, siccome arrivava sempre in ritardo alle riunioni, si giustificava dicendo: “Dio ha dato il tempo agli africani e gli orologi agli svizzeri”». Così, raccontava Francesco Guccini nell’autunno del 2023 a Bellinzona, sul palco di Sconfinare invitato a dire la sua sul Cantare il tempo andato.
I gatti, gli amici scomparsi, le cabine telefoniche, la Bologna dei biasanòt (masticanotte), il tubetto metallico del dentifricio spremuto fino all’ultima goccia. Nessuna lezione, nessuna teoria. Soltanto storie. Perché, diceva dopo aver citato sant’Agostino, il tempo non si spiega: si racconta.
«Il tempo che passa è non avere più ventidue anni come allora, ma averne ottantatré. Questo è il tempo che passa»: il suo modo di misurarlo era quello di mettere in fila i segni che il tempo aveva lasciato sul suo corpo. «Una volta vedevo dodici decimi, adesso quasi niente. Una volta camminavo cantando, adesso dopo cinque metri mi viene il fiatone».
In fondo è questo che ha fatto Guccini: ha raccontato il tempo per tutta la vita. Non quello immobile della nostalgia, ma quello che lascia tracce. Le guerre, il ritorno di un padre da un campo di prigionia, le periferie diventate quartieri, gli amici che scompaiono uno dopo l’altro. E poi gli oggetti nel suo Dizionario delle cose perdute. La pompetta del Flit o la carta moschicida. Le pezze dei pantaloni («…le pezze al culo. Le rimpiango. Una volta i pantaloni si consumavano sul sedere. La stoffa diventava lucida, sottile. Allora si mettevano le pezze. Quando si accorciavano i pantaloni dei fratelli maggiori rimanevano sempre dei ritagli di stoffa, e quei pezzi venivano utilizzati per fare le terribili pezze al culo. Tutta la famiglia ti guardava e diceva: “Non si vede niente… non si vede niente…”»). Piccole cose, apparentemente insignificanti, che finiscono per raccontare il tempo meglio di qualsiasi calendario.
Oggi anche Francesco Guccini potrebbe entrare nel suo Nuovo dizionario delle cose perdute. Non come uno degli oggetti che amava raccontare, ma come una di quelle presenze che sembravano esserci da sempre e che, solo quando scompaiono, ci costringono a misurare il tempo trascorso. Francesco Guccini è morto nella notte tra il 5 e il 6 agosto 2026, nella sua casa di Pàvana (Appennino tosco-emiliano), all’età di 86 anni.
Ci lascia però un modo raro di intendere la musica, giacché Guccini ha dimostrato che una canzone può reggere il peso della filosofia, della storia e della letteratura senza smettere di parlare a tutti. Nei suoi versi continueranno a convivere Cirano e don Chisciotte, Dante e Borges, la Resistenza, gli autogrill e le osterie dell’Appennino. Pochi come lui sono riusciti a far dialogare con tanta naturalezza la cultura alta e quella popolare. Per questo le sue canzoni non raccontano soltanto un’epoca: raccontano un modo di guardare il mondo. E quando decise di lasciare i concerti, continuò a fare quello che aveva sempre fatto. Raccontare. Anche attraverso i romanzi, come i tanto amati gialli scritti con Loriano Macchiavelli, non meno segnati dallo scorrere del tempo.
«Voi direte che l’orologio è importantissimo. E invece pensate che, nonostante per secoli l’uomo abbia vissuto senza orologi, si sapeva ugualmente quando era il momento di fare le cose. Esisteva magari un orologio in casa, ma non una sveglia. Il tempo era scandito dalle campane del paese: bastava sentirle e tutti sapevano che ora fosse». Alla fine quelle campane hanno suonato anche per lui.
