Locarno Film Festival: un anno dopo il debutto con «Gioia mia», Margherita Spampinato torna come giurata di Cineasti del Presente, là dove tutto è iniziato
In meno di un anno è passata dal presentare il suo primo film in concorso al giudicare le opere degli altri. Margherita Spampinato è tornata al Locarno Film Festival come giurata di Cineasti del Presente, la sezione che nell’agosto scorso aveva assegnato al suo Gioia mia il Premio Speciale della Giuria CINÉ+ (che comprendeva una campagna promozionale del valore di 25mila franchi sui canali francesi, in occasione dell’uscita del film nelle sale) e il Pardo per la migliore interpretazione ad Aurora Quattrocchi. Da allora il film ha conquistato quasi cinquanta premi, tra cui due David di Donatello – quello per il miglior esordio alla regia a Spampinato e quello per la migliore attrice protagonista a Quattrocchi –, il Globo d’Oro per il miglior esordio, il Premio Flaiano per la sceneggiatura, il Premio della Critica del Sindacato nazionale critici cinematografici italiani (SNCCI) e il CineKindl Award al Filmfest di Monaco. Nel frattempo, a Cannes, la regista palermitana ha ricevuto anche il Women in Motion Emerging Talent Award della Kering Foundation, riconoscimento personale accompagnato da 50mila euro destinati alla realizzazione del suo secondo lungometraggio. Con lei siamo tornati là dove tutto è cominciato, per capire quanto il passaggio da Locarno abbia contribuito a trasformare un’opera prima in uno dei debutti italiani più osservati della stagione.
Margherita Spampinato, un anno dopo Locarno, che cosa è cambiato nella sua carriera?
Tutto. Locarno è stato davvero il punto d’inizio di un viaggio incredibile per Gioia mia e per me. Ha dato una visibilità enorme al film facendolo viaggiare in tantissimi festival: è uscito al cinema, ancora oggi è sempre in proiezione, e ha ricevuto molti riconoscimenti. Da allora è diventato un impegno quotidiano. Neanche immaginavo che esistessero tanti festival. E poi si sono aperte nuove opportunità . Gioia mia è un film dal budget microscopico, davvero piccolo, perché nessuno lo voleva: i produttori non ci credevano. L’abbiamo girato con pochissimi soldi. Dopo i due pardi, però, i produttori si sono fatti avanti… fare il prossimo sarà molto più facile.
Questo grazie al fatto che lei ha continuato a crederci…
La certezza non ce l’hai mai, per quanto tu possa impegnarti. Però io avevo una fiducia enorme nel film. Non so spiegare perché: era come quando ci si innamora. Ci credevo profondamente e sentivo che dovevo proprio farlo. Anche mio marito (ndr: Claudio Cofrancesco), che è il direttore della fotografia e uno dei produttori, era altrettanto convinto. Per questo, nonostante le difficoltà economiche, non abbiamo mai smesso di crederci. Poi il film ha trovato il suo pubblico, è andato bene anche in sala, nel suo piccolo, e tutti questi riconoscimenti sono arrivati soprattutto come una grande dimostrazione d’affetto nei confronti del film e, di conseguenza, anche di noi.
Gioia mia ha infatti trovato un pubblico ben oltre i confini italiani. Se l’aspettava?
No, ed è forse la sorpresa più grande. Gioia mia è arrivato in Corea, in Giappone e in tanti altri Paesi, ad esempio sta andando molto bene in Sudamerica, e ovunque critica e pubblico hanno riconosciuto qualcosa in questa piccola grande storia. È come se il film avesse trovato un linguaggio universale. È un enorme incoraggiamento!
Che cosa significa ora sedersi dall’altra parte del tavolo, dopo avere vissuto la competizione?
Per me sarà un’occasione di scoperta e anche un enorme stimolo. Locarno ha sempre dato spazio a un pensiero indipendente, a un cinema che sfugge all’omologazione e ai cliché del prodotto commerciale. Osservare queste opere è una miniera d’oro. La cosa più bella del cinema è questa: i film possono ispirarci, farci riflettere, farci osservare cose che prima non avevamo notato. Possono gettare una luce su un argomento magari marginale e renderlo improvvisamente centrale. Per me è un regalo.
Più precisamente che cosa cerca e valuterà di più in questi film?
Uno dei motivi per cui mi ha fatto così piacere essere invitata in giuria è la possibilità di concentrarmi sulla creatività . Quando guardi tanti film, quello che ti colpisce subito è ciò che vorresti riuscire a fare anche nel tuo prossimo. Lo senti quando una storia nasce da una motivazione forte, da un’urgenza autentica. Anche se è semplice, anche se magari è imperfetta perché è un’opera prima, percepisci il motore che spinge un autore a raccontarla. E quelli, per me, sono dei tesori. È questo che spero di trovare; credo che nei Cineasti del Presente si cerchi proprio questo fuoco creativo.
Da dove nascono le sue storie?
Dalla realtà che mi circonda. Cerco di raccontare piccole storie quotidiane che diventano emblematiche del nostro tempo. È quello che succede anche in Gioia mia: c’è una donna anziana che ha sempre vissuto apertamente la propria omosessualità e tutti lo sanno, ma soltanto con l’arrivo del bambino quella realtà assume un significato diverso.
Che cosa rende Locarno unico rispetto ad altri festival?
L’anno scorso ci sono arrivata da spettatrice ed è stata la prima volta che vivevo Piazza Grande. È un’esperienza culturale fortissima, ma anche profondamente inclusiva: ti senti accolto anche se non sei un regista o un attore. Ti senti parte di un’opera d’arte. Piazza Grande è qualcosa di unico. È un luogo d’incontro che, quasi simbolicamente, non esclude nessuno. Senza togliere nulla agli altri festival, questa è una caratteristica che appartiene solo a Locarno e che mi ha colpita moltissimo.
All’estero quanto pesa aver vinto due Pardi?
Tantissimo. Ogni volta che nomini Locarno, tutti sanno di che cosa stai parlando. E questo crea subito curiosità intorno al film.
In un anno ha vinto quasi cinquanta premi, eppure sembra rimasta con i piedi per terra…
Non me la posso tirare: se le dicessi perché ho dovuto ritardare l’orario per questa intervista, tra mio figlio, il gatto, mia madre… E poi io continuo a fare quello che facevo prima: sono innamorata delle storie. Tutto questo affetto e tutti questi premi sono un incoraggiamento enorme, ma non li vivo come un punto d’arrivo. Anzi…
Insomma, la determinazione ha avuto ragione di tutti. Verso che cosa la sta spingendo, ora?
Sì. Mi occupo di cinema davvero da tanto, da sempre. Prima di Gioia mia avevo diretto due cortometraggi. Il cinema è la mia grande passione, per cui sto già scrivendo il prossimo film con lo stesso spirito con cui ho scritto Gioia mia: seguendo una storia di cui sono innamorata, senza pensare al lato commerciale. Magari questa volta senza le difficoltà economiche, anche se è vero che la creatività trova sempre la sua strada. Gioia mia è stato scritto alla luce della povertà : i limiti ci hanno costretto a inventare soluzioni che forse, con un grande budget, non avremmo nemmeno cercato.
