L’ultima scuola di buone maniere in Svizzera

by azione azione
12 Agosto 2026

Tra documentario e finzione, Mateo Ybarra porta a Cineasti del Presente un viaggio dentro Villa Pierrefeu, dove il galateo diventa una riflessione sulle convenzioni sociali e sull’emancipazione femminile

Che cosa si nasconde dietro un sorriso impeccabile, una postura perfetta o una conversazione interessante a tavola? È questa la domanda che attraversa Small Talk, il nuovo film del regista ginevrino Mateo Ybarra (messo in concorso nella categoria Cineasti del presente del Locarno Film Festival), autore che si è sempre interrogato, in altre opere non lungometraggi, sulle istituzioni e le convenzioni sociali con uno sguardo discreto ma anche penetrante. Il cineasta mette l’attenzione su un universo quasi sconosciuto: Villa Pierrefeu, ultima scuola di buone maniere ancora attiva in Svizzera, dove donne provenienti da ogni parte del mondo imparano l’arte dell’eleganza e del galateo.

La prima impressione è quella di trovarsi di fronte a un documentario. La macchina da presa segue le lezioni, registra i gesti ripetuti, osserva il modo di sedersi, di camminare, di apparecchiare una tavola o di sostenere una conversazione. Tutto sembra appartenere alla realtà, raccontata con pazienza e senza commenti, un universo che viene rotto dall’arrivo di Charlie, interpretata da Hélène Bares. Lei è un personaggio di finzione immerso in un contesto autentico e popolato da persone reali. È attraverso il suo sguardo, le sue esitazioni e il suo progressivo confronto con un ambiente che non le appartiene che lo spettatore scopre le dinamiche della scuola.

Questa contaminazione tra realtà e finzione rappresenta l’aspetto più interessante dell’opera. Charlie diventa una sorta di corpo estraneo che mette in moto reazioni spontanee nelle altre allieve e nelle docenti, chiamate a correggerla e a guidarla. Ogni suggerimento sulla postura, sul linguaggio o sull’atteggiamento diventa così la manifestazione di un sistema di regole sociali interiorizzato. In questo senso l’attrice si adegua molto bene al contesto tanto da inserirsi con delicatezza nel documentario fino a confondersi con esso e creando perciò un equilibrio sorprendentemente naturale.

Anche lo stile visivo contribuisce a questa sensazione. La macchina da presa rimane costantemente vicina ai personaggi, quasi sempre accanto a Charlie, ma sa anche prendere le distanze, osservandola da lontano come se ne spiasse i movimenti e le conversazioni più intime. È un’alternanza che restituisce al racconto un carattere quasi antropologico, lasciando emergere le relazioni senza forzarle.

Ad accompagnare le immagini interviene una colonna sonora essenziale, costruita soprattutto su percussioni e ritmi scanditi, che finiscono quasi per seguire il tempo delle lezioni e della disciplina imposta dall’istituto. Un elemento discreto ma efficace, che sottolinea il carattere quasi rituale della quotidianità raccontata.

Come nei suoi lavori precedenti, il regista osserva un’istituzione e, attraverso essa, riflette sulla società contemporanea. Dietro l’insegnamento del galateo emerge infatti una riflessione più ampia sull’idea stessa di emancipazione femminile e sul confine tra libertà personale e conformismo sociale.

In conclusione, Small Talk è uno di quei film che lascia allo spettatore il compito di interrogarsi. Anche sull’ambiguità che percorre l’opera tra documentario e fiction. In questo senso Mateo Ybarra dimostra di essere uno degli autori svizzeri più interessanti nel raccontare le strutture sociali contemporanee partendo dai principi di un istituto antico ma ancora ambito come quello situato sopra Montreux. E lo fa mostrando, con precisione quasi chirurgica, le regole invisibili che orientano i nostri comportamenti quotidiani.