Un’epopea d’amore dei nostri antenati

by azione azione
12 Agosto 2026

In «Amanti elementari», Paolo Sortino piega e reinventa le parole con cui riscrivere la genesi dell’umanità

Ci sono scrittori che scrivono in sostanza, e scrittori che invece paiono esordire sempre, perennemente, come Paolo Sortino, che ha fatto dello stupore il proprio stendardo, che non intende mai sommare né riscrivere sé stesso: è il mestiere dei pionieri, è l’arte immane dei visionari, dei pazzi e dei santi, dal momento che vedono troppo e troppo in fondo, inseguendo epifanie piuttosto che sicurezze, preferendo il sogno della verginità al palinsesto della reiterazione.

Il libro di Sortino non è solo romanzo di formazionema anche racconto d’avventura con ibridazione tra scienza e filosofia

Nel caso di Sortino, lo avevamo intuito dal celebrato Elisabeth (2011), suo primo romanzo, come dai successivi Liberal e Demone custode e dall’ultimo Amanti elementari, uscito qualche mese fa per Einaudi. Al centro, le vicende di due ominidi vissuti milioni di anni or sono, durante quell’era di ferocia estrema ed estremo candore che precedette i Sapiens, che l’autore fa rivivere magmaticamente per i suoi protagonisti: un maschio, precisamente un derelitto, ostracizzato dal branco e ora costretto alla solitudine, e una femmina, all’apparenza incapace di scelte personali ma in realtà coraggiosa, decisa e intraprendente.

Come accadrebbe alle creature di epoche successive, i due s’innamorano ma faticano a comprendersi, almeno all’inizio, a rifondare codici relazionali e a modificarsi, a sacrificare porzioni di egoismo per amore dell’altro, dell’altra; mentre sullo sfondo del loro sentimento la storia, o meglio preistoria, che è principalmente natura. Brutale e immacolata al contempo. Fatta di foreste, massi, fiumi, diffusa tra vapori e terre lacerate: quasi un urlo, una preghiera che sa di apocalisse, nel male e nel bene, col senso vivido della devastazione e la promessa in agguato di un’altra era, un’altra umanità.

In questo modo Paolo Sortino ci dona la favola, l’epopea d’amore dei nostri antenati, ma facendolo ne smonta i pilastri, a partire dal linguaggio, sul cui luminoso rivolgimento Amanti elementari è fondato. «Ho tenuto presente Deleuze – ci rivela l’autore – che ne L’abecedario afferma: “Si scrive per gli animali, si scrive al posto degli animali”, con ciò incoraggiando una concezione del linguaggio che non sia asservito alla rappresentazione della realtà ma divenga luogo in cui l’essere si manifesti da sé». «In questo senso – continua Sortino – ho usato il linguaggio contro il linguaggio. Privandolo di alcune sue strutture per noi tipiche, il linguaggio si è rigenerato dall’interno, e a narrare è la cosa narrata. Ciò rende il testo autoevidente e inverte i nessi di potere della scrittura».

Una chiara scelta autoriale dunque, che motiva anche la totale assenza di dialoghi nel romanzo, esclusi per far posto a capacità espressive inedite, a parole impensabili che fungono da parole, parole che non suppliscono ma sono in effetti parole, sebbene composte da un’altra materia: in Amanti elementari, dove l’elementarità è proprio la distruzione del linguaggio più tradizionale, questo ruolo lo ricoprono soprattutto gli sguardi, con cui il maschio e la femmina comunicano disperatamente, e con essi gli odori, i suoni, i gesti e ogni altra opzione connessa alla fisicità, messa in campo in modo sorprendente, di una sorpresa che poi va a intaccare inevitabilmente lo stile. Difatti Paolo Sortino, voce preziosissima del contemporaneo italiano, giunge a un’affabulazione di rara bellezza, data da un vocabolario assai sorvegliato, da una sintassi complessa eppure limpida, da un apparato retorico scintillante e da campi semantici anch’essi coerenti, che diventano specchio e traduzione dei personaggi.

Il risultato, conseguentemente, sarà quello di un congegno tremendo, per purezza e precisione, una macchina narrativa che lancia sguardi arroventati ovunque, posandoli infine sul terrore dell’amare e dell’essere amati, sulla grazia dell’amore intensa come talento di forza, come salvezza e come rivoluzione.

Non è un caso che in certi punti si senta l’eco nettissimo di un autore come Cormac McCarthy, o di alcuni tragediografi greci (Euripide su tutti), o ancora dei toni più pungenti della Sacre Scritture. Forse non poteva essere altrimenti, per un libro tanto felicemente inclassificabile, destinato per la sua inattualità a essere sempre attuale, a consegnare nuove luci al mondo, a dirci come costruire alfabeti con lettere finora inesplorate. È il destino dei classici se ci pensiamo bene: raccontare un evento e contemporaneamente raccontare altro, tantissimo altro, e Paolo Sortino fa pure questo, con un’opera che non è solo un romanzo di formazione, com’è stato definito, ma è anche intrepido racconto d’avventura, è ibridazione tra scienza e filosofia, è riflessione morale, perfino spirituale, è un saggio e metà tra psiche e antropologia. Tutto racchiuso in una storia d’amore: la più antica, la più spietata.