Dall’Ucraina al Medio Oriente, crisi sempre più intrecciate alimentano il rischio di un’escalation globale. E l’Europa appare impreparata
C’erano una volta la guerra di Ucraina e le guerre del Medio Oriente. La prima scatenata il 24 febbraio 2022 dalla Russia invadendo l’Ucraina. Le altre, ad oggi diffuse su sette fronti, scatenate da Israele in risposta al massacro del 7 ottobre 2023 compiuto attorno a Gaza da Hamas e diverse organizzazioni terroristiche, tra cui cellule dello Stato Islamico. Oggi queste guerre tendono a connettersi fra loro e a formare il nucleo di un potenziale conflitto su scala globale. Salto di qualità spesso trascurato nelle analisi correnti. Non considerarlo rischia di trovarci tutti spiazzati di fronte a una sfida esistenziale. Qualcosa che nei futuri libri di storia – se ce ne saranno ancora – sarebbe classificabile come terza guerra mondiale.
Conflitti locali o regionali che concernono tutti
Premessa: stiamo descrivendo una grande valanga in formazione, non ancora precipitante su noi tutti. Non simpatizziamo con il genere apocalittico oggi di gran moda, sul quale d’altronde non varrebbe la pena intrattenersi perché ci lascia nelle mani di qualche entità suprema, su cui non abbiamo potere. Però consideriamo pericoloso indulgere nell’indifferenza o nella rassegnazione rispetto alle dure realtà con cui dobbiamo confrontarci. I tempi dell’ordinaria amministrazione sono scaduti insieme al cosiddetto ordine mondiale a guida americana. Osserviamo la carta geografica. Distinguiamo l’epicentro e le periferie di questa galassia bellica, in cui sono direttamente o indirettamente coinvolte tutte le potenze che contano. L’epicentro si colloca tra Mar Nero (guerra russo-ucraina), Caspio/Golfo Persico (guerra Usa-Israele contro Iran), Rosso (guerra degli huti contro Arabia Saudita e di riflesso tra Iran, Israele, Stati Uniti), Stretto di Hormuz (Usa contro Iran) e Mediterraneo Orientale (guerra di Israele contro Libano di Hezbollah e seguiti del massacro di palestinesi a Gaza e in Cisgiordania).
Le periferie sono quelle nordiche, lungo la faglia che separa la Russia dai vicini scandinavi, baltici e polacchi, soci della Nato che temono di essere invasi da Mosca e quindi supportano l’Ucraina. Qui siamo ancora sotto l’esplicita soglia bellica. Siamo però dentro la guerra in tutte le altre dimensioni, a delineare un conflitto «ibrido» (termine incerto ma di gran moda). A sostegno della Russia troviamo – decisiva – la Cina. A supporto dell’Ucraina e della Nato del Nord-Est gli Stati Uniti, ancora più decisivi.
Nessuno è in grado di spegnere questi focolai
La connessione è data non solo dalla prossimità geografica ma dal fatto che i conflitti apparentemente locali o regionali concernono tutti. Il caso di Hormuz, che sta determinando una crisi energetica quindi economica a partire dal prezzo del petrolio, è solo l’esempio più visibile. Inoltre, l’uso di armi ucraine o russe oltre che occidentali nelle dispute mediorientali, il ricorso ai droni e ai missili balistici, cambiano il tono di conflitti che fino a ieri si combattevano soprattutto su terra. Qualcuno aveva paragonato i combattimenti sulla linea del fronte del Donbass alla Prima guerra mondiale – comparazione ovviamente impropria.
Il dato strategico riguarda il fatto che nessuno è oggi in grado di spegnere questi focolai. Il disordine mondiale derivato dal crollo di credibilità e di potenza degli Stati Uniti, fino a ieri riferimento universale – di amici e nemici – si manifesta in tale deriva. Sicché questi conflitti seguono un percorso carsico: nascono, si sviluppano, sembrano sedarsi, poi riprendono più acuti di prima. Inoltre, nei focolai endemici interviene la tendenza al coagularsi di interessi economici che inducono a perpetuarli piuttosto che a spegnerli. Un esempio palese e per noi europei particolarmente preoccupante è la tesi per cui la Russia sta per invaderci, ergo occorre riarmarci. Ciò mentre negli Stati Uniti si è giunti alla conclusione opposta, per cui la campagna di Ucraina sta dimostrando i limiti della potenza militare moscovita, tuttora impantanata sul fronte del Donbass. Il riarmo degli europei sta convincendo i russi che prima o poi entreremo direttamente in una guerra «preventiva» contro di loro, sicché occorre mandarci un segnale visibile e tremendo: una bomba atomica «tattica» contro un Paese atlantico. Il tutto a disegnare un ciclo incontrollabile di azioni e reazioni, stavolta però ben oltre la soglia dei conflitti convenzionali.
È tempo di prendere atto di queste realtà e prevenire qualsiasi deriva verso la guerra fuori tutto, «preventiva» o meno. Soprattutto, occorre che conflitti che ci coinvolgono sempre più direttamente non siano lasciati completamente nelle mani di potenze esterne quali Russia, Cina, Stati Uniti o Israele. Le quali rispondono alle rispettive opinioni pubbliche e proteggono i rispettivi interessi. Ecco un paradosso poco promettente: noi della «famiglia europea», peraltro sufficientemente divisa e chiassosa, ci prepariamo alle guerre che non possiamo davvero combattere e lasciamo ai Grandi o presunti tali la ricerca di compromessi utili a sedarle o addirittura a spegnerle. Doppio autogol: sul fronte bellico perché una guerra contro la Russia potrebbe essere risolta in pochi minuti a nostro sfavore dal ricorso di Putin all’arma atomica. E sul fronte negoziale perché a stabilire i termini di una tregua o di una pace sarebbero altri, che deciderebbero per noi.
«Sonnambuli» che scivolarono incoscienti nella Prima guerra mondiale
Siamo nell’èra dei paradossi e degli irrealismi spacciati per verità assolute, d’accordo. Qui però temiamo si stia scivolando oltre ogni logica verso scenari terrificanti. Non vorremmo che i già evocati storici futuri dipingessero i decisori europei come i famigerati «sonnambuli» che scivolarono incoscienti nella Prima guerra mondiale.
