Roasted

by azione azione
22 Luglio 2026

«Un amico non lo considero tale se non posso dargli del co….ne. Dunque se non lo posso roastare». Ne Le parole dei figli di noi 7 in famiglia, tranne Enea che ha solo 12 anni, gli altri quattro dai 17 ai 24 anni sono tutti d’accordo: insultare qualcuno, anche pubblicamente, può essere un segno di affetto. Come sanno gli affezionati di questa rubrica, tra i termini della Gen Z che indaghiamo di più ci sono quelli legati all’amicizia, perché per gli adolescenti è un sentimento assoluto, forse il più importante. Capire il significato delle parole che scandiscono i loro rapporti è un po’ come guardare dal buco della serratura pezzi della loro vita. C’è il tempo usato per rendere più forte un legame (bonding time), ci sono le notti tra migliori amiche (girls’ night), ma ci sono anche le provocazioni fatte apposta per scatenare una reazione (rage bait), così come, per zittire qualcuno, lo si fa roasted.

In inglese roast è letteralmente l’«arrosto». Dunque quando vai giù pesante con qualcuno lo arrostisci. E roasted è chi è stato preso di mira. Nella vita quotidiana degli adolescenti i racconti sui roasted si sprecano.

Prima situazione. Una ragazza sta bevendo una bibita in classe, un gesto di per sé innocuo. Ma quella mattina l’insegnante è già irritata e, soprattutto, ha con lei un pregresso: durante le lezioni tende a fare confusione. Così parte la sgridata: «Bere in classe è da maleducati. E se mi mettessi io qui con una bottiglia di vino? Siete all’ultimo anno, la maturità è anche questo. Come potete dirvi adulti? Non si mangia e non si beve in aula: è una regola che vale dalle elementari. Se qualcuno vuole fare il suo salottino, poi non si lamenti quando arrivano i voti». Alunna roastata!

Seconda situazione. Partita di pallavolo durante le due ore di ginnastica. Delle giocatrici sono più competitive di altre. Una compagna le sbaglia tutte, è in difficoltà evidente. Le viene fatto notare, ma lei reagisce male. A quel punto il tono cambia: «Non puoi scappare dalla palla. Se ti arriva ti sposti: ma giochi con noi o per l’altra squadra? Se vuoi ti mettiamo in panchina, altrimenti impegnati». Roastata in campo.

Terza situazione. Due amici che spesso non vanno d’accordo. Basta un look più appariscente del solito e l’attacco parte subito: «Pagliaccio!». La replica è mirata: «E tu che da quando hai comprato quella tuta non metti altro? Ormai non è nemmeno più un outfit, è una divisa. E magari sistemati anche i capelli». Roastati a vicenda.

Io ci ho dovuto riflettere un po’, perché considero il roastare una forma di aggressività: insulti, una forte spinta a zittire l’altro, una certa pesantezza negli attacchi. È quello che i rapper fanno con il dissing, l’arte di insultare pubblicamente denigrando i rivali. Come quando Tony Effe attacca: «Come eri vestito nel tuo video? La tua immagine fa schifo». Ma l’idea da cui nasce è un’altra. Per oltre 15 anni il canale televisivo americano Comedy Central ne ha fatto uno spettacolo: il Comedy Central Roast. A essere arrostite, le celebrità. Per la comica Lisa Lampanelli, la regola è chiara: si colpisce solo chi si apprezza davvero. Il 15 marzo 2011 durante il roast di Donald Trump, il comico Anthony Jeselnik apre così: «Dicono che si prendano in giro solo le persone che si amano, quindi sarà breve». Poi giù a picchiare duro: «Diamo il benvenuto alla seconda peggiore tragedia che abbia mai colpito New York City: Donald J. Trump». «Sei la prova definitiva che i soldi comprano le belle fighe». «Ora Donald dice di volersi candidare alla presidenza. Perché no? Non sarebbe la prima volta che caccia una famiglia nera di casa». «Che differenza c’è tra un procione bagnato e i capelli di Donald Trump? Un procione bagnato non ha sette miliardi di fottuti dollari in banca».

Ecco, in teoria, i ragazzi hanno colto lo spirito del roast. Franchezza, nessuna ipocrisia, colpi da mettere a segno, ma in tutta amicizia! Ma, come successo per Donald Trump che pure magari se lo meritava, la situazione può sfuggire di mano. E, da segno di affetto, la presa in giro può tornare a essere semplicemente quello che è: un insulto. Che può scatenare, sempre per dirla con Le parole dei figli, una friendship breakup, la rottura di un’amicizia.