Quando, dopo gli studi o al termine di una formazione, dunque ancora giovani, si fa il proprio ingresso nel mondo del lavoro, può capitare di avere la fortuna di incontrare un maestro. Una persona che non si limita a consolidare le competenze professionali di chi è alle prime armi, ma che, per il modo in cui si approccia, e quel quotidiano desiderio di condivisione del sapere (sebbene a volte impartito «alla vecchia maniera») finisce inevitabilmente per insegnare anche la vita stessa.
È stato un maestro per noi giornalisti di «Azione», Ovidio Biffi, mancato lo scorso 5 luglio. Era il primo volto che vedevamo la mattina uscendo dall’ascensore della vecchia sede in Piazza Manzoni, e l’ultimo che se ne andava la sera, in quella che era una presenza costante – e rassicurante. Quando la grande scrivania era vuota, perché Ovidio era in vacanza, oppure si era recato in tipografia (eravamo agli albori del digitale, e le fotografie venivano ancora consegnate brevi manu) le mansioni tardo-serali di noi in redazione si riassumevano in un laconico post-it giallo con la scritta «spegnere la stampante». Dal tono di voce e dall’enfasi più o meno marcata del suo passo, capivamo l’umore di Ovidio, che magari, poteva succedere, era scocciato o infastidito da qualcosa. Ma sempre quella voce, con un altro tono, e sempre quel passo, quasi baldanzoso, ci spronavano, giorno per giorno, a vivere il meraviglioso mestiere del giornalista, a essere curiose, a essere precise, a uscire dalla redazione, a incontrare persone, a cercare nuove penne per il giornale, in un atto di fiducia offerto sin dal primo giorno di collaborazione. (E che si è riverberato poi sulle scelte di giornaliste e giornalisti, rimasti a lavorare per «Azione» fino al pensionamento). Luganese d’adozione, Ovidio Biffi era nato momò, come raccontava quel suo cognome di Sagno («da Sagno a Mas-sagno, amava scherzare»), dove la sua famiglia per anni è stata dedita alla produzione dei famosi formaggini della Valle di Muggio. Era stata la passione per il giornalismo, dopo un soggiorno in Inghilterra – di cui amava soprattutto aplomb e sense of humour – a portarlo a lavorare dapprima per il «Giornale del Popolo», poi, dal 1990 al 2006, per «Azione». In quei 16 anni ha plasmato il nostro settimanale, lo ha fatto crescere, potenziando le pagine di politica estera, consolidando quelle dedicate alla cultura e creando ex novo quelle che approfondiscono temi legati alla società.
A ben vedere «Azione» ha ancora, a distanza di 20 anni, la «fisionomia» pensata da Ovidio. Molte poi le «avventure» in cui ci guidava o ci affiancava con grande fiducia, come quando nel 2006 nacque dall’idea della redazione il festival Chiassoletteraria. Era severo, questo sì, ma di una severità non fine a sé stessa, perché prima del giornale c’erano sempre le persone. Il lavoro andava svolto bene, ma restava anche spazio per stare insieme, magari con un pranzo sull’altra sponda del lago per trascorrere qualche ora fuori dalla redazione. Del ruolo di caporedattore, oltre alla creatività, aveva soprattutto il senso della responsabilità: se c’era da rispondere di un errore o di una scelta, era lui quello che si esponeva. Ovidio, però, a ben pensarci, con un distacco degli anni che non ha mai significato perdersi di vista, con quel suo sguardo un poco obliquo – non per niente la rubrica tenuta per molti anni sul nostro settimanale si chiamava Zig-Zag – ci ha anche insegnato ad aprirci a prospettive insolite e non ancora sondate, capace com’era di collocarsi sempre al di fuori del mainstream.
Con la sua inconfondibile punta ironica, non aveva mai smesso di osservare, prendere nota mentalmente, restituendoci impressioni inedite e spunti cui da soli non saremmo arrivati. Giornalista attento ai cambiamenti, amava certi social, e aveva scoperto Instagram ben prima di noi (e probabilmente anche meglio). Quando arrivò ad «Azione» nel 1990, dopo Vinicio Salati e Luciana Caglio, e prima di Peter Schiesser e dell’attuale caporedattore Carlo Silini, la redazione aveva ancora un unico computer con accesso a internet, e, quasi giornalmente, collaboratrici e collaboratori esterni facevano una capatina nei nostri uffici per salutare. Il giornale, così, anche grazie a Ovidio, è riuscito a conservare quella dimensione famigliare e accogliente che ancora oggi ne fa una realtà unica nel suo genere. Sarebbero ancora molte altre le cose per cui ringraziare un uomo che ha saputo coniugare rigore e ironia, serietà e leggerezza, ma ci fermiamo qui, perché le persone speciali rimangono nel cuore e spiegarle è sempre troppo difficile.