La fontana del Piermarini o delle Teodolinde

by azione azione
15 Luglio 2026

Camminare a Milano quest’estate, con questo caldo assurdo, è surrealismo puro. Nonostante sia più di casa il futurismo, come si legge su una targhetta commemorativa sulla casa di Marinetti in corso Venezia dove vi porterò un giorno o l’altro. Ad ogni modo, senza pensarci due volte, parto con una granita alla mandorla da Sartori, storico chioschetto dal 1937 accanto alla stazione centrale la cui specialità è il nocciolato (gelato alla nocciola con nocciole intere tostate). In via Settembrini tram numero uno, sferragliante dal 1928 con finestrini abbassati, fino alla Scala, poi attraverso la galleria, passeggiando al ralenti, vado dove devo.

Piazza Fontana, alle spalle del Duomo, tristemente nota per la strage, prende il nome dalla fontana neoclassica afferrata ora con gli occhi e qui dal 1782. Opera di Giuseppe Piermarini (1734-1808), l’architetto della Scala autore anche del tempietto in riva al laghetto dei cigni a Monza studiato l’estate scorsa nella fase giardini all’inglese nell’hinterland e incontrato ancora prima di sfuggita per via della scaffalatura teatrale della Braidense, è la prima fontana di Milano. Composta da tre vasche, una sopra l’altra, di grandezza diversa, in granito rosa di Baveno, l’acqua scende a pioggerella. Dalla più piccola in cima, stile calice scanalata, alla seconda a forma di corolla sorretta da due sirene, dove trasborda e pioviggina su quella più grande mistilinea.

Scolpite in marmo di Carrara, le due sirene-cariatidi soprannominate dai milanesi le Teodolinde, alle quali giro intorno adesso osservandole un po’ da vicino, sono l’opera di Giuseppe Franchi (1731-1806). Scultore di Carrara come il marmo, conosciuto per il bozzetto in terracotta del carro di Apollo (1778) per il timpano della facciata della Scala, tradotto in stucco da Giocondo Albertolli. Autorevole stuccatore, decoratore e architetto ticinese – di Bedano – che sostituisce il putto alato previsto con la personificazione della Notte, aggrappata al carro del dio del sole e della musica: drammatizzando così con l’inseguimento un po’ più la scena.

Più caldo che al Cairo, mi aggrappo alla frescura effimera della pioggerella che scroscia lieve dalla seconda vasca. Uno zampillo timido sprizza dalla bocca del delfino-mostriciattolo, tenuto per la coda da una delle due sirene chiamate come la bella regina longobarda Teodolinda (570 circa-627 circa) per via delle trecce e grazioso pallore. Altri giochi d’acqua sono i quattro mascheroni leonini che sputano acqua in quattro bacini tondi ideali per i cani, come si vede su un dipinto del 1844 di Angelo Inganni.

Mi siedo una fine pomeriggio ai primi di luglio su una delle sette panchine, all’ombra di ventiquattro alianti noti anche come alberi del paradiso. Un clochard dorme su un’altra, tra le fronde intravedo la facciata dell’ex Banca Nazionale dell’Agricoltura dove alle 16.37 del dodici dicembre 1969 esplodono sette chili di tritolo. Quattordici morti sul colpo, tre dopo, ottantotto feriti, nessuna condanna definitiva per il gruppo neofascista Ordine Nuovo. Un piccione sguazza nella vasca in cima, molti altri, scappati dal Duomo stufi delle foto, gironzolano rintronati come alcuni turisti spiaggiati sulle altre panchine.

«La fontana dei brumisti» la chiamava mio nonno, mi rivela un vecchio melomane che ama il Milan, la vodka, collezionare soldatini. I cavalli che tiravano le loro carrozze si abbeveravano qui. Palcoscenico preferito, negli anni Venti, con ancora gli ultimi brumisti tra il pubblico, mi racconta, dell’astronomo Paneroni con le sue strampalate teorie terrapiattiste. La fontana dei due Giuseppi, si potrebbe anche chiamare, visto i nomi di battesimo dell’architetto folignate (domanda da cruciverba) e lo scultore carrarese di cui esiste un ritratto con testa di Omero in marmo in mano di Martin Knoller, nella sala XXXVI della Pinacoteca di Brera. Però sarebbe da andare a vedere piuttosto, per ammirare la sua finezza nelle minuzie, un bassorilievo alla Galleria d’Arte Moderna in via Palestro, sempre in marmo di Carrara, dove Dedalo lega le ali a Icaro.

Alzo intanto lo sguardo verso la regale bellezza del volto di una delle due Teodolinde snasate, la cui coda si confonde con quella dei delfini-mostricciattoli. Il melomane è partito con un monologo su Van Basten, il cigno di Utrecht azzoppato anzitempo. Il barbone, appena svegliato dalla siesta, urla «lambada».