Edith Templeton, la donna dietro lo scandalo

by azione azione
1 Luglio 2026

Vent’anni or sono moriva a Bordighera l’autrice di Gordon, romanzo che non ha mai smesso di fare scandalo

Quando il romanzo Gordon uscì nel 1966, non risultava scritto da Edith Templeton, che dagli Anni Cinquanta aveva già all’attivo alcuni romanzi, una guida di viaggio dedicata a Cremona e la pubblicazione di diversi racconti (poi raccolti ne Le frecce di Cupido) pubblicati su «The New Yorker», ma da una fantomatica Louise Walbrook. Il libro finì subito nel mirino dell’Obscene Publications Act (la censura di allora), e fu bannato in Inghilterra e in Germania. Troppo crudi i contenuti e schietto il linguaggio, per non parlare dell’io narrante, quella giovane e misteriosa donna di ottima famiglia boema (di classe sociale tanto agiata che mamma e nonna bisticciavano sulla servitù), impiegata dall’esercito statunitense e da quello britannico durante la Seconda guerra mondiale, colta e di una bellezza capace di stordire, grazie a un miscuglio di eleganza e (forse finta) fanciullesca innocenza, segnalata da un’acconciatura con le trecce.

A ripubblicare Gordon ci avrebbe poi pensato qualche anno più tardi l’Olympia Press di Maurice Girodias, quella che prese sotto la propria ala editoriale anche la Lolita di Nabokov, il Tropico del cancro di Henry Miller, Ginger Man di Donleavy e il Pasto nudo di Burroughs.

Gordon, dalla fortissima componente autobiografica, è ambientato in una capitale britannica in cui i pub sono ancora pieni zeppi di generali e ufficiali, mentre tutt’intorno la vita di donne e uomini (soprattutto nei circoli più abbienti) piano piano comincia a risollevarsi dai traumi della guerra, per intravvedere qualcosa che assomigli a un futuro.

Di origine boema, Edith Templeton fu una colta cittadina del mondo dalla penna affilata e l’animo inquieto

«Shepherds non era cambiato (…) c’era ancora lo stesso soffitto, bruno e lucido come se fosse stato ricoperto di caramello»: proprio a Londra, una luminosa sera d’estate del 1946, in un pub, la giovane protagonista Louisa – tra l’altro, già nel bel mezzo di un divorzio – incontra l’enigmatico e ombroso psichiatra scozzese Richard Gordon: «Non era né basso né alto, snello e di ossatura fine, di un fisico poco attraente che non mi piaceva; né mi piaceva la sua faccia, sebbene esercitasse lo stesso fascino che contraddistingue i contorni irregolari e sporgenti di una rovina romantica. Il naso era a ponte alto e irregolare, le guance incavate sotto gli zigomi sporgenti, il mento lungo e meravigliosamente arrotondato. I capelli nero corvino, (…) scendevano (…) sottolineando il pallore cupo del volto come un groviglio di edera scura che cascava lungo una serie di merli fatiscenti». Conducendo per un braccio la donna, che naturalmente attira ogni sguardo su di sé («Indossavo un abito di seta aderente, a maniche corte, stampato a macchie irregolari azzurre, rosa e malva, simile alla carta marmorizzata delle copertine dei libri di un tempo»), Gordon la porta fuori dal locale, e poi, su una panca di sasso in un giardino, compie su di lei la prima di una lunga serie di sopraffazioni.

Louisa, ventottenne intelligente e di spirito, cui non mancano né la consapevolezza né le competenze sociali, come molte altre prima e dopo di lei, si lascia con lentezza ma inesorabilmente precipitare nel baratro («Sapevo che non ci sarebbe voluto molto prima che mi trascinasse dal limitare dell’oscurità al suo centro, e cosa mi avrebbe atteso lì, non lo sapevo. O, per essere sincera, non volevo saperlo»), sballottata in una relazione amorosa che oggi chiameremmo tossica, fatta com’è di assenze, attese e controllo.

Il suo straniamento, però, non è causato solo dalla sopraffazione fisica, cui a un certo punto paiono non esserci più limiti, in un letto che sempre più spesso si fa campo di battaglia, ma anche da quella psicologica, dove lo psichiatra – che ha il doppio degli anni della paziente-amante e la chiama solo «my child» – mette in atto le peggio strategie cliniche per indurre la giovane donna a compiere un viaggio a ritroso nella propria storia personale, nonché tra le pieghe più nascoste della psiche, soffermandosi nella Terra dell’irrisolto, là dove, dentro ognuno di noi, alberga un personale vaso di Pandora. Quello della Templeton, pare di capire, contiene tutta la sofferenza derivante dalla mancanza di un padre, figura del tutto assente nella biografia della scrittrice, ma che lei cercò per una vita intera nei numerosi uomini che ebbe.

L’epilogo della storia tra Gordon e Louisa, prevedibilmente tragico, non è però importante quanto l’atmosfera sombre suscitata dalla narrazione, combinata al talento narrativo dell’autrice e alla consapevolezza crescente, da parte di chi legge, che, sì, ci sono sopraffazione e violenza nella relazione, ma anche una forma di amore. A riprova di ciò, la stessa Templeton ci aveva confidato: «Gordon è stato l’unico uomo che abbia amato. Non se ne è mai andato, in un certo senso è sempre con me. Ancora oggi, non faccio che pensarlo».

Un’immagine giovanile di Edith Templeton

Una ragazza mitteleuropea

Edith Templeton era nata nel 1916 a Praga, figlia mitteleuropea di una classe sociale che organizzava ricevimenti, frequentava le migliori scuole e le cui ragazze sapevano come comportarsi a seconda del contesto. Precoce per la sua età e magnetica nel suo essere, la Templeton – che di cognome ancora faceva Passerová – entrò presto in competizione con la madre, donna di mondo, perennemente ansiosa e desiderosa di essere al centro della generale attenzione, come, appunto, ci si aspettava da una rappresentante di quel segmento sociale («Nonostante a mia madre non piacesse dover ascoltare disquisizioni sulle teorie dell’arte, non si poteva negare che il professor Wieland fosse un vero e proprio fiore all’occhiello in qualsiasi salotto»). Attorno alla madre, che a tavola chiacchiera di Schiller, Schnitzler e Goethe, si alternano di continuo figure maschili che la piccola Edith osserva con profonda attenzione, imparando presto l’esistenza di un mondo delle relazioni dove il non detto regna sovrano e la strategia fa parte dell’arte della sopravvivenza.

Dopo gli studi al French Lycée di Praga, a ventidue anni Edith lasciò la Cecoslovacchia per convolare a nozze con un ingegnere aeronautico inglese, da cui prese il nome che avrebbe portato per tutta la vita, Templeton. Il matrimonio fu caratterizzato da brevità e turbolenze, ma, come si evince da Gordon, non impattò in modo particolare sulla vita della giovane donna, segretaria e traduttrice per l’esercito USA e in seguito Capitano di quello britannico.

Il secondo matrimonio, negli Anni 50 e dopo la fine della relazione con Gordon, portò Edith Templeton in India, al seguito del marito medico, tra le altre cose cardiologo personale del re del Nepal. Dopo diversi soggiorni in Europa, tra cui un periodo a Estoril (in un gigantesco «finto castello»), la scelta finale cadde sulla Riviera Ligure. Edith Templeton visse infatti a Bordighera fino al 12 giugno del 2006, quando, a novant’anni, morì.

Ancora ammantata di fascino, i lunghi capelli grigi sciolti sulle spalle e i profondi occhi bistrati, l’eloquio riflessivo e ragionato, Edith Templeton diffidava dei giornalisti e di chiunque volesse tornare su Gordon (la cui riedizione era uscita in italiano per Neri Pozza nel 2005), e, più in generale, non sopportava «quando la gente mi giunge troppo vicina».

Templeton ambientò uno dei suoi racconti a Chiasso, dove conservava un prezioso servizio da tè Odiot del marito defunto

Al clamore successivo alla ripubblicazione del suo libro-scandalo, infatti, seguirono anche visite a Bordighera da parte di giornalisti di testate prestigiose come il «New York Times» o il «Guardian», come ebbe a confessarci la stessa Templeton meno di un anno prima della sua morte, che però faticò a riconoscersi nei loro reportage: «Ogni cosa che mi riguardava era illustrata in modo orribile. Una giornalista arrivò addirittura a scrivere che avevo il wc rotto».

Quello che probabilmente a suo avviso non si percepiva a sufficienza, al di là delle più o meno velate critiche mosse alla sua scrittura e al candore con cui narrava di violenza all’interno della relazione (in un’epoca in cui il femminismo era ancora una parola distante), era quanto profondamente vita e letteratura si fossero per lei fuse, fino a creare un legame tale per cui i due ambiti non erano più separabili. Ma, soprattutto, quanto la sua non fosse una letteratura impegnata o finalizzata alla trasmissione di un messaggio, quanto più il frutto di un bisogno impellente, «la cosa più importante della mia vita». Perfino più importante della famiglia. A un certo punto Edith Templeton smise di scrivere, perché in certo qual modo aveva smesso di vivere: «Non scrivo più, perché ormai, non mi capita più nulla», ci aveva confessato.

Il deposito a Chiasso

Che l’ossessione per Gordon non si fosse stemperata e tantomeno esaurita grazie alla stesura del romanzo, lo si evince nel racconto Ninfa & Fauno (Le frecce di Cupido, Neri Pozza), ambientato a Chiasso (dove ventuno anni or sono, era stato proprio il nome di questa città a convincerla a farsi intervistare da me per «Azione»): «Quando finalmente siamo arrivati (a Chiasso), un controllore fuori servizio, vedendomi indugiare vicino allo sportello dei passaporti, ormai deserto, mi ha accostata e poi mi ha accompagnata fino all’ingresso di un hotel di prima classe lì vicino».

Nel racconto la protagonista, la cui identità non è difficile da indovinare, ritorna nella cittadina di confine, dove è conservata una cassa di legno contenente un prezioso servizio da tè d’argento Odiot, con, appunto, una Ninfa e un Fauno, appartenuto al marito deceduto. La motivazione ufficiale è quella di vendere il servizio, ma la pulsione reale che sta dietro al viaggio della protagonista verso la città di confine, è la prospettiva di incontrare di nuovo il collaboratore di una casa d’aste ginevrina, la cui voce tanto assomigliava a quella dell’indimenticato Gordon. Le concessioni al paesaggio sono poche, perché la Templeton ha sempre dato la precedenza a quello interiore, ma a tratti si ha l’impressione di riconoscere la zona del Punto Franco, mentre restano alcuni dubbi sul ristorante (un grotto?) dove la Templeton avrebbe mangiato: «La locanda era un banale chalet di legno, (…), con gli immancabili gerani rossi nelle fioriere alle finestre. (…) Chiesi dove fosse il bagno. Si trovava in cantina».

La sezione acattolica del Cimitero Inglese di Bordighera

Il cimitero di Bordighera

Il luogo dell’eterno riposo di Bordighera, cittadina in cui Edith Templeton morì, più o meno in solitudine, nel giugno del 2006, quasi certamente circondata da poche persone a lei vicine, si chiama «inglese». Si trova nella parte alta di Bordighera ed è nascosto da un imponente canneto. La parte principale è occupata da cattolici italiani, ma una larga sezione acattolica riporta nomi inglesi, tedeschi ed ebraici, a riprova di come, a partire da metà Ottocento e fino a gran parte del 900, quell’angolo di Italia fosse amato da chi cercava un clima mite e un luogo ospitale.

L’abbiamo cercata lì, Edith Templeton, per ricordarla a vent’anni dalla morte, per omaggiare una donna che ha avuto coraggio nel raccontare sé stessa, ma che, ci hanno poi riferito i pochissimi cui il suo nome dice qualcosa, non voleva essere ricordata con una lapide fra le palme e i muri a secco che nessuno avrebbe mai visitato, e aveva deciso, seppur non sia lecito, di diventare una cosa sola con il Mar Mediterraneo, ultima dimora di un’anima inquieta.