La nuova legge, in vigore dal 1° luglio, arriva dopo un lungo confronto politico e i richiami degli organismi internazionali
C’è chi l’ha già chiamata la «norma anti-sculacciata», ma in verità il suo significato è molto più esteso e riguarda l’educazione dei bambini nel suo insieme. Il prossimo primo luglio questa nuova norma entrerà in vigore, si tratta dell’articolo 302 del Codice civile svizzero, rivisto e riformulato. Al capoverso 1, ed è questa una delle novità , vi si legge che i genitori devono educare i propri figli «senza ricorrere alla violenza, segnatamente senza punizioni corporali né altri trattamenti degradanti».
Per arrivare a questa modifica è stato decisivo un atto parlamentare della consigliera nazionale Christine Bulliard-Marbach, presentato nel 2019. Con una mozione, questa esponente friburghese dell’Alleanza del Centro chiedeva una modifica del Codice civile per proteggere «i nostri minori dalle punizioni fisiche, da ferite psichiche e da altre misure degradanti», questo perché, si legge ancora nel testo della sua mozione «l’attuale mancanza di chiarezza sul piano legislativo e le convinzioni tradizionali (si potrebbe sostenere che le botte sono utili o che non sono dannose) fanno in molti casi apparire giustificabile nella nostra società il ricorso alla violenza nei confronti dei minori».
Un bambino su sette è vittima di violenza fisica
Diversi studi condotti in questo ambito hanno fatto emergere una realtà preoccupante e poco conosciuta. Sulla base di queste ricerche, l’associazione Protezione dell’infanzia Svizzera sottolinea che nel nostro Paese un bambino su sette è vittima di violenza fisica, mentre uno su cinque soffre di maltrattamenti psicologici. Il 30% dei genitori ammette di alzare spesso la voce e, addirittura, di insultare i propri figli. Per questa associazione si tratta pertanto di «un fenomeno diffuso che viene spesso banalizzato», ma che lascia tracce permanenti nello sviluppo emotivo e caratteriale di un bambino. A Berna, in Parlamento, c’erano già stati alcuni tentativi volti a modificare il Codice civile, precedenti a quello di Bulliard-Marbach, tutti però erano stati bocciati.
Per anni Governo e Parlamento hanno sempre fatto riferimento al Codice penale e alla Costituzione federale – in particolare all’articolo 11, che garantisce il diritto all’incolumità di fanciulli e adolescenti – per giustificare la difesa dello status quo. Inoltre, nel 1978, era stato vietato il diritto dei genitori di ricorrere a punizioni corporali, e questo grazie all’abrogazione del cosiddetto «diritto di correzione», riforma voluta per regolare i rapporti tra genitori e figli in una società sempre più caratterizzata da modelli famigliari diversi da quelli tradizionali.
In un suo rapporto del 2023 il Dipartimento federale di giustizia e polizia, competente in questo ambito e diretto allora da Karin Keller Sutter, scriveva che «la legislazione in vigore vieta già il ricorso alla violenza nell’educazione», da qui «le riserve nei confronti della richiesta di modifica del Codice civile». C’è voluta dunque parecchia perseveranza in Parlamento, ma anche nella società civile, per arrivare alla modifica che scatta il prossimo primo luglio. Ma ci sono voluti anche un paio di moniti giunti dal Comitato della Nazioni unite per i diritti del fanciullo, che nel 2015 e nel 2021 aveva sollecitato il nostro Paese a vietare espressamente le punizioni corporali.
I Paesi Ue sono avanti
Raccomandazioni simili erano state rivolte alle nostre autorità anche dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu. In altri termini c’è stata anche una certa pressione da parte della comunità internazionale, a cui va aggiunto il fatto che 23 dei 27 Paesi dell’Unione europea dispongono da tempo di normative specifiche contro l’educazione violenta. Legislazioni che in quei Paesi hanno permesso di ridurre sensibilmente i casi di bambini maltrattati tra le mura domestiche. Il nostro Paese correva pertanto il rischio di compromettere la propria immagine su un argomento così delicato come quello della protezione dell’infanzia.
Nel 1978 era stato vietato il «diritto di correzione»
E così, dopo l’approvazione parlamentare della mozione di Christine Bulliard-Marbach, il Consiglio federale non ha potuto far altro che elaborare un progetto di riforma del Codice civile, che è stato discusso un anno fa dalle Camere federali. Tutti i partiti hanno sostenuto questa riforma ad eccezione dell’UDC. In aula il consigliere nazionale democentrista Manfred Bühler ha fatto notare che la violenza fisica va effettivamente sanzionata, per questo però si può già fare riferimento al Codice penale. A suo dire «bisogna aver fiducia nella responsabilità individuale dei genitori». Propositi a cui ha replicato, tra gli altri, il ministro della giustizia Beat Jans, nel frattempo subentrato a Karin Keller Sutter nella gestione di questo dossier.
A suo dire anche in futuro la responsabilità per l’educazione e lo sviluppo dei bambini spetterà alle singole famiglie. Tocca a loro definire l’educazione dei propri figli, ma nel farlo devono escludere categoricamente la violenza verbale e fisica. E per questo, ha fatto notare il ministro socialista, c’è bisogno anche di un nuovo articolo del Codice civile, che è composto anche da un’altra nuova disposizione, quella prevista dall’introduzione del capoverso 4. Una norma che è così formulata: «I Cantoni provvedono affinché, in caso di difficoltà educative, i genitori e il figlio possano rivolgersi, insieme o separatamente, a consultori». I Cantoni sono dunque espressamente chiamati ad agire e a rafforzare le misure già previste da tempo in questo ambito. Con il rischio, è stato fatto notare da più parti, di una presenza non uniforme sul territorio nazionale di centri di consulenza per genitori e figli, visto che non tutte le realtà cantonali si muovono all’unisono in questo contesto.
Il nuovo articolo del Codice civile era atteso da tempo, in particolare dalle tante organizzazioni che si muovono in questo ambito, tra loro anche l’Aspi. Sul suo sito la Fondazione della Svizzera italiana per l’Aiuto, il Sostegno e la Protezione dell’infanzia fa notare che «le possibili conseguenze della violenza in ambito educativo hanno ripercussioni sulla società intera, sia a livello economico che di sicurezza e benessere». In conclusione va detto che il nuovo articolo parte piuttosto in sordina, la sua messa in vigore avverrà senza il previsto lancio di una campagna di sensibilizzazione a livello nazionale. Mancano i soldi per farlo, la Confederazione deve risparmiare. E così la «norma anti-sculacciata» dovrà trovare altre modalità per farsi conoscere. E soprattutto per farsi rispettare.
