Probabilmente diversi tra i nostri lettori avranno sperimentato, negli scorsi giorni, l’ennesima trappola «bufalica» diffusa attraverso WhatsApp. Si è trattato di un episodio a carattere continentale, diremmo, tanto che, oltre alla stampa locale, se ne sono occupati i media italiani e persino il «Tages Anzeiger», il che lascia presumere (se non siamo diventati improvvisamente paranoici) che la strategia di diffusione sia stata molto ampia. Ne parliamo perché riflettendo su quanto è successo ci sembra si possano trarre alcuni insegnamenti.
Nel concreto: una domenica mattina sulla chat di gruppo che condividiamo con alcuni amici, membri di un’associazione, è apparso il messaggio: «Importante per tutte le chat di gruppo!
A partire da sabato, l’intelligenza artificiale sarà disponibile su WhatsApp e avrà accesso a tutte le chat. Tutti gli amministratori di chat di gruppo possono/devono attivare l’opzione “Privacy avanzata”. In caso contrario, l’intelligenza artificiale potrà aprire i messaggi di gruppo, visualizzare i numeri di telefono e persino recuperare informazioni personali dal vostro telefono, incluse le chat private». Seguivano le indicazioni sul modo di disattivare tale meccanismo invasivo e invadente.
Premesso che chi scrive si considera un utente con una certa esperienza, estremamente prudente e attento alle dinamiche ingannatrici che girano sulla rete, l’autorevolezza e la serietà della persona che ha inviato l’avvertimento ci ha di fatto convinto dell’autenticità del messaggio di allarme. A confermarne il senso è bastato seguire i consigli su come impedire il saccheggio dei dati: l’opzione «Privacy avanzata della chat» nella sezione di gestione esiste realmente, con il suo interruttorino verde. Senza stare a pensarci troppo chi scrive ha subito attivato il comando e si è affrettato a girare il messaggio agli amministratori delle sette od otto chat di gruppo di cui fa parte, scatenando un comprensibile putiferio nel mattino domenicale. Finché dopo un’oretta, un’amica più giovane, e probabilmente più lucida al mattino presto di un festivo, ha risposto con silenziosa ironia postando il link a un articolo apparso un anno fa su «Wired», dal titolo: Cos’è la bufala della “privacy avanzata” su WhatsApp.
Insomma: sarebbe bastata una ricerca di 30 secondi su un motore di ricerca qualsiasi per accorgersi che si trattava di un’ennesima fregatura perditempo. Fatta la figura barbina, chi scrive si è affrettato a ripercorrere il percorso precedente e, cospargendosi il capo di cenere, a scusarsi con gli amministratori delle chat inutilmente importunati. Cosa abbiamo imparato dall’esperienza imbarazzante? In primo luogo che in faccende di questo tipo non si può proprio fidarsi di nessuno. Un momento di défaillance può capitare a chiunque, anche alla persona più intelligente e rispettabile che fa parte del nostro giro di amicizie. Nel nostro caso, ripensandoci, è stata proprio questa reputazione (del tutto meritata, in effetti!) a toglierci ogni dubbio: «Se lo dice uno come lui, dev’essere proprio vero». E questo ci insegna quindi, almeno in queste faccende, a non offrire con superficialità il nostro orecchio a messaggi allarmanti. Questa peraltro è la prima raccomandazione che tutte le istanze di Polizia informatica e i gestori di sistemi digitali rivolgono ai loro utenti: siate pronti a diffidare prudentemente di qualsiasi messaggio. In secondo luogo, di nuovo, l’esperienza ci dimostra che la grande rete è in grado in tempi piuttosto brevi di risolvere le nostre perplessità. Compiuto anche da noi (seppur tardivamente) il lavoro di debunking (cioè di ricerca della verità) ci sono stati segnalati almeno una mezza dozzina di articoli che smascheravano la bufala. La pigrizia, quindi, è stato il nostro nemico numero due. Infine, forse altrettanto pernicioso è stato il nostro atteggiamento (un po’ presuntuoso) di salvatore dell’umanità, che ci ha indotto a spammare a nostra volta un buon numero di persone. Perché farlo, ancora prima di aver capito se ne vale davvero la pena?
Per rispondere a questa domanda occorrerebbe sicuramente la competenza di uno psichiatra digitale, alla cui autorevolezza ci inchineremmo volentieri. In realtà, la brutta figura patita sarà forse il deterrente per ulteriori esperienze del genere. Sbagliando si impara (sperando sempre che gli errori non siano irrimediabili…).